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Osvaldo che ascolta e che fa

Ricordo che spesso i miei studenti sorridevano quando durante i miei racconti, le mie lezioni, ricordavo fatti ed esperienze vissute nelle mie vite precedenti. Lo facevano di solito in maniera composta, perché per quanto tu possa avere un approccio frendly in un’aula universitaria sei comunque il prof. e loro non è che si potevano «allargare» troppo, però a me la cosa non dava alcun fastidio, e anzi coglievo l’occasione per ricordare che non solo Siam molti nel senso della stupenda poesia di Pablo Neruda, ma abbiamo anche tante vite, tante fasi diverse nell’arco delle nostre vite, e che quello che è veramente importante è non perdere di vista le parole che le tengono assieme.
Il passaggio successivo era spiegare che non sono mica solo io a funzionare così, che avrebbero potuto farlo anche loro, che ha senso portarsi appresso in ogni momento la propria unicità, il proprio modo di essere e di fare, e poi facevo degli esempi, e ogni tanto tra gli esempi ci capitava pure lui, Osvaldo Cammarota, Operatore di Coesione e Sviluppo Territoriale, ma anche pescatore, carpentiere e tanto altro ancora, che tra poco sono 40 anni che ci conosciamo, e che continua a essere ancora oggi un bellissimo esempio di quello che mi piaceva trasmettere ai miei studenti.
Non ci provo neanche a raccontare le sue molte vite, che non ci vuole un post ma un libro, faccio solo l’indice, che anche quello da solo basta e avanza a dare l’idea.

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Consigliere comunale a Napoli dal ’77 al ’93 e Assessore dal dicembre ’81 al giugno ’83. Negli anni a cavallo del terremoto del 1980 viene scortato dalla Digos perché minacciato dalle BR e finisce in ospedale a seguito di una carica della celere mentre si occupa dei senzatetto, ma questa è un’altra storia. Dal ’95 al ’99 si occupa del Patto Territoriale del Miglio d’Oro, i primi due anni come Assessore ad Ercolano, nella giunta di Luisa Bossa, poi come Vice Presidente e a quel punto si dimette da assessore per un conflitto di interesse che a lui pare evidente e a tanti altri no, ma lasciamo stare. Nel ’99 i Sindaci dell’area Nord Est di Napoli lo chiamano per il PTO  (Patto Territoriale Occupazione) dei 10 Comuni interessati. Nel 2000, attuato il programma, promuove l’Agenzia Città del Fare e prosegue lì fino al luglio 2011.

Ecco, adesso che vi siete fatti almeno un’idea delle molte vite di Osvaldo e delle parole chiave che si è portato appresso (a proposito, che io ricordi in Campania è stato anche il primo a fondare un’associazione per la costituzione partecipata del Partito Democratico ma questa è ancora un’altra storia) leggete cosa mi ha mandato quando gli ho detto di raccontarmi un po’ di lui e un po’ delle sue idee rispetto all’identità sociale del #lavorobenfatto.

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«Antonio ‘o funtaniere (idraulico); Peppe ‘o maestro d’ascia (carpentiere); Vicienzo ‘o piscatore; Raffaele ‘o marenaro; Ettore “scintilla” (soprannome esclusivo per elettromeccanico); ….
Era il lavoro ben fatto a dare identità, prestigio, dignità, legittimazione sociale e reddito alle persone che meritavano. Sennò erano “mezze calzette”, ma il mestiere che facevano era pur sempre un infallibile espediente per identificarle.
Nell’era industriale qualcosa è cambiato, ma la consuetudine è rimasta … quello che fatica dint’ ‘o gas (nell’azienda del gas) oppure dint’ ‘a currente (nell’azienda elettrica) e così via, per identificare operai di grandi aziende. Anche questa consuetudine tende a sparire nella società postfordista.
Non c’è da essere nostalgici, ma una riflessione va fatta. Mi ribello all’idea di smarrire l’identità sociale che viene dal lavoro.
Quando, ad esempio, ho aperto la Partita IVA come Operatore di Sviluppo Territoriale, alla Camera di Commercio mi chiesero: ma che lavoro è? Mi sforzai di spiegarlo, ma, alla fine l’impiegato sbarrò la casella “Non classificabile altrove”.
A nulla valse ogni altro sforzo di precisazione. Però me ne andai contento, per aver fatto passare almeno la parola “Operatore” che, nel mio vissuto, vuol dire operaio.
E, infatti, il mio lavoro si alimenta dei tanti insegnamenti appresi facendo mestieri tradizionali come pescare, navigare, lavorare il legno.

