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Emanuele, Gianluca e Lives

Caro Diario, Emanuele Notarangelo, Gianluca Mingotto e Lives sono entrati nella mia vita grazie a un racconto che ha per protagonista Lelio Morra, un poeta imprenditore cantautore artista che avevo raccontato qui qualche tempo fa. È che mentre io racconto con le parole, Emanuele e Gianluca lo fanno con le immagini e i suoni e così è successo che quando ho visto il loro video con le riprese effettuate all’Upcycle Bike Caffè di Milano, il contrabbasso di Bolla e la regia di Gianluca mi è piaciuto così tanto che ho chiesto se potevo proporlo nel mio racconto, e così ho fatto, naturalmente dopo che Emanuele – che è con lui che in queste settimane ho architettato il tutto – mi ha detto che lui e Gianluca erano contenti di questa nostra collaborazione. 
Non so tu, ma io spesso all’inizio per scegliere i protagonisti delle mie storie mi faccio guidare dall’istinto, mi lascio prendere da una sensazione, che poi dopo ho tutto il tempo per cercare fonti, curiosare in giro, leggere le cose che mi vengono inviate in risposta alle mie domande, decidere se quella storia può andare oppure no; così è accaduto anche questa volta, che io già ci stavo pensando ma quando poi Emanuele mi ha detto «per ora a Lives siamo in due e però se vuoi raccontarne uno solo la persona giusta è Gianluca, che è lui il regista, quello che si occupa della parte artistica, mentre io sono il produttore esecutivo, mi occupo della parte organizzativa e di comunicazione, con confini dinamici in funzione delle rispettive esigenze e paturnie» mi sono detto si, questa storia qui possiamo provare a raccontarla. Ecco, siamo partiti da qui, dal passo indietro di Emanuele, anche se poi io penso di averlo trovato un modo per raccontarli tutti e due, ma intanto per cominciare vi racconto di Lives, che in fondo è per questo che prima li ho conosciuti e poi sono finiti qui.

