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Le impalcature di Maria Giovanna

La mia storia di lavoro ben fatto con Maria Giovanna Romano inizia con un messaggio via Twitter: « … Anch’io avrei una storia …» e continua con la mail che le avevo chiesto di mandarmi dalla quale scopro che Maria Giovanna ha 54 anni, è romana, vive a Mantova da quasi trent’anni e restaura dipinti.
Ora uno si immagina che uscita dalla scuola di restauro si sia occupata di tele, tavole, statue policrome, e invece no.
«Lo ammetto, a me la vita da studio di restauro non ha mai appassionato, io volevo calcare le impalcature.
Per la verità, quando ero proprio ragazzina volevo diventare fisico nucleare, ingegnere spaziale, ma ero brava con i colori, con gli impasti, mi piaceva lavorare la creta, dipingere con le tecniche più strane, mi piaceva la storia dell’arte, e così a 16 anni ho scoperto che il restauro, insegnato a Roma all’Istituto Centrale del Restauro (oggi Istituto Superiore Conservazione e Restauro), coniugava le due cose, l’aspetto scientifico e l’aspetto artistico.»

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Galeotto sono stati un amico più grande che faceva il restauratore in Vaticano e la vista del cantiere dell’ICR ad Assisi, con tutti quei ragazzi e quelle ragazze sopra le impalcature: sarà questa la via del restauro di Maria Giovanna, costi quel che costi.
«E’ stato così che ho cominciato a prepararmi per superare l’esame d’ammissione, intanto che finivo il Liceo, non è stato mica facile, sono riuscita al secondo tentativo, avevo già 20 anni, ma ero felice, potevo cominciare i cantieri scuola con professori eccezionali e di grande preparazione e un Direttore, Giovanni Urbani, troppo avanti con i tempi per essere ascoltato; insomma una grande scuola, anche di vita e di passione.»

Dopo la scuola il lavoro, prima in gruppo, poi da sola, come piccola Impresa, e così arriva a Mantova, dove si ferma: marito, figli, lavoro.
«Ho sempre pensato di essere privilegiata, perché potevo guardare da vicino e toccare opere d’arte magnifiche, potevo capire come erano state fatte, come aveva lavorato una bottega, leggere le ingiurie del tempo. E questo privilegio non mi sembrava giusto tenerlo solo per me e gli addetti ai lavori, e da qui è nato il mio splendido rapporto con la Gazzetta di Mantova, che attenta al territorio e ai suoi tesori, mi ha appoggiato totalmente.»

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E così Maria Giovanna comincia a raccontare ciò che trova lavorando sulle splendide facciate della città, non ancora interamente studiate, non ancora presentate con l’ottica delle persone “normali”, che non devono essere per forza degli specialisti o degli studiosi per apprezzare la bellezza della propria città.
«Spesso, al mattino, davanti ai miei cantieri, ritrovavo gruppetti di anziani che spiegavano gli uni agli altri quello che avevo raccontato sul giornale il giorno prima. Avevo dei fans che mi chiedevano se era Mantegna o no l’affresco che avevo scoperto, se era dorata o meno una facciata. Che cosa magnifica. Mi ha sempre affascinato la possibilità di leggere sui muri un po’ bistrattati quella storia del lavoro e della sua organizzazione che i documenti non potevano raccontare, anche perché tanti di essi, con i Lanzichenecchi, sono andati perduti. E  quella scuola magnifica che ho fatto da ragazza mi ha anche fornito di occhi che riuscivano a vedere, attraverso situazioni quasi disperate, opere che, una volta restaurate si sarebbero dimostrate magnifiche.»