Mio padre, Vincenzo, diceva “Se lavorate, vi mando a scuola”. Voleva farci capire che, per trarre massimo insegnamento dalla teoria bisogna prima essere bravi operai, non “mezze calzette”.
Del resto “La sapienza è figliola della sperienzia” e “La natura è  piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia”. Non poteva saperlo Vincenzo, ma trasferiva la saggezza di uno dei più grandi geni italiani, Leonardo da Vinci. Lavorare e studiare continuamente, dunque, è la formula per quel lavoro creativo che tanto ci piace, perché nobilita l’uomo.
E, in effetti, per raccontare la complessità del mio lavoro ricorro spesso a metafore che richiamano saperi e tecniche di mestieri più conosciuti. Per dare credibilità al riconoscibile talvolta è propizio ricorrere alla declinazione delle somiglianze.  Lo diceva un altro grande maestro, Luigi Castellano, un artista.

Siete curiosi di qualche esempio? Se sì, continuate a leggere.
È parte del racconto di un’esperienza applicativa di qualche anno fa. Nel passaggio “Tra il dire e il fare sviluppo dal basso” vedrete come siano stati illuminanti i carpentieri e i marinai e come è stato importante il metodo della “bozza” e saper navigare nella turbolenza.

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Il mio problema era quello di prefigurare uno scenario di sviluppo possibile, dentro il quale si potesse identificare e mettere al lavoro la densa, complessa e turbolenta varia umanità che compone la società locale. La soluzione ci è stata suggerita dall’antica cultura della lavorazione del legno, dai carpentieri.
Così come il maestro d’ascia riesce a tirar fuori il pezzo d’opera da un rozzo ramo d’albero o da un legno di forma insignificante, così la rete delle intelligenze locali ha lavorato alla definizione del suo disegno di sviluppo.
Il legno è un materiale vivo. Le sue fibre, le sue venature, suggeriscono alla mano che lo lavora gli attrezzi da utilizzare di volta in volta. Non di rado è la stessa forma dell’albero a suggerire il disegno di una ruota di prua o di una carena.

Se, ad esempio, bisogna costruire uno squadro (che ha la funzione di connettere le strutture longitudinali della barca con quelle trasversali), è necessario scegliere prima il legno adatto (in genere olmo o gelso), individuare la parte in cui, osservando le venature, sono leggibili le curvature giuste e corrispondenti alla forma da realizzare e disegnare la forma sul pezzo da lavorare. La dimensione del disegno deve essere sempre maggiorata rispetto alle misure da realizzare, perché, allorquando si procede ad estrarre dal tutto il pezzo da lavorare, bisogna prevedere i possibili movimenti di assestamento.

E’ interessante approfondire tali movimenti. Quando lo squadro da costruire era parte di un albero tagliato in tavole, le sue fibre erano costrette dalle radici e dalla chioma a crescere nel tempo secondo le variabili dell’ambiente. Talvolta sono le caratteristiche del terreno, o la direzione del vento a determinare le curvature del tronco. La tendenza delle piante, si sa, è quella di crescere diritte verso la luce, ma il vento, specie se è costante e monodirezionale, facendo leva sulla chioma, obbliga il tronco a piegarsi e ad assumere, man mano che cresce, una forma che obbedisce agli agenti atmosferici.
Capita spesso che, quando si estrae il pezzo dal tutto, anche se la pianta è stata tagliata già da molto tempo, le fibre del legno, liberate dai vincoli delle radici e della chioma, reagiscono e tendono a raddrizzarsi modificando la forma del pezzo rispetto al disegno tracciato.
Se si è avuta l’accortezza di prevedere questo evento, sarà possibile ridisegnare la forma sul pezzo dopo che questo abbia vissuto il suo assestamento definitivo; diversamente l’artigiano avrà una inevitabile delusione, per aver voluto imporre i suoi rigidi disegni alla volontà della natura.

