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Secondiglianers – Gente di Secondigliano

Caro Diario, ho pensato di mettere assieme una serie di racconti sul filo dei ricordi, della fiction e e della realtà. Ho pensato da tanto tempo di intitolarli Secondiglianers – Gente di Secondigliano, forse un giorno finiranno in un libro ma forse anche no, intanto buona lettura.

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2 Agosto 2021
IL CAPPOTTINO RIVOLTATO
Portò la piccola poltrona sul balcone e si mise comodo a guardare il mare.
Non lo faceva spesso, gli mancavano il tempo e l’occasione, però quando capitava il suo tempo se lo prendeva, gli piaceva passare un’ora o anche due in modalità “vuoto a perdere”, con la testa senza pensieri, nel senso di senza pensieri impegnativi, perché qualcosa la doveva pensare per forza, anche adesso che aveva quasi 70 anni non era capace di non pensare a niente, persino per addormentarsi doveva pensare a qualcosa, altrimenti erano guai.
“Sono stati tempi così”, si disse come parlando tra sé e sé. “A che serve dire se sono stati meglio o peggio, come si fa a fare certi paragoni, del resto non è che avevamo alternative, era così e basta”.
Seguì la scia della nave mentre lasciava il porto, poi se lo disse di nuovo a voce più alta, “era così e basta”, e allora Domenico gli si avvicinò e gli chiese “nonno, che cosa era così e basta?”.
“Era così e basta la nostra vita.”
“Che vuoi dire nonno?”
“Ti faccio un esempio. Tu adesso hai 10 anni, hai mai pensato di essere povero?”
“Si, quando avevo 7 anni, in seconda elementare.”
“E perché lo hai pensato?”
“Perché in tutta la scuola noi eravamo gli unici che non avevamo l’automobile.”
“E come è andata a finire?”
“La sera quando è venuto papà glielo ho detto e lui mi ha spiegato che non eravamo poveri, che l’auto non l’avevamo per scelta, perché abitiamo sulle scale e l’automobile non serve.”
“Perfetto, io invece in vita mia non ho mai pensato di essere povero, non mi sono mai sentito così, forse perché anche gli altri erano come me, forse perché la televisione teneva solo un canale, vai a saperlo.
No, non mi sono sentito povero quando stavamo a via Salvatore Girardi, una stanza a piano rialzato di meno di 20 metri quadrati, fornello e gabinetto compresi, dove vivevo con i miei genitori, mio fratello e zia Giovannina, una zia di mio padre. E ancora meno mi sono sentito povero a via Cupa dell’Arco, un bel primo piano, stanza più grande e balcone sul campo del Secondigliano. Non ti dico quando poi ci siamo trasferiti nel quartino al Corso Italia, lì ho capito che il peggio era passato, anche se forse il nostro era un miglioramento percepito più che reale, perché una stanza stava sempre chiusa perché era quella degli ospiti anche se a casa non veniva mai nessuno, una stanza era la camera da letto dei miei genitori e l’ultima stanza, però quella più grande, dovevo condividerla con i miei due fratelli e mia sorella.”
“Nonno, erano altri tempi, i paragoni non si possono proprio fare.”
“È quello che sto dicendo. Ti faccio un altro esempio.
Negli anni 60 i jeans con le pezze per nascondere gli strappi erano una necessità, oggi si spendono 100 e anche 150 euro per comprare jeans strappati o con le pezze, purché fossero di marca.”
Noo, si campava normali a prescindere, a volte felici e a volte no come nelle vite vere, l’importante era andare in giro puliti, tutto il resto veniva dopo. Certo, poi ognuno teneva i propri scheletri nell’armadio, quello di Gennaro era il cappottino rivoltato, che quello davvero non l’ho mai potuto sopportare.

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25 Luglio 2021
LE TRE MANI DI COSIMO