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Lives  nasce come idea di format nella testa da regista cinematografico di Gianluca a un concerto che si trova a seguire con l’attrezzatura da presa: riprende alcune canzoni e pensa di intervistare la band dopo il concerto. Si sa come sono le idee quando sono buone, nascono, crescono, si diffondono, nel caso specifico grazie a Gianluca, che ne parla agli amici di sempre, e dunque anche ad Emanuele.
Un po’ il caso, un po’ il genio – che come sapete un pizzico di serendipity ci vuole sempre -, e accade che proprio Emanuele, che da qualche mese non lavora più a tempo pieno per qualcuno – il tempo pieno di oggi, non quello del periodo fordista, del posto fisso e della pensione garantita – si ritrovi con un sacco di notti e di week-end liberi e decida di raccogliere la sfida. Ancora qualche mese e le idee si consolidano, se ne formano di nuove, si stabilisce una programmazione di undici puntate, si pensa a dove pubblicarle, per conto di chi e perché.
A quel punto serendipity return, non si capisce più se sono sono loro che travolgono gli eventi o viceversa e insomma accade che mentre stanno scegliendo i primi cantanti su cui fare una puntata e stanno parlando di Edda che avrebbe suonato al Neverland Festival insieme ad altre belle band, Gianluca riceve una telefonata da sua sorella, che in quel momento sta andando a un aperitivo con qualcuno che collabora con Edda.
Vuoi sapere come è finita amico Diario? Che a quel festival fanno non solo la puntata su Edda, ma anche quella su Fast Animals and Slow Kids, Don Turbolento, Verbal e hanno conosciuto Il Fieno.
Proprio così, a volte si finisce come me con Jeremy Rifkin, nel senso che tu invii una mail e loro rispondono, a volte persino con entusiasmo. E altre volte invece non ricevi risposte, come me quando scrissi a Steve Jobs e me ne feci una ragione mentre loro affermano di essere disposti a stalkerare artisti come Lucio Corsi, a costo di  andare a riprenderlo di nascosto mentre canta sotto la doccia pur di fare una puntata su di lui.
E poi? E poi c’è l’idea di fondo, quella che mi aveva colpito di più del loro racconto di Lelio, che è esattamente quello che cerco anche io nelle storie e perciò te la faccio raccontare direttamente da loro:
«Una delle idee originarie che mai ci abbandonerà è la voglia di raccontare la storia, gli sforzi, gli ostacoli che stanno dietro al lavoro del musicista che si deve far conoscere per vivere della sua musica. Per noi sono in primo luogo esempi di chi cerca di vivere della propria viscerale passione; di chi per raggiungere questo obiettivo mette tutta la qualità e l’arte di cui dispone e non ha paura di rischiare qualcosa; di chi forse, lavorando bene e con passione, riesce anche a creare qualcosa da regalare a chi lo circonda. Procedendo con l’attività di ripresa, montaggio, pubblicazione sui social, abbiamo affinato tantissime cose a tutti i livelli, dall’immagine, ai contenuti autorali, alla produzione, sempre collaborando in due e rendendoci complementari l’uno all’altro: per quanto il progetto sia piccolo e si dedichi a delle nicchie di pubblico, il nostro approccio è stato da subito provare ad organizzarci a ogni livello curando tutti gli aspetti – naturalmente nella misura in cui siamo in grado di vedere – nel migliore dei modi, esattamente come fanno le band di cui ci piace raccontare la storia e come faremmo se qualcuno ci stesse pagando per questo lavoro. 
Ora stiamo definendo gli ultimi dettagli della seconda stagione, che sarà forse da considerare come la vera stagione uno, essendo stato il lavoro dei primi quattro mesi e la prima stagione un continuo affinamento che ci ha permesso di avere idee molto più chiare. Integreremo alcuni generi di cui non abbiamo avuto occasione di parlare nella prima serie, come il rap, il reggae o il blues, avremo un nuovo logo – grazie a a Elena Mosiewicz e IOOI -, e una sigla per le puntate.
Avremmo anche le idee e la voglia per sviluppare almeno uno o due altri format sempre sulla musica, ma proprio la volontà di completare nel migliore dei modi ciò che intraprendiamo ci sta frenando perché purtroppo il tempo che possiamo dedicare al progetto è limitato: se riusciremo ad allargare la squadra e a trovare disponibilità nelle band – Lucio Corsi è un esempio -, sicuramente una delle evoluzioni sarà in quel senso. Poi vorremmo creare una campagna di crowdfunding su Musicraiser per l’acquisto di attrezzature, soprattutto microfoni, altro grosso limite attuale ad alcune evoluzioni e miglioramenti; ovviamente anche per far questo serve tempo, che stiamo cercando di prendere dalle nostre vacanze. 
Dove vogliamo arrivare? Semplicemente a cambiare la testa delle persone e le modalità di accesso e fruizione della musica ed in generale dei media, della cultura, dell’informazione. Non è accettabile che ci limitiamo a ciò che ci viene proposto da qualcun altro (tv, cinema, giornali, ecc.), quando tutto il mondo trabocca di arte e bellezza ed è sufficiente uscire di casa e aprire gli occhi per vederla».

Ecco, a questo punto il grande Peppino De Filippo direbbe «E ho detto tutto», e avrebbe anche ragione, però io sto a prescindere dalla parte di Totò, e allora dico che Gianluca ed Emanuele hanno ancora un sacco di cose belle da raccontarci.

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Senti Gianluca, 35 anni, di Piove di Sacco, Padova, che dopo gli studi  comincia con qualche collaborazione come assistente di regia e operatore, poi si innamora delle luci – nel senso della loro importanza nelle riprese video – e fa esperienza in uno studio fotografico di moda. Diventa un fotografo ritrattista, realizza spot pubblicitari come regista per diverse aziende tessili ed esordisce alla regia cinematografica con Poker generation. Direttore della fotografia per diversi cortometraggi, fashion movie, videoclip musicali e spot per il web:

«Il lavoro che faccio è la mia vita in tutti i sensi, leggo e studio di continuo ciò che è di pertinenza al progetto che sto seguendo. Guardo film e serie tv di ogni genere e sebbene il mio regista preferito sia Lars von Trier i film che amo guardare e rispetto di più sono le commedie e i blockbuster. Amo la moda, la velocità di esecuzione, l’entusiasmo, la musica e le cineprese.
 Il lavoro per me è passione e dedizione, ho sofferto e tutt’ora soffro i compromessi conseguenti all’aver scelto una strada lastricata dai sogni, ma oggi sono quello che sono, non potrei fare altro o pensare ad altro.
 Tutto quello che faccio è carico di entusiasmo, spesso le continue idee su progetti personali annegano fra fiumi di birra e chiacchiere, a volte invece quando quell’idea viene condivisa dalla persona giusta la macchina si mette in moto e si inizia a girare. Questo è il caso di Lives con Emanuele. Il mio lavoro mi dice che per portare avanti un buon progetto non si può essere da soli. Insisto, sto parlando di lavoro, anche se per adesso Lives è soprattutto un investimento. Lavoro. Non un hobby, un passatempo, un gioco. Dopo aver girato un documentario sul Tour musicale che verrà presentato all’IN-EDIT Festival di Barcellona sono nati altri interrogativi sul sistema della musica indipendente e dei concerti in generale, oggi credo di conoscere abbastanza bene ciò che succede là fuori e quello che posso dire è che non è un hobby, un passatempo, o un gioco e però viene considerato da molti esattamente in quel modo, anche quando non se ne rendono conto, o non lo ammettono.
Di base noi spettatori ci troviamo ad affrontare un problema culturale. Oggi l’idea di andare ad un concerto è legata molto a parole come: tanta gente, orario da rispettare, costo del biglietto, personaggi famosi. Insomma un po’ come andare al cinema – anche questo assai costoso-. 
In realtà la cosa bella della musica è che ci accompagna tutta la vita, è la colonna sonora di molti dei nostri momenti personali, felici o tristi che siano, viene insegnata nelle scuole, riempie e caratterizza spot pubblicitari, programmi televisivi, film, spettacoli teatrali, feste di paese, preghiere, rivoluzioni e chi più ne ha più ne metta. La questione è che la musica è ovunque e credo che in qualche modo dovrebbe essere riconosciuta come sacra e che tutti dovremmo portare maggior rispetto a quest’arte. 
Ecco perché Lives si interessa alla musica indipendente che puoi trovare ovunque e che non costi niente. Il 90 percento delle nostre puntate sono concerti a costo zero. Tu vai in un posto per passare la serata e ci sono artisti professionisti che te ne cantano di tutti i colori, e bada bene che sia musica originale, parole nuove dei tempi che ci interessano direttamente.
Per esempio non abbiamo fatto ancora rap o hip hop  (avremo delle belle sorprese nella seconda stagione), ma tanti artisti oggi cantano in modo eccezionale i problemi di queste generazioni, li definiscono, danno loro una sorta di immortalità. Come un film, la canzone dura per l’eternità.
 Per me l’obiettivo di Lives è un cambiamento culturale, è un bel traguardo, ma sappiamo come poterlo raggiungere e personalmente sono convinto che il mondo ci darà una mano. 
Vorrei che i gruppi si ascoltassero di più, nel senso che fossero più curiosi di ascoltare le parole dei propri colleghi e di andarli a vedere anche al di fuori di un festival dove suonano uno in successione all’altro. 
Vorrei che le persone frequentassero i locali dove fanno musica dal vivo per dare maggiore ossigeno a questo mondo e contribuire nel farlo crescere, e quando dico contribuire penso a una birra presa in un locale del genere, non a pagare necessariamente un biglietto, ma magari comprare una maglietta se il gruppo è piaciuto.
 Lives è partito subito, dopo aver fatto casualmente delle riprese a un musicista in un locale che mi piacque, decisi di fargli un’intervista, montai il materiale e quello che ne uscì fu una cosa che poteva funzionare, poi con Emanuele decidemmo di creare tutto e di partire, il giorno dopo eravamo ad inseguire Edda e l’indomani successivo a vederlo suonare. Boom! 
Le puntate seguenti sono state soggette ad analisi di ogni tipo come ad esempio a quali immagini usare per intrattenere meglio lo spettatore, i tempi delle puntate, le percentuali di resa durante la durata della puntata, la parte autorale legata alle domande da fare, il metodo con il quale porre le domande e suscitare una maggior partecipazione da parte degli intervistati, il montaggio e così via. Infatti la prima puntata è molto differente dalle ultime, anche un occhio poco esperto potrebbe rendersene conto.»

