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Alessandra e il profumo delle nuove idee che si fa design

Adesso vi voglio dire una cosa prima che vi tuffiate nella storia di Alessandra Taravacci, perché altrimenti a un certo punto comincerete a pensare «come è brava», «che vita interessante che fa», «quante belle soddisfazioni», che sono tutte cose giuste per carità, a patto però di non perdere di vista il punto, che per me è sempre lui: l’impegno, la fatica, i sacrifici, le scelte che devi essere disposta a fare per trovare la tua via, e percorrerla, e cercare di arrivare in qualche stazione, che non importa se non è quella definitiva, basta che sia nella direzione giusta.
Sì, impegno, fatica, scelte, sacrifici. Come quando devi lasciare l’università nonostante gli ottimi risultati perché nel tuo sillabario «mamma» e «lavoro» vengono prima di «laurea», o come quando decidi di lasciare l’Italia per Bruxelles, per una famiglia da riunire, per una nuova sfida da lanciare, anche se lo sai che nessuno ti regalerà niente, che i tuoi centimetri te li dovrai guadagnare tutti, uno a uno.
Ecco, adesso che ho detto del punto, posso aggiungere che se fai il lavoro che fa Alessandra e speri di farcela veramente, o ameno ci vuoi provare, devi amare immensamente il tuo lavoro, devi essere innamorata pazza di quello che fai, devi crederci, e devi darti da fare, proprio come lei, che poi io l’ho conosciuta grazie a Giovanni Di Vito e a La Notte del Lavoro Narrato, ma questo ve lo racconto un’altra volta.

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Adesso vi racconto invece che quando le ho chiesto «parlami di te» mi ha risposto «così non vale, questo è quello che da interior designer chiedo ai miei clienti ogni volta che inizia il progetto di ristrutturazione di una casa. Proprio così Vincenzo. Tutto comincia da questa sorta di seduta psicologica durante la quale il mio uomo, o la mia donna, esterna – proprio come se fosse in presenza di uno psicoterapeuta -, desideri, ambizioni, problemi.»
«E come finisce?»
«Finisce che ogni volta mi stupisco nel constatare quanto al primo imbarazzo segua la voglia irrefrenabile di raccontare la propria vita. Mi capita di ascoltare storie molto intime come separazioni in atto, incomprensioni fra partner o convivenze difficili con figli non propri, e questo è molto importante per me, perché il fatto di conoscere anche questi aspetti mi aiuta a individuare le soluzioni migliori nella distribuzione e nella gerarchia degli spazi. Ecco, è così che nasce la nostra speciale intesa fatta di rispetto reciproco e di comuni intenti, due fattori indispensabili per raggiungere l’obiettivo.»
«Qui comincia l’avventura.»
«Proprio così. Un viaggio meraviglioso, coinvolgente, appassionante, che attraversa mondi fatti di colori, materiali, luoghi, immagini e dà origine a una creatura unica. Perché alla fine ha ragione Kahlil Gibran, la casa è il nostro corpo più grande».
«Mi fai qualche esempio?»
«C’è l’uomo, separato da poco, che ha bisogno di riaffermare se stesso acquistando un nuovo appartamento dove stabilirsi con il suo bambino piccolo. I suoi spazi domestici li pensi perciò dando un taglio maschile ed essenziale ai vari locali, scegliendo colori che sfumavano dal bianco al grigio e all’antracite delle pietre naturali nei bagni. Sapendo del suo desiderio di riprendere la propria vita di relazione con gli amici, lasci il maggior spazio possibile al living, separando la sala dalla zona pranzo con una semplice quinta in maniera tale da permettere un comodo passaggio fra i due locali e consentire anche al bambino di avere a disposizione una zona dove giocare o vedere la televisione, restando vicino al papà.
O anche c’è il manager con una passione profondissima per l’arte che ti manifesta il desiderio di dare luce e spazio ai suoi quadri importanti e allora tu cerchi di mettere in stretta relazione gli interni dell’appartamento con il carattere dell’Architettura del quartiere, nel caso specifico edifici maestosi e imponenti, massicci e squadrati, per lo più costruiti con marmo bianco e travertino a ricordare i templi e gli edifici della Roma imperiale, e poi caratterizzi i vari ambienti con la disposizione di elementi luminosi che ne esaltino gli spazi, facendo uso di materiali naturali quali il legno e lo stesso travertino, utilizzando colori caldi per esaltare alcuni ambienti della zona giorno, evocando, in chiave contemporanea, la bugna degli antichi palazzi romani e facendola diventare il “fil rouge” che mette in comunicazione l’interno della casa con l’Architettura circostante.»

