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Il Nobel Prize Noyori, mio padre Pasquale e io

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Caro Diario, qualche giorno fa mio figlio Luca è capitato a casa mia proprio mentre guardavo la foto con lui, Cristina Zagaria e Enzo Avitabile alla presentazione di Enakapata alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza Amedeo a Napoli e così ci siamo un po’ abbandonati ai ricordi e a un certo punto gli ho detto una cosa tipo «certo che dal punto di vista professionale la conversazione con Noyori è stata una delle due cose più coraggiose e difficili che ho fatto nella mia vita», dopo di che ci siamo messi a ridere e siamo passati ad altro, e ti assicuro che non ci ho pensato più fino all’alba di stamattina, quando mi sono svegliato, ho preso il libro e mi sono messo a sfogliarlo.
Come dici? Sono un sentimentalone? Ma no, o forse sì, perché per prima cosa gli occhi mi sono caduti sullo haiku che fa da incipit e che in realtà è un falso, nel senso caro a Borges naturalmente, perché Hattori Ransetsu è un poeta realmente esistito tra la metà del 1600 e l’inizio del 1700, l’haiku l’ha scritto Luca con la mia collaborazione e la traduzione in giapponese l’ha fatta Renato che quando era da queste parti gli abbiamo voluto un bene da pazzi ma adesso che non c’è più non te lo dico. La seconda cosa che ho letto è stata la pagina all’inizio nella quale Luca mi racconta, ti riporto solo una frase che altrimenti pare che facciamo le celebrazioni: «Da un lato, ti dice che bisogna fare le cose per bene perché è così che si fa, dall’altro ti spiega che possiamo definirci uomini perché moriamo e perché sbagliamo, che il punto non è il risultato ma quello che facciamo per arrivare al risultato.» La terza e ultima cosa te la copio qui nella versione pressoché integrale, perché è il mio racconto di quella giornata, il post di Giovedì 6 Marzo, si intitola «A letto con papà».
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«È il giorno dell’intervista al Nobel Prize Noyori. Ho dormito decisamente poco, dunque niente di nuovo sul fronte orientale. In ufficio riguardo gli appunti e rispondo ad un po’ di mail. Poi affronto le domande con le correzioni che Nori mi ha lasciato sotto la porta. Franco ha un approccio con le cose straordinario. È attento a ogni singola parola. Ti suggerisce i modi di dire più corretti in inglese. Una volta passata la sua review metà del lavoro è fatto. Apporto le modifiche. Stampo. Rileggo ancora una volta il tutto. Alle 11.00 a.m. vado dalle ragazze. Mangio due fette di torta. Non rinuncio al  cappuccino. Alle 11.50 a.m. torno alla mia postazione. Nel mio improbabile inglese chiedo a Charles Plessy la cortesia di leggere ad alta voce e lentamente le domande che ho preparato. Mi guarda perplesso. Gli dico, spero, che è per la pronuncia. Sorride. Lui, francese poco più che trentenne da 4 anni in Giappone, parla perfettamente inglese e giapponese. Devo sembrargli un marziano, ma si presta di buon grado. Per quanto mi riguarda ho deciso di non dare scampo al mio orgoglio. La priorità è fare le cose nel modo migliore possibile. Non lasciare nulla di intentato per prepararsi al meglio. Poi ci vorrà un po’ di fortuna. Ma di certo non avrò nulla da rimproverarmi.
L’appuntamento con Iwano san è alle 1.50 p.m. Ma io sono nato l’11 Settembre. Sì proprio il giorno dell’attacco alle Twin Towers. Sono Vergine ascendente Leone. Non sopporto neanche solo l’idea di fare tardi. Anche se naturalmente accade anche a me. Alle 1.45 p.m. sono già sulla porta con giacca troppo stretta e tutta abbottonata, camicia e cravatta come da foto regolarmente pubblicate su Flickr. Alle 1.55 p.m. siamo dal Presidente Noyori. Niente anticamera. Appena uno o due minuti di attesa.
