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Claudia, la cameriera di poesia

Caro Diario, com’è che dice Amleto ad Orazio (Hamlet, 1.5.167-8)? Ah, si: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy”. Confermo. Nelle mie diverse vite ho incrociato mille e mille arti, e mestieri, mille e mille mani incallite, o anche no, e mai mi era capitato di incontrare La Cameriera di Poesia. È accaduto domenica scorsa, grazie al Simposio dell’Ozio Creativo promosso e organizzato da Francesco Escalona, architetto, cultore di miti, archeologia, paesaggio, bellezza, autore di Giallo Tufo, un viaggio nello spazio e nel tempo legato al patrimonio storico, artistico, paesaggistico, culturale, archeologico dei Campi Flegrei.

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Mancano pochi minuti alle 16:00 quando arriviamo al Giardino dell’Orco, sul lago d’Averno, come racconta Francesco ci troviamo nel “Giardino di Ade, luogo di produzione della mela annurca, ovvero della mala orcula: la mela dell’Orco, un luogo di piacere antico ma anche un luogo di dialogo, tra vigneti, cantine, e terme, un luogo di semina e raccolta di idee, un luogo di produzione, insomma.” Ci incamminiamo verso l’alto, meta del nostro incontro, e lì troviamo Claudia Fabris, sì, proprio lei, La Cameriera di Poesia, con il suo sorriso, il suo banchetto, le sue cuffie, i suoi menù. Perché si, trascorrono ancora pochi minuti e Claudia ci porge i suoi eleganti cartoncini accuratamente piegati dove troviamo la lista degli Antipasti (della casa, nel senso di poesie scritte da lei; classici, nel senso di Neruda, Montale, Esiodo, Barthes; contemporanei, nel senso di Sambati, Gatti), i Piatti (della casa, come sopra; classici, ancora Neruda e Montale ma anche Hikmet, Petrarca, Merini); contemporanei (insieme a Sambati e Gatti anche Turetta e de Luca),  Piatti Unici (della casa; classici, D’Annunzio e Breadbury), contemporanei (Gualtieri e ancora de Luca), Dolci  (in questo caso canzoni, tra gli altri di Bowie, de Moraes, Méndez, Tenco, Modugno). A parte c’è poi il Vocabolario, con una ampia scelte di parole che lei declinerà – definirà “a modo suo”.

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Lo posso dire che ancora non è successo nulla e già siamo emozionati? Sì, siamo, siamo, mica solo io, basta incrociare gli sguardi e ti accorgi che la magia del luogo, i racconti di Francesco che è una settimana che continua a ripeterci che sarà un’esperienza fuori dal comune, la dolcezza di questa ragazza padovana propagano nell’aria quell’emozione tipica di quando eri bambino e stavi per aprire i pacchetti sotto l’albero di Natale, o eri lì lì per spegnere la candelina per il tuo compleanno, che poi quando lo fai è bellissimo ma l’eccitazione che avevi prima già non c’è più. E invece questa volta no, nel senso che è stato così bello, ma così bello che io adesso davvero non le trovo le parole per descriverlo, perché alla fine ha sempre ragione lui, il poeta scrittore del mio cuore, Jorge Luis Borges, nel senso che “si può comunicare solo ciò che è condiviso dall’altro. Le parole presuppongono esperienze condivise. […] E’ come un sapore o un colore; se l’altro non ha visto quel colore o non ha percepito quel sapore le definizioni sono inutili.”
Non so voi, ma io penso che se uno racconta storie di #lavorobenfatto una persona così non se la può lasciar scappare, e così le ho chiesto di raccontarmi un po’ di lei e delle cose che fa.

“La Cameriera di Poesia è stata presentata al pubblico per la prima volta nella rassegna teatrale Contrappunti del Tam Teatromusica nel 2011 ed ha continuato poi a portare la sua ristorAzione nei  teatri, nelle chiese, nei musei, in riva al mare, in  parchi pubblici”. “Questa mia attività di ristorAzione nasce dal desiderio di nutrire lo spirito con la stessa cura con cui si nutre il corpo, offrendo la possibilità di ascoltare le parole incorniciate dal silenzio, esperienza rara al giorno d’oggi, dopo averle scelte dai menù proposti, esattamente come in un ristorante.
Come hai visto i miei ospiti hanno a disposizione delle cuffie senza fili, con una portata di 100 metri, attraverso queste i testi verranno serviti da una postazione con microfono, computer e mixer e la mia voce risuonerà nell’intimità dell’ascolto di ognuno come in una chiesa vuota dove la voce riverbera, per restituire alla parola la sua dimensione originale, poetica appunto, quella che aveva quando si credeva che le parole potessero davvero generare mondi”.