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Questo è invece Emanuele, 36 anni, nato a Como da genitori milanesi con sangue misto Nord – Sud. Sempre vissuto a Milano, cresciuto a Greco ed emancipato a Gorla, lungo le sponde del naviglio Martesana:

«Dopo il liceo faccio finta di frequentare la facoltà di ingegneria per un paio d’anni, al termine dei quali mi tocca fare il servizio civile. Mia madre pensa che lo Stato non abbia tutti i torti e mi mette in mano un trafiletto di giornale che pubblicizza un corso di programmazione “Cobol” che promette sbocchi professionali. Mi iscrivo e in effetti la cosa mi riesce bene, ho programmato da quando avevo sette anni, il mio primo PC è stato un Commodore 64 comprato usato.
Finisco a lavorare per una software house di IBM che produce sistemi per banche e lì rimango fino al 2007, quando mi assume un’altra software house, più piccola e italiana. Nel 2005 mi iscrivo alla Facoltà di Filosofia,  e stavolta faccio sul serio, ma lascio ancora dopo due anni a causa delle continue trasferte e del troppo lavoro. Dal 2012 mi appassiono alle soluzioni software per il mondo farmaceutico, motivo che mi spinge a dicembre 2014 a lasciare il “posto fisso” per intraprendere la strada apparentemente assurda di creare una società da zero e senza finanziatori, creando partnership tecnologiche e commerciali. La mia start-up si chiama Etoile, proporrà servizi molto specifici legati alla certificazione e alla formazione. 
Ho interessi piuttosto vari, cucina e cinema tra quelli comuni, genealogia  e collezionismo di mazzi di carte nella sezione sport estremi. Alcuni di essi passano, altri vengono ripresi al momento giusto, altri ancora accompagnano la mia vita. 
La musica mi è sempre piaciuto ascoltarla e mi sono sempre rammaricato di non saperla “fare”: ho scritto qualche testo, ma non so né cantare né suonare e quindi mi limito a partecipare provando a tirare fuori il meglio dalle persone e dalle situazioni anche in questo ambito. Ecco, questo è il lavoro che forse mi riesce meglio, ovunque mi trovi e qualunque cosa si stia facendo. Alla musica e alla produzione musicale mi piacerebbe continuare a dedicare del tempo nel futuro prossimo anche oltre al progetto Lives.
Nella vita credo sia importante avere una meta ed essere consapevoli di quale sia l’ambito di azione a noi riservato; poi tecnica, istinto, fortuna, permettono di prendere le decisioni giuste e di avvicinarsi alla meta. Credo anche un’altra cosa: l’universo intero, dal micro al macro, tende sempre tra due stati, come per esempio la corrente scorre per via di una differenza di potenziale o il calore fluisce a riscaldare il corpo più freddo. Lo so che mi sto trasformando nel generale pazzo Ripper de Il Dottor Stranamore, ma ciò che voglio dire è che l’importante è conoscere, accompagnare, a volte anticipare, l’andamento degli eventi e non risparmiarsi mai quando si crede in qualcosa.
Viviamo un tempo che identifico nella fine decadente della preistoria di quella che sarà una nuova epoca storica, che forse inizierà con la nascita dell’intelligenza artificiale o con il primo viaggio temporale, o magari in uno scenario più pessimistico con una grande guerra. Fatto sta che abbiamo a disposizione enormi possibilità per mettere in opera la nostra creatività o professionalità, ma anziché fare, spesso ci lamentiamo. 
Per me fare bene qualcosa significa innanzitutto farla, dopo averla pensata bene. Poi avere un piano per arrivare in fondo, per creare connessioni dove esistono esigenze reciproche, essendo sempre onesti con chiunque ed in primo luogo con se stessi. Se accetti di fare un lavoro che non ti piace da impazzire non sei autorizzato a essere meno professionale; se non lo accetti, mettiti a fare ciò che ti piace e se ti manca qualcosa trovalo, i mezzi ci sono.»

Ecco, adesso si che è tutto. Per sapere se mantengono le promesse e dove tutto questo li porterà, segui Gianluca ed Emanuele su Lives. E viva l’Italia del #lavorobenfatto. Perché si, a volte anche il cantastorie ha il diritto di entusiasmarsi. O no?