Potrei dire che sono concentrato su quello che devo fare. In realtà sono teso. Molto teso. Persino intimorito da quest’uomo che qui è considerato un mito. Ancora qualche minuto e scoprirò che in realtà è persona dai modi molto occidentali. Mi faccio coraggio pensando che a suo tempo sono rimasto favorevolmente impressionato dalla sua provenienza da una famiglia “normale”. Ma in questo momento l’adrenalina è a mille. E mi perdo molti dei particolari che di norma, in situazioni come queste, mi suggeriscono riflessioni, aneddoti, inciuci, naturalmente nel senso buono del termine, quello che ti permette di trascorrere una serata con gli amici a ricordare questo o quel particolare mentre bevi un bicchiere di buon vino. Faccio in tempo a notare l’ambiente ampio ma sobrio. Scambio due convenevoli due con l’assistente del Presidente che insieme a me e all’immancabile Iwano san è presente all’incontro. Non mi accorgo che la giacca tutta abbottonata da seduto mi sale sulle spalle peggiorando ulteriormente il mio look non proprio memorabile. Per fortuna che l’altezza è mezza bellezza, perché io l’altra metà non l’ho mai conosciuta. Tiro fuori le domande e cerco di andare subito al punto perché temo che la discussione possa prendere pieghe che con il mio inglese non sarei in grado di reggere. Mi accorgo con sollievo che anche Noyori se l’è fatte stampare e segue con gli occhi i suoi fogli mentre gliele leggo. Ci rimango un po’ male quando chiede un po’ d’acqua e a me non viene offerta. Più tardi Luca, che su queste cose è sulla stessa lunghezza d’onda di Nori, azzarderà che in Giappone chi sta sotto nella scala gerarchica, in particolar modo quando chi sta sopra è un Nobel Prize, non può prendere iniziative senza precisa indicazione, che, detto in altri termini, doveva essere Noyori a dire all’assistente o a Iwano san di darmi un bicchiere d’acqua. Ancora oggi la spiegazione non mi convince. Con me il Presidente sarà sempre, nelle occasioni in cui avrò ancora modo di incrociarlo, molto cordiale e gentile. Credo di più alla barriera linguistica. Al fatto che ero talmente ingessato che li avrò intimoriti. In ogni caso lo ammetto. Non sono uomo da protocollo. Evviva la semplicità.
L’intervista va molto bene. Il presidente dopo aver risposto alle mie domande mi illustra, dati alla mano, quelli che considera alcuni ulteriori aspetti di eccellenza delle attività del Riken. Posso dirmi soddisfatto. Di più. Sollevato. Contento. Alle 3.15 p.m. sono di nuovo al mio posto di combattimento. Scarico la registrazione, verifico con sollievo che c’è. Si lo so che con i nuovi registratori digitali è davvero difficile sbagliare, ma io sono davvero (in)capace di tutto. Converto il file in formato .mp3. Lo invio a Antonio Lieto, che ha l’incarico di fare la traduzione, e a Cinzia, come copia di salvataggio. Via Skype mi accerto che le mail sono arrivate e i file sono a posto. Antonio sa cosa deve fare. Esco. Alle 4.30 p.m. ho appuntamento con Luca.
Facciamo un giro a Wako. Compro un pezzo di pane e una specie di panettone di dimensioni mignon. Saranno la mia cena. Credo di aver perso in 4 giorni più di un chilo, mi fa solo bene. Passeggiamo ancora un po’. Ci fermiamo in un bar a bere un tè. Poi andiamo verso H-Building e restiamo a parlare nella lobbie fin quasi alle 7.50 p.m.. Torno su. Leggo la posta. Scarico le foto dell’incontro con il Presidente Noyori inviatemi dall’eccellente Iwano san. Le carico su Flickr. Mando l’indirizzo a un po’ di amici. Passo la serata a leggere mail e a commentare la cosa. L’inventore di Skype deve vivere almeno 100 anni in buona salute! Bisogna averlo provato per capire com’è bello chiacchierare ogni sera in video from Tokyo to Italy. Per giunta senza spendere un soldo.
