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Elogio della bellezza

Caro Diario, confesso che non lo sapevo, come del resto mi capita con molte cose nella vita, ma ora che l’ho scoperto sono troppo contento. Cosa ho scoperto? Che esiste una connessione anche etimologica tra l’idea di bello e quella di bene, data dal termine latino bellus, “bello”, che è il  diminutivo di una forma antica di bonus, “buono”.
Perché sono troppo contento? Perché penso che la bellezza possa essere, per l’Italia, l’occasione (nel senso di tempo giusto, di kairos) per allungare l’ombra del futuro sul presente, per cogliere le opportunità e moltiplicarle, per “fornire una diversa struttura portante” e ricollocare in “un nuovo sistema di relazioni reciproche” le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate alla crescita.

Sì amico Diario, mi piace pensare alle connessioni tra il “fare bene le cose” e il “fare cose belle” come ai sintomi, ai signa prognostica, di una possibilità, quella di tornare a regalare al mondo cultura, innovazione, futuro.  Mi piace pensare i maker, gli startupper, gli artigiani, i lavoratori, gli imprenditori italiani come esploratori dei segni del tempo (di internet) impegnati a realizzare il Rinascimento 3.0 del nostro Paese, dove Rinascimento è Rinascimento e 3.0 è un approccio, un modo di istituire contesti, di pensare e di fare le cose che si fonda su quattro azioni condivise: apprendere, ascoltare, comprendere,  comunicare. Mi piace pensare che per questa via i tanti casi di eccellenza Made in Italy possono farsi sistema, diventare norma, determinare la svolta, il cambio di passo di cui ha bisogno il Paese. Mi piace pensare che tutto questo sia possibile perché prima, nel frattempo, sono state fatte alcune scelte di fondo, te le cito  per titoli, con l’impegno a tornarci su in maniera più approfondita:
1. Investire nella scuola, nella formazione, nella conoscenza.
2. Dotare il Paese di una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica.
3. Mettere al centro del nuovo corso le città, i distretti, i territori.
4. Promuovere la cultura d’impresa, a partire dalle generazioni più giovani.
5. Incentivare e sostenere la transizione delle PMI verso l’economia digitale.
6. Definire modelli di partecipazione tesi a sostenere l’innovazione a livello locale.

Detto in estrema sintesi la mia tesi, per meglio dire la tesi che sostengo, è quella che scommette sull’asse #farebenelecose e #farecosebelle affinché le città intelligenti, le città digitali, le città smart possano avere nel nostro Paese caratteristiche e potenzialità senza eguali al mondo. Quella che individua nella connessione forte tra internet delle cose, internet dell’energia e innovazione da un lato, città, distretti e territori dall’altro, la leva in grado di innescare la svolta sul terreno della capacità competitiva, dello sviluppo e della crescita economica del Paese, la molla capace di attivare il general intellect e di avviare il nuovo corso italiano. Quella che ritiene debba essere questo il terreno sul quale si forma e si misura la nuova classe dirigente italiana.

Secondo me ce la possiamo fare. Ce la possiamo fare perché siamo il paese di Lorenzo de’ Medici, di Leonardo da Vinci, di Raffaello che impara l’arte nella bottega del padre, questa è storia, e la storia fa la differenza quando devi fare futuro. Perché siamo la nazione che ha il maggior numero di presenze, 50, nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità stilata dall’Unesco. Perché non esiste al mondo altro paese che possa vantare così tante città, grandi, medie e piccole, e così tanti distretti e territori, con così tanta storia, identità, cultura, paesaggio, beni ambientali e culturali (il 31% delle ricerche online dedicate all’Italia riguarda questi beni), tradizioni produttive e artigianali, brand famosi nel mondo, come l’Italia. Perché lo abbiamo già fatto, lo stanno già facendo le tante imprese e territori italiani – non solo nel fortino delle 4F – Food, Ferrari, Fashion e Family -, che anche nella crisi hanno trovato il modo di crescere, valgano per tutti i variegati mondi delle startup e delle energie rinnovabili.
Sì, ce la possiamo fare, abbiamo le credenziali giuste, dobbiamo però saperle trasformare in affidabilità, credibilità, reputazione, risultati.

Per me il messaggio è: ripensare le città, i territori, i distretti industriali, sociali, culturali italiani come tanti hub da riorganizzare, rigenerare, rivalorizzare alla luce delle opportunità offerte dall’internet dell’energia e dall’internet delle cose; cominciare a farlo concretamente, valorizzando le nostre risorse storiche, culturali, ambientali, naturali, produttive.
Fare bene le cose, fare belle le cose. Lo facciamo da secoli, in ogni angolo del mondo. È l’ora di farlo diventare il tratto distintivo del lavoro italiano, il valore aggiunto del sistema Paese, il nostro vantaggio competitivo nel mondo.

Si può fare. Si fa. Partendo da ciò che l’Italia sa e sa fare. Dal valore che sa dare al lavoro, alla creatività, all’innovazione. Dal suo amore per la bellezza. Dalla maniera in cui si racconta e si rappresenta. Dall’importanza, dalla necessità, dall’urgenza di fare bene le cose perché è così che si fa. Dalla valorizzazione delle culture, delle storie, delle competenze che da secoli caratterizzano il lavoro, l’impresa, il territorio italiano. Per fare dell’Italia un Paese più capace di condividere una visione, di innovare, di competere, di attrarre, di internazionalizzare. di creare opportunità. Un Paese con più rispetto di sé. E che crede di più nel suo futuro.
#Bellézza. E #lavorobenfatto. E l’Italia va.
romano3