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Gaetano

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Caro Diario, oggi ti racconto di mio fratello Gaetano, però per raccontare di lui ti debbo prima raccontare di nostro padre, che come avrebbe detto proprio lui, il mitico don Pasquale, se non si parte dalle fondamenta come si fa a tirare su la casa, o anche, nella versione più sintetica, «tale albero, tale frutto». Come non mi stanco mai di ripetere debbo tra tante altre cose a nostro padre la distinzione tra «il lavoro preso di faccia», quello fatto con impegno, rigore, passione, e «il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio», quello che invece no, e aggiungo che sono stato assai contento quando ho letto di Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che «suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva». Si, pure papà era così, e anche se io ancora adesso quando debbo appendere un quadro faccio come minimo tre buchi porto con me i suoi insegnamenti come un dono prezioso, perché mi ha fatto capire non solo il senso del lavoro ma anche i meccanismi che lo regolano. Alla fine a casa nostra il vero inventore del lavoro ben fatto è stato lui, che me lo ricordo ancora mentre metteva i pavimenti con i suoi fili di nailon (la lenza, come la chiamava lui) tesi a croce e di traverso e una volta finito ti chiamava e ti diceva «guagliò, prendi la livella» e tu la prendevi e lui ti diceva mettila nell’angolo là, là e là, e adesso a centro, e pure un poco a destra, e sotto, e poi non aggiungeva altro, ti guardava solo, e sorrideva con quei suoi occhi belli, che bastavano quelli a dirti «hai visto il pavimento come è messo a regola d’arte?».

Già, gli occhi, che come dice nostra sorella Nunzia quelli di Gaetano erano più belli, azzurri, luminosissimi, che lui non aveva mica voglia a 49 anni di volare su una stella, ma come si sa la vita ti toglie e ti dà, sono tante le cose che non puoi decidere tu. E così lui è andato e noi ci siamo dovuti stare, perché puoi piangere, ti puoi dare con la testa nel muro o te ne puoi fare una ragione, puoi avere un Dio in cui credere oppure no, l’unica cosa certa è che ti devi stare. Mannaggia ‘a morte.

Gaetano sapeva fare tanto, e dico tanto perché se dico tutto sembra detto così per dire. E il tanto che sapeva fare amava farlo bene, gli veniva spontaneo, gli piacevano le cose belle, e per essere belle le cose dovevano essere fatte a regola d’arte.
Diploma di perito elettrotecnico con il massimo dei voti, 60/60, aveva cominciato da piccolo ad aiutare nostro padre, nei fine settimana, nella costruzione della casa di famiglia a Cellole, nell’alto casertano, e papà come vi ho appena detto era un buon maestro, esigente, gran lavoratore, il mestiere l’aveva imparato sul campo da ragazzo, quando finita la scuola elementare aveva cominciato a lavorare come apprendista muratore. Crescendo, Gaetano avrebbe avuto in più il senso del particolare, la voglia di sperimentare cose nuove, il culto della bellezza, ma in quanto a professionalità, poliedricità, competenze, papà come maestro era il meglio: muratore, carpentiere, elettricista, idraulico e anche falegname, insomma non si fermava davanti a niente. Mio fratello idem come sopra. Anche le cose che non aveva mai fatto, quelle che all’inizio gli sembravano difficili, mano a mano che le faceva è come se ci prendesse dimestichezza, familiarità, come se le avesse sempre fatte, e questo gli dava soddisfazione. «Vicié, quando fai una cosa – mi ha detto una mattina -, lo sai se l’hai fatta bene, a regola, o invece no. Poi certo che ti fa piacere se gli altri se ne accorgono, ma tu non hai bisogno che ti dicano bravo per sapere se quel lavoro lo hai fatto bene oppure no». E chi se la scorda quella volta che si è commosso raccontando di quando insieme a Peppe C. e a Ciro M. avevano realizzato la prima cabina di bassa e media tensione tele controllate da una centrale (in maniera tale che gli operai non avrebbero avuto più bisogno di scendere giù in cabina come aveva fatto per una vita nostro padre, operaio all’Enel) con un modulo a esafloruro di zolfo, gas isolante che riusciva a garantire le stesse prestazioni delle celle isolate ad aria. Era già il periodo in cui non stava proprio in forma – diciamo così – ma vi giuro che aveva gli occhi pieni di soddisfazione quando mi aveva che dopo aver preso tutte le misure gli ispettori dell’Enel che erano venuti a verificare la cabina avevano fatto i complimenti a lui e ai suoi compagni per come erano stati bravi. E la volta che mi ha detto “mentre sto qui a letto penso ai lavori che devo fare, ad esempio delle mensole per le casse musicali con degli innesti di pietre di vetro da inserire”? Come si fa – gli ho chiesto -; «si deve fresare il legno e poi sui bordi, al centro; secondo me può venire una cosa bellissima, e poi magari potrei colorare il bordo centrale di una delle mensole in modo diverso». Sì, gli piaceva molto mischiare le diverse conoscenze che gli derivavano dalle varie cose che aveva fatto, e ciò gli aveva permesso ad esempio di fare i rosoni della casa utilizzando vetro e nuovi materiali invece dei mattoni tradizionali. Il lavoro dalla testa non gli si è tolto mai, anche nei momenti più tosti potevi sentirgli dire «certo volte apro gli occhi e vedo delle piaghe e delle macchie sotto il soffitto, poi li chiudo e li riapro e le piaghe e le macchie non ci sono più. Potrebbe essere un buon metodo per quando devo pittare», oppure «I miei occhi hanno visto cose che voi mortali non vedrete mai, tubi fosforescenti e colorati … questa dei tubi però segnatevela, può essere una buona idea per la casa».