Pioveva a zeffunno. Persino i pochi fortunati che non avevano affondato i piedi in qualche pozzanghera avevano i pantaloni bagnati fino al ginocchio, insomma era una sera che il Padreterno si era stancato di togliere acqua da terra.
Uscito dalla funicolare, Crescenzo percorse via Santa Brigida e il piccolo tratto di via Verdi con un solo pensiero nella testa, quando girò l’angolo e lo vide ringraziò la Madonna dell’Arco e fece a passo spedito gli ultimi metri. Arrivato nei pressi della porte posteriore salì uno scalino, chiuse l’ombrello ed entrò. “Comme dicette ‘o scarrafone, per me po’ chiovere ‘ngnostra”, “Come disse lo scarafaggio, per me può piovere inchiostro”, pensò, e si diresse verso il posto vuoto per sedersi.
Adesso non voglio esagerare, ma a quei tempi trovare l’autobus 111 Nero pronto allo stazionamento era veramente una rarità, e quella sera lì restare anche solo 10 minuti sotto l’acqua ad aspettarlo avrebbe significato passare dalla modalità “cchiù nera d’a mezzanotte”, più nera della mezzanotte, alla modalità “ti sì fatto comm’a ‘nu purpetiello”, “sei bagnato come un polpo”.
Si era appena seduto quando si senti toccare sulla spalla sinistra.
“Crescè!”
Si girò e vide l’amico.
“Uè Cosimo”, disse.
“Buonasera Crescenzo, ma tu che ci fai qua?”
“Sono stato a casa della mia fidanzata, abita al Vomero.”
“Ah, tieni la fidanzato del Vomero, bravo.”
“Cosimo, avere la fidanzata del Vomero è un caso non un atto di bravura. A te ti piace una ragazza, ti dichiari, lei ti dice di sì e poi a un certo punto scopri che è del Vomero, non è che tu le chiedi ‘scusa, sei del Vomero?’ lei ti risponde sì e allora tu le dici “senti, tu mi piaci, ci vogliamo mettere assieme?”
“Vabbè Crescenzo, però intanto ti sei piazzato, per uno di Secondigliano non è facile fidanzarsi con una del Vomero.”
“Cosimo, non ti smentisci mai. Ma che discorsi sono, che significa ti sei piazzato; mi devi credere, certe volte mi sembri un troglodita, ‘a capa a tiene pe’ spartere ‘e recchie, la testa la tieni per tenere separate le orecchie.”
“Non cominciare a usare parole difficili Crescè, troglodita non so che cosa vuol dire, ti avevo fatto un complimento, non un rimprovero. Comunque spero che sia anche una bella guagliona, come sai a me mi piacciono le ragazze, c’aggia fa, è più forte di me.”
“Cosimo, le ragazze piacciono a tutti, a te non è che ti piacciono, tu sei fissato, non stai bene, pensi sempre alla stessa cosa.”
“Scusa, ma secondo te a che devo pensare?”
“Meglio che lasciamo perdere, tanto è tempo perso, dimmi piuttosto che ci fai tu qui a quest’ora con quest’acqua.”
“Sto tornando dall’ippodromo di Agnano.”
“L’ippodromo di Agnano? Con questo diluvio? E a fa’ che?”
“Crescè, nun era ‘na guagliona normale, era ‘nu femmenone.”
“Ma per piacere Cosimo, non dire fesserie.”
“Te lo giuro Crescenzo, è tutto vero. Pensa che a un certo punto non ho capito più niente, con un mano mantenevo l’ombrello, con una mano le ho slacciato il reggipetto e con un’altra mano …”
“Co’, vedi che stai già a tre mani.”
“Crescè, e allora? In quei momenti lì tutte le forze di un uomo si moltiplicano e tu ti metti a pensare a tre mani e a quattro mani, come se fosse un problema, ma famme ‘o piacere, nun te voglio dicere cchiù niente.”

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22 Luglio 2021
ZIA NUNZIATINA

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28 Novembre 2020
DON PASQUALE E SIGNOR MORETTI

Caro Diario, è da un po’ che nelle quotidiane conversazioni via chattarella con Riccardo parliamo di suo nonno Pasquale. A volte lo spunto è il libro, altre volte sono vecchie storie di famiglia, altre ancora i modi di dire di mio padre, cose come “10 a mettere e 10 a levare fanno 20″. Cosa vuol dire? Che se per esempio tu dicevi, “ho trovato mille lire”, lui rispondeva “buono, 1000 a mettere e 1000 a levare fanno 2000″, con me che lo guarda vo perplesso e pensavo, senza dirglielo, “ma perché fanno 2000 se io ne ho trovate solo 1000?”.
A seguito di queste nostre chiacchiere, un paio di giorni fa ho trovato nella chattarella questo messaggio di Riccardo: “Pà, mi è appena venuta in mente un’altra applicazione del fatto del nonno di mettere e levare, tipo, se dormi 6 ore e 10 minuti, puoi dire meglio 10 in più che 10 in meno, in questo modo c’è uno scarto di 20″.
Che ti devo dire amico mio, il fatto che il quasi ingegnere ci sia ritornato su mi ha fatto piacere, e quando poco dopo ho visto un articolo che segnalava gli investimenti dell’Enel nelle energie rinnovabili glielo ho mandato.
Ieri sera, quando ci siamo visti, ne abbiamo parlato, e a un certo punto devo aver fatto la stessa espressione di Archimede quando faceva una scoperta nei giornaletti di Topolino, perché per la prima volta in vita mia ho pensato “Marò, ma questo Riccardo potrebbe andare a lavorare anche all’Enel. Viciè, ma te lo immagini tuo padre, dovunque sta, quello che si fira (è capace) di fare?”.

