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La pignata di Gerardo e Mafalda

Gerardo Figliolia e Mafalda Amabile avevo voglia di raccontarli da quando sono stato la prima volta all’Osteria La Pignata, un po’ di anni fa. Ricordo ancora l’insistenza con cui il mio amico Gennaro Cibelli mi ripeteva «Vincenzo, ti devo far conoscere questo posto di eccellenza, mangerai solo cose buonissime, cucinate come vanno cucinate, con semplicità e amore». Andò proprio come pensava Gennaro, fu amore a primo gusto, scendemmo da Bracigliano verso Castel San Giorgio con me che «cantavo» sempre la stessa canzone: «Gennaro, mannaggia ‘a capa mia che non ti sono stato a sentire, qui ci dobbiamo tornare al più presto, questa storia qui la devo assolutamente raccontare.» E invece della serie «Vincenzo non giurare che te ne potresti pentire» per tornarci c’è voluta la presentazione di un nuovo libro, la sera del Primo di Febbraio di quest’anno. E’ stata una serata incantevole, ricca di amicizia, di allegria, di cose buone da mangiare e da bere e così mi sono rilassato come di rado mi capita di esserlo, sarà stata anche per la gioia di avere con me mia sorella, che anche quando ti vuoi bene assai come ci vogliamo noi di serate così riesci a passarna una o due all’anno quando va bene.
A un certo punto della serata ho acchiappato Gerardo – si, l’ho letteralmente acchiappato, perché lui in tutti i modi cercava di sottrarsi, a colpi di «è meglio se mi fai delle domande, io non sono abituato a fare come dici tu, e poi qui mi chiedono tutti di quello che cucino, e invece tu vuoi sapere altre cose, e io non voglio deluderti, perché non facciamo come dico io?». «Non facciamo come dici tu perché come dico io viene meglio caro Gerardo, fidati di me». «Per l’amor di Dio, io mi fido ciecamente, però se tu …». «Gerardo, niente però. Io ti dico come devi cucinare?» «No!» «E allora tu non mi dire come devo raccontare le mie storie.» «Va bene, se la metti così, facciamo come vuoi tu, però poi non lamentarti se non viene bene.» «Viene bene, stai tranquillo, viene come deve venire.» Ecco, se fosse stato vivo nostro padre avrebbe detto – vero Nunzia? – «E qui fu Napoli» nel senso che abbiamo fatto come ho detto io e il risultato lo potete leggere di seguito.

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«Partiamo da qui: il lavoro per me e mia moglie non è solo il mezzo per vivere, è anche il mezzo per sentirci vivi, e come sai ci sta una bella differenza. Vedi, il fatto che i nostri ospiti se ne vadano via contenti – per quello che hanno mangiato e per la nostra compagnia – per noi è come se avessimo vinto una medaglia alle olimpiadi. Uguale.»

«Per quanto mi riguarda ricordo che fin da  ragazzo – ero alle elementari – finita la scuola passavo il pomeriggio ad aiutare mamma nel bar che stava proprio qua dove adesso sta l’osteria. Papà faceva il muratore, stavamo finendo di costruire la casa e i soldi non bastavano mai. Poi arrivò il terremoto, il 23 Novembre 1980, con i problemi annessi e connessi, la ricostruzione, la vita con i nonni e con papà che era andato a lavorare fuori. A 17 anni mi arruolo volontario nell’esercito con un’idea fissa in testa: ritornare al paese e aprire la mia locanda – osteria, cosa che puntualmente ho fatto nel 2003. 
Quello che faccio ancora oggi lo vedi, insieme a mia moglie dedico tutto me stesso alla conduzione della mia attività, cercando di servire ai miei ospiti gli stessi prodotti che i nonni preparavano per noi. Si, cerco di ritrovare quei sapori e quei profumi della nostra infanzia, cibi semplici, ma dai sapori unici e genuini come erano i nostri nonni. Io me lo ricordo ancora il tempo in cui bastava poco per stare contenti: le stagioni scandite dalla raccolta delle ciliegie in primavera inoltrata, poi la raccolta delle patate, poi in estate il taglio dell’erba al castagneto e il maialino che si comprava e poi si cresceva fino a  dicembre. Infine l’autunno con il rito della vendemmia e la raccolta delle castagne. Sapori e profumi che vanno perdendosi. In un certo senso direi che noi tentiamo di recuperare tutto questo, perché non si tratta di fare resistenza, perché quello sarebbe inutile, si tratta di salvaguardare e offrire agli altri un’altra possibilità, un modo ulteriore di intendere la vita, il mangiare, il bere, il tempo.»

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«Faticato è faticato professo’. Noi qua ci alziamo presto la mattina e la giornata finisce tutti i giorni non prima di emzzanotte, a parte il mercoledì, giorno di chiusura. Noi coltiviamo  ancora patate, zucchine, melanzane, cipolle, aglio, rapeste che servono per preparare il  mallone. Poi con l’aiuto della famiglia – suoceri, mamma e cognati – alleviamo in campagna quattro o cinque maiali che poi macelliamo e lavoriamo per servirli agli ospiti da dicembre a marzo. Dedichiamo delle serate alla  degustazione, prepariamo sopressate e salumi e con il lardo ci cuciniamo i paccheri lardati, la pasta e patate, la pasta e fagioli. Anche quello che compriamo lo prendiamo sempre di persona, dobbiamo toccare ciò che poi cuciniamo e se non è del  nostro giardino cerchiamo di acquistare dai contadini locali, quelli dell’agro nocerino. Certo, i costi sono alti, e poi ci sono sempre un mare di carte e di registri da compilare ma finché abbiamo la forza andiamo avanti. Siamo artigiani della cucina, il nostro è un lavoro stupendo, e anche se siamo una razza in estinzione stiamo sul punto. Diciamo la verità, facciamo il lavoro e la vita che ci siamo scelti, tu hai voluto che te lo raccontassi in questo modo, ma non so se così ce l’ho fatta a spiegarti fino in fondo tutto l’amore e l’impegno che ci mettiamo in quello che facciamo.»
Io dico di si. E voi?
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