Ma sì, diciamolo, questa sera la testa sul cuscino, quello anti soffoco, da neonato, che mi sono portato da casa perché se tengo la testa appena un po’ troppo sollevata mi viene mal di schiena, la posso mettere contento. Come sempre in questi momenti, da quando non ci posso litigare più, penso a mio padre.
Muratore dall’età di 10 anni. A 14 apprendista e poi operaio della Società Meridionale Elettrica. Dal 1962, anno della nazionalizzazione, operaio dell’Enel. Mi viene in mente la gioia di quella sera d’ottobre in cui tornò a casa con la notizia della conquista del posto statale e una borsetta di finta pelle nera “piena” dei soldi della liquidazione. Credo che fossero poche decine di biglietti da 10 mila lire, ma per una sera la nostra casa di 24 metri quadri compreso cucina e bagno dove vivevamo in quattro, cinque da dicembre con la nascita di mio fratello Gaetano, ci sembrò una reggia. Ballammo. Cantammo. Lanciavamo i soldi in aria e li osservavamo felici ricadere sul tavolo da pranzo. Non avevo ancora mai visto una pellicola di Totò ma eravamo proprio come nel film Miseria e Nobiltà, solo che al posto della pasta c’era la liquidazione di papà.
Mio padre lavorava 11 – 12 ore al giorno (8 all’Enel, 3-4 come muratore, idraulico, imbianchino, naturalmente elettricista, non c’era cosa che non sapesse fare), 9-10 ore il sabato e mezza giornata la domenica per mandare a scuola me, i miei fratelli, Antonio e Gaetano, mia sorella Nunzia, l’ultima arrivata. Non voleva che, come era di norma per molti nostri coetanei in quegli anni, lavorassimo per aiutare la famiglia. Non permetteva che maneggiassimo soldi per nessuna ragione. Sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste sulla faccia della terra, ci ripeteva ossessivo, provocando l’ira di mia madre che, forse con maggiore realismo, non perdeva occasione per ricordare che senza soldi non si va avanti. […] Naturalmente anche mio padre aveva i suoi lati oscuri, quelli che ci procuravano schiaffoni e castighi, a partire dalla sua assoluta intransigenza rispetto allo studio. Non avevamo scampo. Eravamo obbligati ad andare bene a scuola. […] Ricordo ancora le violente litigate quando, lui che aveva fatto la 5° elementare “in mano a Mussolini”, pretendeva di correggere i miei compiti di italiano o di matematica alle scuole superiori. Per forza di cose non ci capiva molto ed ecco che per affermare in ogni caso la propria autorità, mi chiedeva di rifarli in bella calligrafia.
Cose di altri tempi? Forse. Ma se quest’uomo di quasi 53 anni da Secondigliano che fino a 5 mesi fa non conosceva una parola di inglese ha intervistato un premio Nobel a capo di uno dei più importanti istituti di ricerca del mondo, è anche grazie a suo padre, al suo amore esagerato, alla sua cura per l’amicizia, al suo disprezzo per il denaro. Punto.»



Come dici caro Diario? Vuoi sapere cosa ci siamo detti io e il Nobel Prize Noyori? Nel libro l’ho pubblicato il 20 Marzo, il giorno dell’uscita dell’intervista su Il Sole 24 Ore, qui però se proprio vuoi saperne di più trovi il rapporto di ricerca.
Cosa c’è ancora? Ti stai chiedendo qual è la seconda cosa più coraggiosa che ho fatto nella mia vita? Adesso pretendi troppo amico mio, per questo non sono ancora pronto, magari te lo racconto un’altra volta. 

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