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Elena, Tiziana e La Stanza del Traduttore

Strano ma vero. Nella mia vita la parola «stanza» non ha mai avuto un significato definito, statico, fermo, come pure i suoi diversi significati farebbero supporre.
La storia è cominciata assai presto con lo stupore misto a incredulità che leggevo negli occhi di mio padre quando tornava a casa la sera e trovava le stanze arredate in maniera diversa da come le aveva lasciate al mattino: cassetti e mobili cambiati di posto, talvolta anche i letti, con mamma che gli spiegava ogni volta che «visto che non possiamo cambiare i mobili almeno li cambiamo di posto.»
Qualche anno ancora e alla sindrome di papà si è aggiunta quella di Proust, il disagio prima immaginato e poi provato di chi si sveglia ogni notte in una stanza d’albergo diversa e ancora fino a un attimo prima di lasciare «il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi» che ogni «uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé», per ricomporre l’ordine delle cose e fare d’un colpo il quotidiano salto «sopra secoli di civiltà», prova l’angoscia sottile di chi non sa da che parte accendere la luce o scendere dal letto.
Insomma tra i miei genitori, Proust e un poco anche Guccini, ma di questo ne parliamo un’altra volta, per me la parola «stanza» è inesorabilmente connessa agli affanni di chi si accorge d’un tratto che le carte con le quali è solito leggere e interpretare il mondo, e sé stesso nel mondo, sono irrimediabilmente sparigliate.
Ecco, adesso che ve l’ho detto provate a immaginare come ha reagito il mio quinto sesto e mezzo quando Elena H Rudolph mi ha scritto per propormi di raccontare di lei, di Tiziana Cavasino e del loro blog, La Stanza del Traduttore.
Voi cosa avreste fatto? Io ho scritto a Elena e le ho detto che mi sarebbe piaciuto provarci, e che per cominciare avrebbero potuto raccontarmi come è nato il progetto, con quali obiettivi e finalità.

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«La nostra storia comincia nel 2007, due amiche traduttrici che curano un ambizioso progetto editoriale con l’intento di raccontare la vita metropolitana in Europa. Dopo diversi anni, tanta fatica e speranza, innumerevoli viaggi in Italia e all’estero una piccola parte del progetto – grazie alla preziosa collaborazione di una cinquantina di persone tra autori, traduttori, editori e agenti letterari -, diventa un libro: Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europa dell’Est.
Il blog nasce come per gioco quando, poco dopo l’uscita del libro, gli scrittori dei ‘nostri racconti’ sono stati invitati a raccontare la propria stanza sulla rubrica dedicata dell’Archivio Caltari (la versione made in Italy delle più famose Writers’ Rooms del Guardian). A quel punto la domanda è venuta spontanea: se gli scrittori hanno una stanza tutta per sé perché non possono averla anche i traduttori? E così il 13 aprile 2011 è cominciata questa nuova avventura.»

Che mondo, amiche lettrici e amici lettori, altro che la stanza di Proust. A questo punto ho chiesto se esistono altri spazi pubblici dove si parla di di traduttori e di traduzione.
«Certamente. Di luoghi digitali e fisici dedicati ai traduttori ce ne sono tanti, in particolare con l’avvento di internet la solitudine del traduttore si è ridotta notevolmente. Bisogna un po’ sfatare il mito del traduttore sempre chino davanti al computer a sfogliare dizionari. Molte volte basta mandare una richiesta d’aiuto a uno dei tanti forum dedicati come Biblit  o anche mettere un post su un social network che i colleghi si fanno in quattro per rispondere. Poi ci sono la Casa delle Traduzioni, la pionieristica Nota del Traduttore di Dori Agrosì, che ospita, tra l’altro, un articolo di Tiziana sul nostro libro, i blog personali, i corsi di formazione, i laboratori e per le questioni più spinose esiste il sindacato dei traduttori editoriali Strade.
Noi intendiamo contribuire a dare visibilità al traduttore editoriale e raccontare questo mestiere in modo scanzonato, dando la possibilità ai colleghi di smettere il mantello dell’invisibilità e raccontarsi, condividendo ricordi, spazi privati, vita quotidiana, ecc.
La (in)visibilità dei traduttori è una questione che sta molto a cuore a tutti noi. Se da una parte il nostro è un lavoro che per forza di cose ci mette ‘in ombra’, dall’altra i traduttori vengono troppo spesso dimenticati: quante recensioni, anche sui periodici più blasonati, citano tutti i dati del libro tranne il nome del traduttore, nonostante lo imponga la legge italiana?
A distanza di quasi quattro anni dalla nascita de La Stanza del Traduttore, e con una collezione di oltre cinquanta stanze, possiamo dire che i traduttori sono molto generosi, perché leggere le loro stanze significa entrare nelle loro case, talvolta nel loro intimo, spesso nel loro quotidiano. Ed è molto emozionante. Fiamma Lolli condivide la propria stanza con una fornaia, una sarta, una lavandaia, un’amante che di volta in volta interrompono il suo lavoro di traduttrice. Antonio Parente fa la revisione delle traduzioni su una panchina anche alle rigide temperature dell’inverno finlandese. Moltissimi traduttori e traduttrici condividono il proprio spazio di lavoro con uno o più gatti, cani, pesci rossi, tartarughe e chi più ne ha più ne metta. C’è chi fa l’inventario della stanza (Giovanna Zunica) e chi ne scrive una poesia (Riccardo Duranti).
Se il blog La stanza del traduttore fa entrare i visitatori nello spazio più intimo dei singoli traduttori, la pagina social ad esso collegata li accoglie nel salotto della comunità: qui vengono segnalate iniziative, articoli, interviste, borse di studio, seminari, incontri e tante altre informazioni utili (e spesso anche divertenti) attinenti a questa bellissima professione.»

