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Aurora, il trombone e il sapone

Aurora Arenare l’ho conosciuta grazie a un matrimonio e a una marcia nuziale trombone e basso che insomma se volete saperne di più potete curiosare quiqui. Sarà di certo l’età – la mia of course – ma quando incrocio una vita che vale non me la lascio scappare, la voglia di raccontarla è troppo forte e dunque eccomi qua. Solo un’altra cosa prima di cominciare: questa storia qui mi è piaciuto tanto pensarla e scriverla insieme alla protagonista; Aurora vive in jazz, a volte suona in jazz, scrive anche in jazz, ed è un modo di vivere, di suonare e di scrivere che amo molto. E poi la frase con la quale A. J. chiude il suo racconto è da grande romanzo, ma è meglio non anticipare nulla e augurarvi buona lettura.

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«Ciao Vincenzo, sono nata a Napoli nel 1983, ho fatto il liceo scientifico all’Alberti e mi sono laureata  a metà all’Orientale, laurea triennale in linguaggi multimediali e informatica umanistica con indirizzo arte, teatro e cinema.
La mia passione è la musica, ho cercato di esprimerla prima nella forma che è per tutti noi più naturale, il canto, e poi, crescendo, aggiungendo un altro strumento, il trombone. Perché proprio il trombone? Perché al tempo una mia amica suona nella Contrabbanda di Luciano Russo, il quale offre ai principianti un corso di preparazione allo strumento impartito proprio da Luciano, che ha lì un trombone a pistoni che nessuno sa o vuole suonare. Dato che io voglio suonare la tromba penso che con quel tipo di trombone posso praticare le posizioni che mi torneranno utili quando avrò i soldi per comprare la tromba e così comincio a studiare il trombone a pistoni. Come va a finire è presto detto: dopo pochi mesi vinco l’Erasmus per Granada e così lascio Napoli e il trombone a pistoni. Arrivata a Granada da poco trovo dopo in un negozio un trombone cinese che si vende per 150 euro.  Non ha i pistoni, ma lo compro lo stesso e così  riprendo a suonare e a studiare da zero.
Come puoi immaginare Granada, lo studio del trombone e quello universitario, la vita sociale e quella lavorativa sono complicati da tenere assieme. Riesco a dare un solo esame che non mi viene neanche convalidato perché linguistica spagnola è un esame che si dà prima di laurearsi e a me manca ancora molto dalla laurea. Nel frattempo però mi innamoro di Granada e sto pensando di restarci quando arriva mia madre e mi convince che è meglio finire quello che ho cominciato e poi decidere.
Torno a Napoli e la mia vita si divide tra lavorare come cameriera, studiare, suonare nella banda e avviare altri piccoli progetti musicali. Ancora una volta non so bene come procedere, non riesco a impormi la disciplina che sarebbe necessaria, cerco di districarmi tra la vita lavorativa notturna e quella diurna della studentessa, senza contare i vari innamoramenti tipici dell’età.
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Questo limbo dura fino al 2008, quando per la prima edizione del Napoli Teatro Festival arriva il Teatro de los Sentidos. Cercano artisti per lo spettacolo di Enrique Vargas, si chiama «Cosa deve fare Napoli per rimanere in equilibrio sopra un uovo» ed è una allegoria sulla fragilità della nostra città. Partecipo al laboratorio, alla fine vengono presi otto dei partecipanti e tra questi otto ci sono anche io, faccio la parte della musicista della banda della compagnia. Lo spettacolo è un successo, cominciamo a viaggiare in Italia e in Europa. Da tempo la mia pulce nell’orecchio mi suggerisce di lasciare la città e non avendo impedimenti familiari o lavorativi particolari prendo la palla al balzo e decido di trasferirmi a Barcellona, città di mare come Napoli e sede ufficiale del Teatro de los Sentidos. Siamo giunti così a Settembre del 2009.
I primi due anni sono di continui viaggi tra l’Europa con la Compagnia de los Sentidos e Santander con la compagnia Sin Destino Cabaret, fondata da ex componenti del teatro sensoriale che avevano e hanno tutt’ora uno spazio di programmazione e di produzione teatrale che si chiama Cafè de las Artes Teatro. Dato che i soldi non bastano, tra una produzione e un’altra devo trovarmi un lavoro, per cui in questi stessi primi due anni passo per una decina di ristoranti che prendo e lascio per inseguire la cometa sensoriale del teatro con la quale  arriviamo fino a Singapore, ultimo Festival a cui partecipiamo con lo spettacolo sulla città, dopo di che arriva la crisi, il costo dello spettacolo diventa troppo caro e ci si deve inventare qualcosa di più economico, dunque con meno attori e meno musicisti.
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Come avrai già capito, caro Vincenzo, con la crisi economica arriva anche la mia crisi. Forse lo sapevo già ma adesso mi è del tutto chiaro che col teatro non avrei potuto vivere, sono senza un lavoro fisso e in più mia sorella si ammala di tumore.
 Che vuoi fare? Per altri due anni faccio avanti e indietro tra Barcellona e Napoli, indecisa se tornare definitivamente o resistere sulle vie della Catalogna.
Proprio mentre sono a Napoli da mia sorella ricevo una mail da un’amica che mi chiede se voglio prendere il suo posto in una vineria. Colgo ancora una volta la palla al balzo, torno a Barcellona e  comincio a lavorare in questa piccola e accogliente vineria nel cuore del quartiere gotico, si chiama Zona d-Ombra,  i proprietari sono due catalani che però stanno affondando il locale tra feste e notti rocambolesche trascorse a bere vino senza pagare una volta abbassata la saracinesca. Non lo so, forse incide anche il fatto che nessuno dei due ha mai lavorato né nel settore amministrativo né in quello della ristorazione, resta il fatto che uno dei due comincia a perdere il controllo e prima di finire nel baratro decide di fare un passo indietro e di vendere la sua parte. Non ci crederai, ma io con altri due camerieri decidiamo di mettere assieme i nostri risparmi e di comprare.