Perché sì, diciamolo, è bello vedere prima degli altri qualcosa, sapere che assisteranno, alla fine, a uno spettacolo meraviglioso anche perché per loro impensabile, e magari ti diranno “ci avevi visto giusto” e uno è contento.  Ma Maria Giovanna non vede solo prima degli altri, fa prima degli altri. Fa girare video professionali dei lavori e li proietta in pubblico, proprio sulle facciate interessate. Fa salire le persone sui ponteggi quando, circa 20 anni fa, non era mica una pratica comune. Fa il restauro virtuale per mostrare agli altri quello che nella sua testa già vedeva, e lo fa anche per trovare finanziamenti (1992). Fa laboratori di stucchi con i bambini delle elementari, lavorando come Giulio Romano, dal disegno alla malta (bambini che adesso sono ultraventenni e ancora si ricordano con amore di Giulio Romano).
«E poi, a Maggio del 2012, il terremoto. Anche a Mantova, non solo in Emilia. Un terremoto poco conosciuto, perché per fortuna non ha fatto vittime, e che però ha segnato profondamente il nostro territorio e i suoi monumenti più importanti. Vincenzo non ti nascondo che mi sono messa a piangere di fronte alla facciata ferita profondamente di una chiesa di provincia. Io ci passavo davanti tutti i giorni per andare in cantiere e adesso mi sembrava un gigante senza più forza. Ho sentito la necessità di fare qualcosa, non riuscivo a pensare che bisognasse aspettare una manna dal cielo che ci avrebbe messo più di due anni ad arrivare, e così ho pensato di organizzare una raccolta fondi per il Palazzo Ducale di Mantova. Non era ancora una pratica così utilizzata per i Beni Culturali, siamo stati penso tra i primi, su una piattaforma americana, Indiegogo, con quattro ragazzi contagiati dal mio entusiasmo e dalla voglia di dare un contributo, se pur piccolo, abbiamo iniziato la campagna per trovare fondi, con un video autoprodotto, e dedicando due mesi interi sui social per pubblicizzare l’iniziativa.»

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Hanno raccolto 6.000 euro da tutto il mondo, non era certo la cifra che avevano come obiettivo, ma era comunque abbastanza per essere investita in un restauro, nel Palazzo Ducale, assieme ad altri fondi, e condotta da Maria Giovanna con gli stessi ragazzi – restauratori.
«E’ una delle cose delle quali vado più fiera, perché è la dimostrazione che se vuoi fortemente una cosa riesci a contagiare con la tua passione qualcun altro e le cose si riescono a fare. Si, bisogna provarci, anche quando sulla strada trovi molti intoppi, perché la riuscita poi è ancora più emozionante.»

I suoi sogni di adesso? Non si ferma, continua a guardare avanti, alle collaborazioni, alle contaminazioni, alle stampanti 3D, ai ragazzi e alle ragazze a cui va a tenere seminari sul restauro certo, ma anche su quello che possono chiedere alla vita, su quello che possono e devono osare, sulla possibilità di poter coniugare lavoro/passione e famiglia.
«Stiamo sperimentando insieme a giovani startupper di Parma che hanno messo du un FabLab, integrazioni plastiche di cornici architettoniche reali (una cornice del mio cantiere attuale in Palazzo Ducale) realizzate attraverso riprese fotografiche, realizzazione di modello 3D virtuale, stampa del modello virtuale con stampante 3D. Addirittura dovrebbero riuscire, anche se non ne sono ancora certa, a portare il pezzo preciso da collocare nella lacuna, come fosse un mattoncino Lego, perché hanno fatto la ripresa della lacuna, quindi in 3D possono lavorare sul positivo e sul negativo. In più dovrebbero realizzare un “guscio” di cornice, che proveremo ad adattare alle zone dove manca. Vedremo, per me è la prima volta, ma sono contaminazioni importanti.
Io sono convinta che la curiosità, lo scambio, il cambio di visuale continua, anche nelle situazioni più difficili, facciano scaturire idee creative magnifiche. Insomma guardo ancora molto avanti, cerco di avere uno sguardo a lunga gittata, in tutte le direzioni, pronta a cogliere il nuovo e il buono che vedo comunque. Per i miei figli giovani. Per tutti i ragazzi e le ragazze che ho la fortuna di incontrare. Per me.»

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