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“Quando ho ritrovato il ruolo della cameriera in teatro, dopo anni che non era più il mio lavoro, ho pensato di poter essere un’attrice migliore indossando la maschera della cameriera, una maschera dietro cui sono libera di agire e sparire per creare una relazione intima con il  cliente nel momento in cui ha bisogno di me per nutrirsi. Mi piace essere il tramite tra una persona e il cibo, è una situazione in cui gli esseri umani si rilassano e aprono un varco nelle loro barriere di difesa. Amo cucinare, un menù intero propone solo testi della casa, i miei appunto, ma nel porgerli non ho saputo immaginare nulla di più adatto della figura di una cameriera, che è lì per servire, per farsi strumento, perché è il suo lavoro e lei sparisce dietro quel ruolo, non ha bisogno di apparire, come spesso fanno gli attori. Ciò che conta è quello che deve fare: aiutare gli ospiti a nutrirsi scegliendo ciò che più desiderano dal menù, mettendoli nella condizione di poterne godere appieno. E dato che il cibo in questa performance sono le parole, i testi poetici,  il mio lavoro consiste nel mettermi il più possibile al servizio di quelle parole, farmi attraversare, non interpretarle ma piuttosto lasciarmi suonare esattamente come se fossi uno strumento musicale”.
“Vincenzo – mi ha detto alla fine -, se posso dirlo io sono una cameriera a doppio servizio, dei clienti e delle parole”. “A proposito – ha aggiunto subito dopo -, lo sai che la parola Poesia deriva da un verbo greco che significa creare, agire?”.
No, non lo so – ho risposto-,  anzi non lo sapevo che adesso lo so perché me lo hai detto tu. So però che le parole sono importanti, l’ho imparato da Ludwig Wittgenstein, da Jacques Derrida e da Eduardo De Filippo. So anche che senza le parole non potremmo avere accesso al mondo e alle cose del mondo. E so soprattutto che le parole possono essere usate per dare dolore e per dare felicità.
“Che dici, perché non concludiamo così, con la parola felicità? – le ho detto ancora -,  la felicità che ci hai regalato tu, Claudia, La Cameriera di Poesia, nel Giardino dell’Orco, il  pomeriggio di un’estate ormai declinante che resterà a lungo nei nostri cuori”.
“Più che felicità – che quella è importante che l’abbia vissuta tu, Vincenzo, che la vivano le persone che di volta in volta ascoltano le mie poesie -, la mia parola è entusiasmo, nel senso letterale di “il Dio dentro”, “piena di Dio”. Che dici, va bene lo stesso?”
Entusiasmo: “[…] stato d’animo attivo, centrato e sorridente che schiude l’infinita realizzabilità dei sogni.” Sì, direi proprio che va bene lo stesso.
(Le foto sono di Cassandra Cumana – la prima e la terza – e di Grazia Coppola – la seconda -.)

P.S. del 25 Novembre 2016
Caro Diario, questo l’ha scritto ieri sera Claudia sulla sua pagina Facebook. Quello che penso io è che se non hai la poesia nel cuore e nella testa non la puoi scrivere una cosa così bella, e dunque non la puoi neanche vivere.
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«Domani lascio Palermo per Napoli, dopo circa un mese.
Sto per mettermi a fare le valigie, chi mi conosce sa che questa è la parte fragile della mia vita, la partenza, e l’arrivo, un grande sforzo mentale e fisico, considerando la quantità di cose che mi porto nella magnifica golf del 1989. Per la prima volta qui a Palermo, andando in un campo nomade, ho capito la radice del mio muovermi: io non sto viaggiando, io sto vivendo.
E lo faccio in molti luoghi, c’è una radice gitana, zingara, in questo vivere, un nomadismo gentile, si potrebbe chiamare.
Solo uno zingaro potrebbe guardare la mia macchina e capire annuendo perchè porto sempre con me una macchina da cucire, una pentola a pressione, i coltelli di ceramica, un copriletto di velluto di seta rosso, la bombola d’elio, le pinne, le scarpe da montagna, le luci di natale e molto altro che non potete immaginare. Quando un occidentale guarda la mia macchina sorride, o meglio, giustamente ride, ma soprattutto dopo poco inizia a dirmi che devo imparare a viaggiare con meno, perchè non ha senso tutta quella fatica, perchè c’è un attaccamento al superfluo.
E avrebbe ragione se io stessi viaggiando, ma io non sto viaggiando, questa è proprio la mia vita, la vivo in molti luoghi e mi sposto e mi piace vivere ed essere felice e coccolarmi per quanto posso e se devo dormire in terra come è accaduto spesso, lo faccio volentieri in un letto apparecchiato con le mie lenzuola di pizzo antiche trovate a Siracusa e il copriletto di velluto di seta rosso che a dormirci dentro è un’esperinza quasi erotica, perchè non devo portarmi il minimo indispensabile per sopravvivere, ma il massimo possibile per godermela questa vita e in realtà dipende solo da me la scelta, come ogni zingaro ben sa.»

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