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La preside Colomba

Caro Diario,
ti confesso che questa volta davvero non so bene come fare, vorrei raccontare le cose che fa Colomba Punzo senza raccontare Colomba Punzo, ma immagino non si possa fare, proprio no.
Come dici? Perché ce l’ho con Colomba al punto da non volerla raccontare? No, no, sei completamente fuori strada amico Diario, il problema semmai è il contrario, nel senso che io e lei siamo amici da più di 30 anni e abbiamo fatto un sacco di belle cose assieme, a partire da quando era maestra con «Pensieri e autori per il prossimo millennio»  e tante altre cose – alcune le ha raccontate lei stessa qua – fino a ora che è diventata Preside con il progetto #lavorobenfatto, #tecnologia e #consapevolezza che stiamo portando avanti con le maestre Amalia, Assunta, Mariarosaria e Lina e con il maestro Lello all’Istituto Comprensivo 83 Porchiano Bordiga di cui puoi leggere qua e qua.
Come dici? E in mezzo? In mezzo ci stanno un mare di altre cose, per esempio l’inchiesta partecipata «la scuola abbandonata» e due libri, Bella Napoli, di cui Colomba è stata una delle protagoniste, e Il Coltello e la Rete, di cui è stata invece una delle autrici. Sta qui il mio problema, nell’intreccio personale e professionale che mi lega a Colomba; facciamo così, vediamo cosa riesco a fare e poi decidiamo assieme se e come procedere.
Per cominciare ti dico come comincia la storia di Colomba in Bella Napoli, che così inquadri il tipo, nel senso del suo rapporto con in lavoro, e con la vita.
«Ho iniziato a lavorare molto giovane, almeno oggi si direbbe così, avevo 20 anni, anche se al tempo a 20 anni eravamo in molti a lavorare. Adesso che ci penso a 20 anni esatti ho iniziato a lavorare in un posto pubblico, ma in realtà avevo iniziato prima, perché sono la prima di quattro figli e sentivo molto il bisogno di conquistare la mia autonomia. E poiché sono prima figlia l’autonomia non la potevo conquistare con le rivoluzioni, per me doveva passare necessariamente attraverso l’indipendenza economica, e dunque il mio approccio è stato sempre molto razionale, mi ricordo che appena diplomata, istituto magistrale, avevo 18 anni, mi dissi: “io adesso debbo lavorare, vado a fare pure la bidella, ma debbo lavorare”. Non potrò mai dimenticare mia zia che mi disse: “ma come?, tu ti sei diplomata per fare la maestra e mo’ vuoi fare la bidella?” Le risposi “non è che voglio fare la bidella, voglio fare  qualsiasi cosa pur di lavorare”. È così che prima di vincere il concorso ho lavorato due anni in una scuola paritaria dove c’erano i ragazzi dei carcerati, i ragazzi dei tossico-dipendenti, una scuola di frontiera, dalla mattina alle otto fino alle quattro del pomeriggio per pochi soldi, quattro istituti diversi, la mattina non sapevo mai in quale parte di Napoli dovevo andare, il tutto a 18 anni.