Proprio cosi Vincenzo, da cameriera senza contratto divento socia capitalista, il mio primo investimento è in un locale pieno di debiti ma con un grande potenziale. Lavoriamo duro, riusciamo a pagare i debiti e  a rimettere su il locale, ci facciamo addirittura un nome nel quartiere. 
Che ti devo dire?,  io nel mio  investimento ho visto un ambiente lavorativo senza capi, senza nessuno che riversa sui dipendenti le sue frustrazioni – insoddisfazioni, un posto in cui posso gestire le mie ore e  organizzare la mia vita che comunque si divide tra pagare le bollette e fare la musicista squattrinata.
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A proposito Vincenzo, non ti ho detto una cosa importante, ti dispiace se faccio qualche passo indietro? Dai, torniamo un attimo a Napoli, a Vico San Domenico Maggiore, dove all’epoca si nasconde un laboratorio di saponi artigianali chiamato Kiphy. E’ il naso a portarmici, si, proprio il naso – naso, essendo studentessa dell’Orientale sono spesso alla sede di piazza San Domenico Maggiore e dunque il mio passeggio in quella zona è frequente. Accade che ogni tanto delle folate di vento profumato richiamino la mia attenzione, e così un giorno decido di capire da dove vengono e conosco Giuseppina Malinconico, artigiana e manipolatrice di odori, creatrice della linea cosmetica naturale Kiphy.
 Mi appassiono ai suoi prodotti da subito e comincio a diffondere la parola di Kiphy tra tutti i miei amici vicini e lontani, pensa che anche il Teatro de los Sentidos compra delle essenze e dei profumi per lo spettacolo di Napoli.
Quando faccio le valigie per Barcellona dentro c’è molto di Kiphy e anche dopo, ogni volta che torno a Napoli, porto con me la scorta – peggio della pasta – regalo ai nuovi amici di Barcellona quei prodotti convertendoli al kiphianismo e creando dipendenze irreversibili. A un certo punto propongo a Giuseppina di aprire un negozio a Barcellona ma la cosa non va in porto perché lei nel frattempo aspetta un figlio e non è quello il momento per pensare a trasferimenti così impegnativi.
Accade invece a Febbraio 2015, quando lei e il suo compagno decidono di aprire il loro negozio a Barcellona. Si, c’entro anche io nella scelta della città, non faccio per dire ma una dipendente come me non si trova facilmente. 
Io intanto lavoro in vineria e suono in vari progetti musicali, diciamo tra una frustrazione e un’altra, dato che fare il musicista e conoscere la musica teorica e pratica non è per niente un gioco da ragazzi anzi, richiede una disciplina quasi militare e io sono tutt’altro che un soldato. Vuoi sapere come finisce? Che dopo un anno tra Kiphy, Zona d-Ombra e concerti mi accorgo che mi sto perdendo, in senso letterale, non solo il mio io, sto perdendo proprio le forze!
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A questo punto l’ennesimo colpo di scena, perché entra in gioco mia sorella, la grande guerriera della luce che ha combattuto quel tumore bestiale. In queso caso accade che  due mesi prima di sposarsi il futuro marito riceva una proposta di lavoro in un azienda che ha sede indovina dove? Hai indovinato, a Barcellona. Dal Luglio 2015 sono anche loro qui.
Ora, se tu avessi saputo che a tua sorella i medici hanno detto che deve fare una vita poco stressante (lei purtroppo è stata sempre stressata assai dalle sue esperienze lavorative modello massimo sfruttamento minimo salariale) quale lavoro le avresti proposto? Bravo, hai indovinato, Kiphy. Quale posto migliore di quel magico negozio per aiutare la mia sorellina adorata e per avere io un poco di tempo libero in più? Certo anche quello non è stata semplice da decidere, il lavoro è importante, ma secondo me sono scelte, e io le mie scelte importanti le ho fatte sempre per migliorarmi. Come musicista, come persona, come donna. A proposito, tanto per chiudere in bellezza, da qualche giorno anche mia madre si è trasferita a Barcellona.
Non lo so se si è capito Vincenzo, ma se devo fare una sintesi direi che su un binario c’è la mia vita lavorativa, che abbraccia comunque anche la sfera dei sensi (il che si potrebbe interpretare come un simpatico parallelismo col Teatro de los Sentidos), ci sono il vino e i saponi, e che è grazie a questo binario che ho potuto costruire e sostenere l’altro, quello fatto di musica, di scuola di musica, di gruppo musicale, di viaggi musicali. Insomma una parte del sogno si è realizzato, essere indipendente economicamente e prendermi le mie piccoli soddisfazioni suonando, che è quello che ho sempre fatto, a modo mio, con leggerezza e a volte anche con distrazione ma mai con superficialità, sempre mantenendo accesa dentro di me quella fiamma che mi ha dato la forza di concatenare tanti eventi per poter riuscire a fare musica.
Attualmente suono nel gruppo Alma Afrobeat Ensemble con il quale ho girato la West Coast il Maggio scorso dopo aver fatto gavetta catalana registrando trombone e cori in alcuni album come «Madiba» di Color Humano e «Parabolic» di Yacine and the oriental groove, oltre ad aver suonato in uno spettacolo con 100 donne, aver progettato uno spettacolo per bambini e fondato insieme a un poeta e illustratore colombiano e una pittrice e flautista catalana una compagnia chiamata 3liostro.
Che dici Vincenzo, qualcuno mi potrà mai amare?»
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