Lo so che molti si sarebbero accontentati, io no, e così ho chiesto loro di darmi qualche motivazione più personale e così Elena mi ha detto che lei lo fa perché soffre di voyeurismo traduttorio e Tiziana perché ritiene che di traduzione non si parli mai abbastanza. A questo punto mi sono sentito incoraggiato e così ho insistito anche sulle ragioni della stanza come luogo e allora Elena mi ha detto «che è per il precedente illustre del Guardian e perché i traduttori raramente escono di casa per andare a lavorare in un ufficio e dunque la stanza assume un aspetto molto importante perché spazio pubblico e spazio privato coincidono quasi sempre, allora la stanza può essere un Crocevia, come quella di Laura Cangemi. 
Si può quasi dire che le stanze cambiano tanto quanto le traduzioni invecchiano. E così la stanza del traduttore Bruno Osimo diventa una toilette; mentre uno sgabuzzino si trasforma nella stanza del traduttore di Daniele Petruccioli. Accade anche che la stanza non esista più, perché spazzata via da un terremoto, come quella di Sara Crimi o a causa di uno o più traslochi (quella di Cosi-Repossi o di Rossella Bernascone, per esempio). Non possiamo che dire, con Anna Rusconi, che la stanza del traduttore è Una, nessuna e centomila!».