Spesso tornavo a casa piangendo, perché quei ragazzi di 12-13 anni avevano alle spalle un vissuto molto diverso dal mio e il mio rapporto con loro era difficile, però quei due anni sono stati davvero molto formativi per me. Mia madre mi pregava di non andare a lavorare, mi diceva “ma perché vuoi lavorare per forza?”, tra l’altro aveva anche bisogno di me in casa perché avevo un fratello di pochi anni, ma io niente. […]
Mi dicevano tutti “ma nessuno ti ha raccomandato, nessuno ti ha presentato?”, il fatto è che a me sembrava talmente impossibile che potessi diventare insegnante che non mi ero proprio posta il problema della raccomandazione e infatti un paio di mesi dopo scoprii in ritardo di aver vinto il concorso, era una cosa che avevo tolto completamente dalla mia mente, mi ero preparata al meglio perché sono fatta così non perché pensassi davvero di vincere, tant’è vero che quando andai a vedere le graduatorie e mi accorsi di essere arrivata tra i primi 300, di aver avuto quindi un punteggio molto alto, anche grazie al voto del diploma, praticamente i primi vincitori erano già andati tutti a scegliere le sedi. Mi accorsi insomma di dover andare a scegliere la sede parecchi giorni dopo che erano usciti i calendari e quando finalmente mi presentai ero convinta di voler scegliere una scuola del Vomero, di non voler stare più a Ponticelli, di voler andare a insegnare al Vomero, tenevo una mia zia che ambiva molto a questa cosa, me lo aveva ripetuto fino alla noia: scegliti una scuola del Vomero, scegliti una scuola del Vomero. Tra l’altro avevo avuto anche la fortuna che praticamente mi avevano riservato proprio una scuola del Vomero e invece io cosa mi invento, con una decisione che ha segnato sicuramente la mia vita? Scelgo Ponticelli. Voi dite perché? Perché arrivata sul traguardo pensai che tenevo un fratello di tre anni, che dovevo dare una mano a mia mamma, che non me ne potevo andare tutte le mattine al Vomero, che era meglio se me ne andavo a insegnare vicino casa mia, ci arrivavo a piedi, in una sede che era rimasta libera perché non era ambita, in un quartiere che non era ambito.»

Ecco, questa è Colomba, che però per inquadrarla proprio bene mancano ancora due cose. La prima l’ho scritta ne «Il coltello e la rete», te la metto qui: […] quando la mia risposta a una domanda è «bambini» quello  che viene subito dopo – Colomba Punzo – è automatico. Non perché Colomba sia – come donna e come educatrice – «doce ’e sale», come si dice a Napoli, che anzi lei la prima risposta che ti dà quando le proponi una cosa è «no», la seconda «non so se sono in grado di farlo» e la terza «ci devo pensare»; è perché dopo averci pensato le cose le fa così bene che, posso dirlo senza paura di essere smentito – se citato in dibattimento sarei in grado di portare numerose prove –, riesce a fare con i suoi alunni cose che noi umani neanche immaginiamo.» La seconda mi viene invece da questo anno e mezzo che la vedo lavorare nella sua nuova veste di Dirigente Scolastica, si, insomma, hai capito, Preside, come piace dire a me. L’idea che mi sono fatto io è che messa di fronte a una nuova responsabilità lei stia tirando fuori ulteriori competenze e capacità, insomma mi pare un esempio paradigmatico di due cose secondo me molto importanti: la prima è che il lavoro ben fatto ai suoi massimi livelli è per definizione un approccio che porti con te sempre e che ti consente di apprendere e di fare cose nel corso dell’azione, e di migliorarti, e di ampliare i tuoi orizzonti, le tue prospettive, e quelle delle persone che lavorano con te; la seconda è che uno dei grandi problemi del nostro Paese è che non è capace di valorizzare come si dovrebbe il lavoro e le capacità di persone come Colomba – che non sono tutte/i come lei ma ce ne sono tante/i -, perché insomma se le persone non le metti alla prova, se non dai loro fiducia, se non gli dai l’occasione di mostrare fino in fondo quello che sanno e sanno fare è certo un problema per loro, che non si realizzano compiutamente, ma è soprattutto un problema per te Paese, che sei meno ricco di possibilità di come potresti essere se soltanto decidessi di fare andare avanti le/i più brave/i.

Tornando al punto, un po’ di sere fa ci siamo visti a casa sua e discutendo affettuosamente delle cose che stiamo facendo ho pensato che in una scuola accadono molte più cose di quelle che conosco io, e così ho cominciato a farle domande, ed è venuto fuori un mondo di cose affascinanti che secondo me danno più senso anche a quello che stiamo facendo in Prima A e in Prima E, e così ho pensato di raccontartene alcune, a partire da quelle che nascono dalla collaborazione con ActionAid  per combattere la dispersione scolastica e per favorire lo sviluppo di un rapporto più consapevole degli alunni – sia della scuola primaria che della scuola media – con le tecnologie, con le proprie competenze e con il territorio.