«E invece come nasce la tua passione per gli oggetti di design?»
«Osservando un gioco di costruzioni a incastro delle mie figlie. Giuro. Erano delle semplici lastrine geometriche di plastica colorata aventi dei tagli laterali tali da poter realizzare diverse composizioni, incastrandole l’una con l’altra. Ricordo che rimasi colpita dalla forma particolare di una di queste: un’ellisse con le fessure laterali che mi fecero subito pensare a una lisca di pesce. Il mare e il suo splendido mondo fanno parte della mia storia; essendo ligure – sono originaria di Castelnuovo Magra in provincia di La Spezia -, sono elementi presenti nel mio DNA. La lisca del pesce (la sua ossatura), mi ha sempre affascinato portandomi spesso a riflettere sul significato più profondo che tali semplici forme ispirano e che sono per me legate a qualcosa di più profondo; il valore intrinseco ed essenziale delle cose. Ecco quindi che ho iniziato a pensare ad un oggetto di uso domestico che facesse parte del vivere quotidiano e che potesse interagire con uno dei “rituali” più importanti delle nostre giornate: il desinare. E’ nato così Lisca: un tavolo dalla forma bizzarra, costituito da materiali provenienti da processi di riciclo. Tieni presente che tutti i miei oggetti, oltre ad essere eco-sostenibili, hanno anche una doppia chiave di lettura: la funzione e l’evocazione.»
«Un esempio di oggetto realizzato recentemente?»
«Accettalo. E’ un pouf che ha la forma di un tronco di quercia. Il rivestimento è realizzato con tessuto di sughero accoppiato ad una fibra naturale stampata con tinte ecologiche. L’imbottitura è di trucioli di legno e scaglie di gommapiuma riciclata. Impilandolo con altri, Accettalo diventa l’unica quercia “accettabile” in casa.»
«E se invece dovessi scegliere uno solo dei progetti che vedi nel tuo futuro prossimo venturo?»
«Ti dico quello che mi piace un sacco, lo sto portando avanti con il mio amico e collega Giovanni Di Vito si chiama Kanal n° 5, il profumo delle nuove idee, lo presenteremo a settembre. L’obiettivo è aprire proprio qui a Bruxelles una finestra sul design autoprodotto italiano. Quello dell’autoproduzione è un fenomeno in forte espansione in tutto il mondo e che in Italia, negli ultimi anni, sta assumendo una dimensione sempre più importante ed interessante; attività per sua natura aperta e poco incline ai dogmi, sta ridisegnando un nuovo scenario economico sostenibile. Kanal N°5 intende connettere il design autoprodotto italiano con quello belga, a partire da una serie di eventi nel corso dei quali si racconta l’esperienza umana e professionale che c’è dietro ad ogni singolo manufatto.»

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Ecco, questo è un un po’ di Alessandra Taravacci, che ti dice che adora la sua famiglia – quella attuale e quella di origine -, e se le chiedi di definirla ti risponde così: i genitori sono coloro che educano, ascoltano e sostengono e i figli (nel nostro caso, le figlie) crescono nel rispetto dell’etica morale e dei valori più importanti che li aiuterà a vivere nella società: amare se stessi e gli altri, rispettare il prossimo, aiutare chi ha bisogno e cercare di dare il massimo con onestà per raggiungere gli obiettivi prefissati.
L’altra sua grande passione è la musica. Bruxelles ha un’offerta molto ampia in questo settore con ottime band di musicisti jazz che si esibiscono dal vivo, e se poi hai un marito che per hobby è percussionista (fa parte dell’Orchestra Italiana Bruxelles) e spesso viene coinvolto in jam session improvvisate finisce che il ritmo e il divertimento salgono alle stelle e quasi tutti i fine settimana sei a caccia di concerti. E le altre sere? C’è il mondo magico dei libri, con i racconti di Mo Yan, Ian McEwan, Irène Némirovsy.
Come dite? «Che bello?» «Come è brava?». «Che vita interessante che fa?» «Quante soddisfazioni?» E allora come dicono a Roma «siete de coccio». Ritornate alla casella di partenza e ricominciate da lì.
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