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Non so a voi, ma a me tutto questo è piaciuto un sacco e anche di più e così sono arrivato alla parte che mi sta particolarmente a cuore, alla giornata tipo della traduttrice, agli strumenti di lavoro, alla fatica che c’è dietro ogni traduzione.
«Gli strumenti di lavoro sono uno o più computer con connessione internet e tanti dizionari, cartacei e on-line, bilingue e monolingue, dialettali, analogici, metodici, dei sinonimi e contrari, dei neologismi, ma anche rimari, enciclopedie, ecc. ecc. persino un manuale di giardinaggio potrebbe risultare utile!
Come già detto, è molto importante anche l’apporto della comunità dei traduttori che possono aiutare a sciogliere alcuni dubbi di traduzione o a reperire una citazione. O, ancora, un amico/conoscente specializzato in un settore specifico a cui rivolgersi per argomenti di cui non si sa nulla. Se poi hai anche un amico/conoscente bilingue, allora sei un traduttore fortunato!
Posto che ogni traduttore ha un proprio metodo di lavoro, una cosa è certa: la traduzione richiede disciplina, perché bisogna trascorrere tante ore davanti al computer a macinare parole. E il rendimento non è sempre uguale: un giorno si possono produrre due cartelle decenti (1800/2000 battute a cartella), un altro (non necessariamente il successivo) dieci, un altro ancora neanche una. La parte più difficile è cominciare: le prime pagine sono quelle che più di tutte mettono alla prova perché è lì che trovi la ‘voce’ del testo, che entri in sintonia con l’autore e la sua storia.
I fattori che concorrono alla buona riuscita del lavoro sono tanti. Uno per tutti, la scadenza. Sembra incredibile ma succede quasi sempre che a ridosso della consegna ci sia un contrattempo, sia esso professionale (come ad esempio una prova di traduzione o un altro lavoro) o personale (una malattia, la corrente che salta, l’invasione di cavallette…).
Il traduttore, purtroppo o per fortuna, è sempre in servizio, come dice Roberto Serrai. E ogni momento è buono per tradurre o trovare una soluzione brillante che davanti al computer non ti era venuta in mente. La traduzione, insomma, è un’ossessione, non ti lascia mai. Per questo bisogna stare con gli occhi e le orecchie sempre aperti: si può rubare un’espressione da una coppia che litiga sul tram o può finalmente palesarsi la parola che avevi sulla punta della lingua mentre sbucci una mela o lavi i piatti.
Un’altra cosa certa è che una buona traduzione richiede un numero indefinito di revisioni e che quanto maggiore è il tempo trascorso tra una revisione e l’altra, tanto più efficace risulterà, ma non sempre è possibile: a volte i tempi sono strettissimi e spesso ci accorgiamo troppo tardi (di solito a pubblicazione avvenuta) che avremmo potuto rendere una parola o una frase in modo più azzeccato. Nella migliore delle ipotesi, per la revisione del testo prima dell’invio alla casa editrice, ci si affida all’occhio esperto e distaccato della collega e amica traduttrice. Altrimenti sarà la casa editrice a scegliere il revisore.
Diverso, invece, è il lavoro che abbiamo affrontato per l’antologia di racconti tradotti con la collaborazione di altri: noi due, infatti, abbiamo seguito tutta la filiera del progetto editoriale, dall’idea originale alla promozione della pubblicazione. In casi come questo, oltre al lavoro di traduzione vero è proprio, il traduttore diventa un investigatore letterario e si dedica al così detto scouting, cioè trascorre molto tempo a leggere racconti in lingua originale sia nel web che in antologie e riviste per scovare testi interessanti. Segue tutta la parte delle pubblic relations: bisogna contattare gli autori per i diritti; individuare i traduttori dalle varie lingue straniere disponibili a collaborare; fare la revisione delle traduzioni altrui; inventarsi un indice accattivante e trovare l’editore interessato. Insomma, un mucchio di email, telefonate, incontri, discussioni. Giornate, settimane, mesi di lavoro preliminare per un progetto che non sai se troverà realizzazione.
Cosa ci spinge a farlo? Beh, solo la passione, solo l’amore per la letteratura e per la traduzione può portare ad imbarcarsi in un progetto ambizioso come il nostro senza la certezza di approdare alla pubblicazione.
Ingredienti necessari: un occhio attento alle tendenze letterarie, buona inclinazione per le relazioni pubbliche, un gran numero di contatti nel mondo dei traduttori, una certa dimestichezza col mondo dell’editoria e tanta pazienza per studiare la linea editoriale delle singole case editrici e, soprattutto, per attendere la risposta degli editori.
Chiaramente, nel caso del nostro progetto sulla vita metropolitana in Europa, il lavoro era complicato dal gran numero di contributi e ‘contributori’, ma fare lo scouting, ovvero andare a caccia di racconti, romanzi e poesie da tradurre e proporre a un editore, è lo standard per tutti quei traduttori che non lavorano su commissione. E la stessa ricerca, dell’opera da tradurre e dell’editore interessato, è già un lavoro in sé, un lavoro complesso e, spesso, molto lungo.»

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Ma voi ve lo siete chiesto se esiste una qualche ricetta per trovare il testo giusto da tradurre? Io si, e questa volta è stata Tiziana a spiegarmi che «non esiste una regola uguale per tutti. Per me tutto inizia con l’innamoramento nei confronti del testo che scelgo di tradurre. Raramente ho tradotto su commissione. Il più delle volte ho proposto io l’autore e il testo che volevo tradurre: questo è il motivo per cui per me tradurre è, dall’inizio alla fine, un’appassionante esperienza di immedesimazione. Quanto più condivido le parole dell’autore ed entro nel testo, tanto più il mio tentativo estremo (e allo stesso tempo impossibile) di rendere esattamente ciò che l’autore vuole dire (nel tono e nel registro linguistico in cui lui lo dice) avrà successo.»

Ecco, è qui che mi sono fermato, anche se ce n’erano ancora di cose da raccontare, ma magari lo faccio un’altra volta, che altrimenti poi date la colpa a me che sono troppo lungo mentre invece sono le vostre storie che sono troppo belle.