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Rita che insegna e costruisce città

Che non tutte le lacrime sono un male io avuto la fortuna di scoprirlo presto, senza bisogno di Gandalf e de Il Signore degli Anelli. Una fortuna che mi sono in seguito guadagnato, resistendo agli sfottò e alle prese in giro, che già da piccolo ero grande e grosso e vedermi commuovere per la scena di un film, per un gesto d’amore o per un discorso appassionato doveva essere davvero uno spettacolo.
L’ultima volta, per adesso, mi è capitato Sabato 20 Dicembre 2014 mentre Rita Mazzocco raccontava di una sua esperienza giovanile con una classe di ragazzini considerati troppo turbolenti di una scuola elementare di Piazza Carlo III, a Napoli.
Trattati nell’unico modo che questi tipo di ragazzini merita, con amore, l’amore che provi per loro e l’amore che metti nelle cose che fai, i suddetti ragazzini avevano tirato fuori la loro unicità e così era nato il giornale di classe e così avevano vinto un premio e così il giorno della cerimonia si erano presentati tutti con grembiule, colletto e nastro perfettamente in ordine al grido di “la signorina ci ha messo l’onore in faccia e guai a chi si permette di presentarsi con un capello fuori posto”.
Ecco, a questo punto qui le lacrime si sono fatte più fitte, perché poi hai voglia di fare discorsi sul perché si rispettano o non si rispettano le regole, perché se hai voglia di cercarla, e di praticarla, la risposta è facile, come dimostra l’esperienza di Rita, e anche di Nico, che di lui magari vi racconto presto, e di tante altre, e altri, come Rita e Nico.
Lo so che lo sapete già ma io ve lo dico lo stesso che quando incontro persone come Rita non me le faccio scappare, e così le ho scritto e le ho spiegato brevemente cosa cerco di fare da queste parti, e così le chiesto di raccontarsi con le solite venti – trenta righe e così poi lei me le ha mandate, solo che non erano le solite, come potete leggere di seguito.

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«Ciao Vincenzo, chi sono e che cosa faccio non saprei dirlo bene, comunque niente di speciale, veramente. Ho un passato remoto vissuto tra le note del piano di mio padre, musicista compositore (forse conosci Indifferentemente) e il suo modo assolutamente inconsueto di essermi padre, travestendosi più che altro da mago dell’incanto costante, tra passeggiate e discese nei “burroni” del Bosco di Capodimonte a condurre esplorazioni e raccontare storie e incursioni traboccanti amore nei vicoli di una Napoli profondamente amata e nostalgicamente rimpianta per la perdita di quelle tradizioni che avevano permeato l’infanzia del mio papà. Infilarsi nei palazzi privati, fingersi allestitori di giardini per prendere l’aria buona di un vivaio ospitato nel cortile di uno di quegli incredibili palazzi di via Foria, dopo essersi già messi in pigiama, o alzarsi dal letto alle 11 di sera per andare a mangiare una sfogliatella a Porta Capuana e incantarsi alla vista delle “stelline per terra”, i frammenti di vetri impastati con l’asfalto che tappezzava il piazzale dell’allora stazionamento dei pullman diretti verso la provincia.

Ho un passato un po’ meno remoto come supplente, parola che mi piace di più di precaria, perché rende l’idea di un agire, di un essere utile, di un riempire un vuoto, laddove precaria disegna un desolante stato di bilico, il cammino sul filo teso tra l’esserci e lo sparire. Ho cominciato nelle elementari; la prima classe, quella di cui ho raccontato la sera del 20. Poi mi sono presa il titolo per il sostegno, ma non tanto per avere una chance di lavoro in più quanto per affrontare i miei mostri interiori, l’incontrollato disagio che provavo nel vedere un “diverso”, un “handicappato” (allora si chiamavano così, prima che l’ipocrisia delle parole fingesse di mitigare problemi, dolore ed emarginazione dietro l’altisonanza di un “diversamente abile”, che a me suona – mi si perdoni – vagamente, sebbene di certo involontariamente, beffardo). Così ho conosciuto e amato Rosetta, la bambina che aveva morso sul seno una maestra poco accogliente e che mi abbracciava fino a soffocarmi quando facevo la mia esperienza di tirocinante insieme alla sua insegnante di sostegno, che mi ha insegnato tanto. Ma questa è un’altra storia.
Ho imparato ad asciugare con naturale tenerezza la bava di Daniele, tetraplegico che passava molte ore di scuola dietro una lavagna. A far ridere Marco, con la sua passione per Disney (io ero Mary Poppins, con la mia borsa piena di cose per la quale invece i miei compagni del liceo mi chiamavano Eta Beta). Marco col respiro rauco che sentivi da un piano all’altro quando imboccava il portone di scuola, Marco morto a 12 anni perché, quella volta, la bombola d’ossigeno custodita tra gli arredi di casa non è bastata.
Insegno anche nel presente, anche se questa volta in una scuola superiore. Provo ad insegnare giocando, amando e cercando di smantellare molte paure che la scuola induce come autodifese di un sistema altrimenti fragile: i compiti, il voto, l’interrogazione.

Ecco, insieme a questo c’è la mia passione “folle” per tutto ciò che è casa e miniatura, che mi riconnette – forse -, alla bambina che la sera aspettava le storie che il suo papà le inventava fingendo di leggerle in un libro che sfogliava prima di andare a letto. Un patrimonio di creatività orale che solo, e solo in parte, la mia memoria custodisce e che con me se ne andrà. Con me se ne andrà anche Zarinia, la mia città. Zarinia è una storia lunghissima, più lunga di questo foglio che pure non finisce finché io non smetto di scrivere. Di lei mi sta a cuore dire una cosa soltanto: che non è una città di “bambole”, ma di personcine di legno che vivono seguendo i ritmi delle stagioni, delle festività, della mia vita. Quanto più lontano da un’esposizione, dunque.
Un’altra parte di me, se proprio non ti ho annoiata ancora, puoi trovarla su Zaritmac, per meglio dire nella scrittura che ho coltivato con tenacia sapendo di non essere io a scrivere storie, ma lei a scrivere me e che oggi non mi scrive più.
Cari saluti.
Rita»

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Ecco, questa è una parte di Rita raccontata da lei medesima. Io voglio aggiungere una citazione e una domanda retorica, voi però intanto ricordatevi che a un certo punto parlando del papà musicista compositore Rita ha scritto «… forse conosci Indifferentemente».

Questa è la citazione, da Testa, Mani e Cuore: «Salgo le scale e sento Libero che canta Indifferentemente, è diventato l’inno della nostra famiglia, ci accompagna da quando eravamo piccoli, papà ci andava pazzo, nella versione di Mario Abbate, poi sono arrivati Enzo Gragnaniello e Misia, ma tanto per noi il dado era già tratto. Apro la porta di casa giusto in tempo per «e damme ’stu veleno, nun aspetta’ a dimane, ca indifferentemente, si tu m’accide je nun te dico niente…», poi Libero attacca la parte strumentale come da spartito, mi guarda con l’occhio scugnizzo e finisce la canzone come deve finire: «indifferentemente, je voglio a te».

Questa infine la domanda retorica: Ma secondo voi tra decine di migliaia di canzoni com’è che Rita mi domanda se conosco proprio Indifferentemente?
No, no, per piacere, adesso non  dite che è un caso, perché la parola giusta è «serendipity».