Vedi come alcuni temi – consapevolezza, territorio, tecnologie, lotta alla dispersione scolastica – ritornano più volte? Colomba mi ha scritto che secondo recenti dati ISTAT 758.000 giovani hanno abbandonato la scuola nel 2015, di cui quasi il 60% maschi; il fenomeno si presenta particolarmente consistente in alcune aree del Paese, soprattutto del Sud, con picchi del 25,8% in Sardegna, del 25% in Sicilia e del 21,8% in Campania; una maggiore propensione all’abbandono riguarda i maschi, gli alunni stranieri e coloro che sono al di fuori dell’età scolare dell’obbligo, ma tornando alle cose che la scuola sta avviando con ActionAid senti quanto sono belli questi progetti: 
«Nei panni dell’altra – Teatro contro gli stereotipi di genere». L’obiettivo è quello di intervenire sulle relazioni di gruppo e di genere – con particolare attenzione al rispetto dell’altro, integrazione, scambio reciproco e ascolto – attraverso la forma teatrale come strumento espressivo ed educativo. Poi c’è il lavoro di sensibilizzazione e responsabilizzazione dei bambini/ragazzi accompagnati a curare un progetto comune. L’obiettivo principale? Accrescere la consapevolezza di ciascun allievo del proprio essere soggetto singolo e pensante all’interno di una comunità.
«E tu di che talento sei ?». In coerenza con il suo Programma nazionale Italia del Futuro, ActionAid propone un intervento mirato ad integrare l’azione educativa scolastica con lo scopo di prevenire e recuperare situazioni negative di demotivazione alla scuola/abbandono scolastico. L’intervento prevede due fasi di attività:  allenamento motivazionale, accompagnamento dei ragazzi verso l’individuazione e il bilancio dei propri interessi, delle proprie competenze, del proprio talento; orientamento verso possibili carriere future tramite il racconto di esperienze dirette dei tipi di lavoro individuati dai ragazzi (incontro con i “mestieri”) e la definizione di un proprio progetto di studio/apprendistato.
«Scuola Mobile: il quartiere in tasca.» Qui l’obiettivo è ridurre la distanza tra la scuola e le opportunità concrete dei ragazzi di contribuire al cambiamento della propria comunità. Si tratta in pratica di un esperimento di progettazione partecipata che punta ad accrescere il protagonismo e la consapevolezza dei ragazzi del proprio territorio, di stimolare la loro curiosità e creatività attraverso l’utilizzo consapevole delle tecnologie smartphone come strumento per costruire il proprio futuro e per osservare e monitorare la realtà che li circonda con occhio critico. Si comincia con un viaggio nel quartiere alla scoperta di come utilizzare il cellulare come strumento per osservare la realtà che ci circonda; in mezzo ci sono il racconto con foto, o disegni e parole della zona e del palazzo in cui vivono e con un report del percorso casa – scuola che ha l’obiettivo di far emergere criticità e di potenzialità del proprio contesto e del percorso (passaggi pedonali, edifici dismessi da valorizzare, deposito non autorizzato di rifiuti, etc..) e l’elaborazione delle proposte di azioni da condividere con insegnanti e genitori; l’ultimo passo è dato dalla proposta di microintervento di miglioramento dell’esistente che emergerà dal confronto partecipato tra i ragazzi. Da segnalare ancora che i dati della mappatura saranno condivisi sull’app Mapillary (in corso di testing da parte di ActionAid nel lavoro intrapreso sulle aree colpite dal terremoto in centro Italia) e trasferiti successivamente su una grande mappa fisica.

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Ecco, amico Diario, queste sono le attività previste con ActionAid, ma poi ci laboratori finanziati dal progetto regionale «Scuola viva», che per ciascuno di loro ti metto solo i titoli e una frase altrimenti non finiamo più:
«Orto a scuola: sapori e saperi». Coltivare l’orto a scuola significa, pertanto, assegnare ai valori, ai saperi e alla multifunzionalità dell’agricoltura contadina un ruolo centrale nella formazione di comunità sostenibili.  Per una scuola sempre aperta, con e per il territorio.