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Il legno, dopo il suo tempo di assestamento, va lavorato con rispetto.
Guai ad adoperare l’ascia o la pialla in strataglio (in gergo dei carpentieri, è quando usi un attrezzo tagliente senza assecondare le venature, le fibre del legno), si rischia di spaccare, scheggiare il pezzo, ritrovarsi con una superficie ruvida e sgraziata. Gli attrezzi vanno adoperati con perizia, assecondando le fibre; diversamente sarebbe come accarezzare un cane contropelo: il cane reagisce mordendo l’incauta mano, il legno reagisce rompendosi irrimediabilmente. Solo la sega o la raspa possono attraversare le fibre, ma l’uso “traumatico” di questi attrezzi deve avere una forte motivazione, eventualmente giustificata dall’esigenza di dover costruire un pezzo che, se vuole essere parte di una barca, si deve necessariamente assemblare con altri.
Il pezzo di legno estratto dal tutto, in gergo artigianale, è definito prima bozza.
Nel caso del Miglio d’Oro, si è trattato di proporre la prima bozza del disegno generale, di far interagire con esso le intelligenze locali, di individuare i pezzi d’opera (i progetti trasversali e puntuali) da assemblare e tenere insieme per dare forma e sostanza al disegno immaginato.

E qui veniamo al discorso di saper navigare nella turbolenza.
Così come la barca a vela naviga nella tempesta, abbiamo seguito la nostra rotta, nella turbolenza delle difficoltà di percorso.
Non abbiamo mai avuto il vento in poppa. Obbligati alla bolina stretta per risalire la corrente abbiamo usato tutti gli espedienti per stringere il vento il più possibile.
In qualche caso è stato necessario fare le maniche di terzaruoli, (riduzione della vela) in qualche altro si è dovuto mollare il fiocco e porsi con la prua al vento per evitare la scuffia. L’equipaggio, navigando, ha dovuto imparare che, quando si azzarda la bolina stretta, bisogna stare attenti a bordo, a non mettersi sottovento, a contrastare, con il peso del proprio corpo, la forza del vento che deve essere sfruttata in tutta la sua potenzialità motrice. »

Ecco, questo è un po’ ma solo un po’ di Osvaldo Cammarota, che poi tante cose non gli piace dirle, perché dice che è inutile stare lì a fare il  rappresentante delle cose che hai fatto, però io una la voglio raccontare, riguarda uno di quelli che negli anni ’80 gli voleva sparare, non in maniera figurata, «overamente», perché si occupava dei senzatetto ed era considerato un “controrivoluzionario” e che in seguito diventò per una fase uno dei suoi più appassionati collaboratori.
Volete sapere cosa gli disse Osvaldo quando l’amico si liberò del senso di colpa e gli confessò il tutto? Questo: «E mo’, lo hai capito che avresti fatto una stronzata?»
Ecco, questo è Osvaldo, che ama le cose semplici e il mare, che nel lavoro ha cercato il proprio modo di stare dalla parte giusta, quella che tiene assieme il fare e il sapere, la capacità di ascoltare e la voglia di comunicare. Si, questo lo ha fatto e lo fa sempre, perché come dice lui «non si può pretendere di calare il proprio disegno alle persone o ai contesti sociali in cui si opera. Il lavoro va fatto con Amore e con Umiltà, le persone e le cose con cui abbiamo a che fare vanno trattati con attenzione e rispetto. Abbiamo tanto da imparare e spesso sono proprio loro, le persone e il contesto, che ci suggeriscono le soluzioni.»

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P.S.
I due ritratti del luogo natio e di Osvaldo sono di Annamaria Cammarota.
Nella foto in bianco e nero in primo piano l’indimenticabile Sindaco di Napoli Maurizio Valenzi.
I pesci sono stati postati da Osvaldo su un social network con questo commento:
«Ieri non è andata male, ma non è sempre così.
Auguro a tutti un 2015 prospero, fecondo, sereno e … pieno di pesci (che per un pescatore significa “raggiungere risultati attesi”).»