Sì, Gaetano era proprio così, aveva un grande amore per le cose che faceva. Ricordo l’estate del 2011, eravamo andati a comprare il nostro cocomero quotidiano e a un certo punto mi sussurra di non dire che era pensionato, perché lui al fruttivendolo aveva detto che faceva il guardiano notturno. Di fronte al mio sguardo esterrefatto mi aveva spiegato che gli sembrava brutto, alla sua età, dire che stava in pensione, neanche fosse una colpa essere ammalato. All’inizio pensavo che scherzasse, poi la cosa mi ha commosso, e poi ho cominciato a pensarci su, fino a che, qualche giorno dopo, gli ho detto «Gaetano, artigiano. Tu sei un artigiano. Sai fare tante cose: lavori il legno, il ferro, le cose che sai fare sono tante e sono belle, magari facciamo un catalogo; comunque tu da adesso in poi se qualcuno ti chiede che cosa fai rispondi che sei un artigiano». Mi aveva stretto la mano, mi aveva detto «sì, artigiano mi piace» e mi avevo sorriso, e subito i suoi occhi azzurri si erano fatti ancora più lucenti.

Ecco, adesso è meglio che mi fermo, anzi no, voglio aggiungere ancora due cose. La prima è che a volte è particolarmente dura cercare un senso alle cose della vita, ti sembra che davvero un senso la vita non ce l’abbia, soprattutto se sei un vecchio ateo come me. Alla fine, per fortuna, la stessa vita che ti toglie parti così importanti di te ti dà la forza e poi la voglia di andare avanti, ti fa trovare le ragioni e le motivazioni per farlo, con i tuoi vuoti, che quelli nessuno te li riempie più, ma anche con i tuoi amori, le tue speranze, i tuoi momenti felici, la tua voglia di futuro. Con la seconda non c’entra niente il fatto che Gaetano non c’è più, che anche un vecchio ateo come me i modi per tenerselo vicino li trova, c’entra solo che il lavoro è una cosa importante, e che un paese che non capisce questo è un paese senza futuro.

Post Scriptum del 2 Novembre 2017
Caro Diario, nei giorni scorsi Sara, la figlia di Gaetano, si è laureata in Economia aziendale all’Università di Bologna. Come ho scritto sui social, dopo 38 anni non sono più il solo Moretti laureato della famiglia e questa cosa qui mi fa felice assai.
Niente, da quando grazie al mio amico Roberto Paura ho incontrato la versione scientifica della teoria degli universi paralleli anche un vecchio ateo come me non può escludere che da qualche parte la vita di Gaetano abbia avuto un finale diverso, e insomma io la bellissima foto di Sara la metto anche qua, così, la tengo per buono augurio, proprio come diceva il mitico don Pasquale, nostro padre. Un abbraccio.

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