«Come suona il caos». Qui l’obiettivo è esprimersi attraverso la musica per prevenire il disadattamento di minori a rischio attraverso l’offerta di opportunità che rispondono ai bisogni di formazione e aggregazione sociale, in modo da contrastare comportamenti devianti e contrastanti.
«Sulle ali della creatività» che grazie alla collaborazione con Remida Napoli ci permetterà da un lato di capire meglio che è possibile vivere l’ecologia in un nuovo modo ottimista e propositivo attraverso il riuso creativo dei materiali di recupero e dall’altro di ristabilire un equilibrio tra consumo e risorse attraverso momenti ludici e divertenti.
«Voci Nuove». Il canto corale per potenziare le capacità cognitive, per sviluppare la sensibilità, l’attenzione, la memoria, l’espressione e l’apprendimento, per favorire cooperazione e relazioni sociali basate sulla fiducia, l’accoglienza dell’altro, il riconoscimento di diritti e doveri.
«Armonia di relazioni». Lo scopo è favorire una sana relazione tra bambini e adulti impegnati nella loro crescita offrendo uno spazio e un tempo per riflettere sul proprio stile educativo, sull’essere padre ed essere madre, e sulle scelte da affrontare insieme.
«Le regole del gioco». Partire dai legami tra calcio e matematica per sperimentare un nuovo approccio, dinamico e coinvolgente, per approfondire le competenze di base logico/matematiche. Forme geometriche in un campo di calcio, numeri sulle magliette, regole del gioco come assiomi di una teoria, situazioni di problem solving legate a questo sport, tanti spunti per “fare matematica” a partire dal pallone
«3D, manipolando si crea». Per favorire la creazione di strumenti didattici moderni in grado di incoraggiare gli studenti a un approccio più partecipativo senza cadere in uno sterile tecno-determinismo.
«Animatite,  cinema d’animazione». Percorso di 60 ore di socializzazione ai linguaggi audiovisivi e multimediali per favorire una forte alfabetizzazione degli studenti alla film literacy e alla media education; diffondere presso le scuole film di qualità, italiani e stranieri; favorire processi di aggregazione e confronto attraverso la visione collettiva in una sala; favorire una maggiore comprensione del linguaggio cinematografico; migliorare le abilità e le competenze tecniche dei destinatari nella fase di produzione del cortometraggio; incentivare processi di aggregazione e confronto attraverso il lavoro collettivo e di gruppo.

Ecco caro Diario, forse ha ragione Colomba quando dice, riferendosi alla sua nuova esperienza di Preside,  che è convinta che «il primo anno non è il più difficile, il secondo lo è di più e forse anche il terzo.» E ha ragione di certo quando aggiunge che «il primo anno passa veloce tra timori ed inconsapevolezza quasi non te ne accorgi e vai avanti a forza d’inerzia, ma nel secondo anno non si può più navigare a vista, bisogna avere un progetto, perseguire un’idea e condividerla, perché tu non sei solo, non puoi farcela da solo ed un buon progetto deve avere molte teste e molte braccia. Ecco io sono a questo punto, al punto di delineare un progetto ed un’idea di scuola condivisa, al punto di individuare le caratteristiche ed i bisogni di questo territorio difficile nel quale lavoro, al punto di dover scegliere e cercare le risorse più adeguate. È un punto ancora confuso, gli ingredienti ci sono quasi tutti, ma bisogna definire dosi, tempi e non è facile. Si, direi che il mio non è un mestiere facile, in ogni caso sento forte la responsabilità delle scelte, speriamo bene.»
Come dici, anche tu speri bene? Io no, te l’ho detto all’inizio e te lo ripeto adesso, questa donna qui sta sul punto, e quando fa una cosa la fa bene a prescindere. Perché si, Colomba non è solo una Preside di una scuola complicata in un quartiere complicato, lei è un pezzo di futuro, è un pezzo di classe dirigente, quella vera.
Come dici? Perché la politica non si accorge mai delle persone come Colomba?
Non lo so, o forse si, ma su questo davvero bisognerebbe scrivere un libro, caso mai ne parliamo un’altra volta.

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