Quando Riccardo mi ha chiesto “Pà, che succede”, gli ho detto il fatto, inframezzato da mille parentesi per spiegare che non volevo mettergli nessuna pressione, che la vita è sua e decide lui che fare, ma mentre parlavo mi sono ricordato che c’è una cosa che non ho mai scritto nei miei articoli o nei miei libri, riguarda la storia di quando sono stato rimandato all’istituto tecnico.

Come dici? Il fatto che sono stato rimandato e che mio padre nei fine settimana mi faceva fare il manovale vicino a lui l’ho raccontato già un sacco di volte? Questo è vero, ci sta pure nel libro sul lavoro ben fatto che ho scritto con Luca, ma ciò che non ho raccontato è quello che viene prima, il perché mio padre ci teneva tanto che facessi l’istituto tecnico, e perché io sono stato felice di seguirlo, perché a 14 anni non ancora compiuti mica lo sapevo che la scuola adatta a me era il liceo. Ma lo sai che pure il medico di famiglia, il dottor Cuozzo, ogni volta che veniva a casa diceva a mio padre che doveva mandarmi a una scuola professionale o al massimo un istituto tecnico? Visto? E vedi che a casa nostra non lo sapeva nessuno che Pietrangeli aveva già scritto Contessa, e anche se lo avessimo saputo sarebbe stato lo stesso, perché insomma l’operaio che vuole il figlio dottore non era papà, al massimo ingegnere, ‘ndranghete (rumore metallico teso a sottolineare che siamo tornati al punto), però più avanti si sarebbe redento, quando ha accettato che diventassi “sozologo”, ma questo nel libro ci sta, perciò torniamo al punto.

Allora amico Diario, ti ricordo che la maggior parte delle sere, a tavola, a casa Moretti, o si parlava dell’Enel o si parlava di scuola, ed era meglio se si parlava dell’Enel, perché ogni volta che si parlava di scuola finiva male per noi, alla voce scuola papà era incontentabile, ma dato che questo te l’ho raccontato già procedo oltre.  Alla voce Enel uno degli argomenti più gettonato era il fatto che  i tecnici erano chiamati per cognome preceduti da Signor, per esempio Signor De Rosa, Signor Valle, Signor Parascandolo ecc., mentre invece gli operai erano chiamati, ma solo quando avevano una certa età e il rango di caposquadra, con il don, per esempio don Pasquale, don Raffaele, don Cosimo e così via discorrendo.
Questa cosa non gli andava giù. “Ma come”, questo il suo argomento principale, “arriva ‘nu muccusiello (un giovincello, diciamo così, letteralmente uno che ha ancora il moccio al naso) di 20 – 21 anni che non sa fare niente, e solo perché tiene il diploma è un mio capo e lo devo chiamare pure Signore, mentre lui a me, che come capacità non me lo vedo proprio, mi chiama don Pasquale, quando è educato, perché altrimenti mi chiama Pasquale e basta.”

Il passo successivo, caro Diario, lo possiamo sintetizzare così: “Gagliò, bello ‘e papà, tu devi andare all’istituto tecnico, ti prendi il diploma, fai il concorso all’Enel, lo vinci, e ti devono chiamare Signor Moretti, che poi tu dato che sei figlio a me quando vai a lavorare le cose le sai fare, perché io te le imparo (te le insegno nella lingua paterna)”.
Capisci amico mio? Insieme al fatto che a casa Moretti, nel 1969, quello che diceva mio padre era legge, c’era anche il fatto che ero investito di una missione; adesso dimmi tu come avrei mai potuto anche solo pensare di cambiare il mio destino.

Il resto lo sai, perciò non mi dilungo, ti lascio con due piccoli pensieri generali e incerti. Generali perché sono generali, incerti perché non sono sicuro, ho bisogno di pensarci ancora su, in particolare sul secondo, però intanto sento il bisogno di condividerli con te.

Il primo segnala che nella società liquida, che rispetto a quella solida ha tanti limiti – anomia, incertezza, insicurezza, perdita di identità, le pensioni che chissà se ci saranno, ecc. – ci sono anche cose che funzionano meglio di come funzionavano prima, per esempio l’idea di lavoro come autodeterminazione di cui parla Jepis in Parole Forgiate, la possibilità di imparare a fare e a pensare che è molto più ampia e accessibile di come era prima,  il fatto che i “titoli” contano un poco di meno e le “capacità” un poco di più, che è solo un inizio, ma non è male.

Il secondo suggerisce che tra le cose a cui bisognerebbe ridare valore c’è l’autorevolezza e anche un poco pochino l’autorità o, se ti piace di più, il rispetto dei ruoli. Non so come dire caro Diario, al tempo in cui ero ragazzino io il padre teneva ragione a prescindere, e questa cosa sicuramente non era il massimo, non c’era mai un vero confronto, alla fine, almeno con mio padre era così, o teneva ragione lui o teneva ragione lui, e non era facile. Però era formativo, perché questo gioco ti insegnava a impegnarti e a lottare per ottenere qualcosa, ti insegnava a ribellarti, a uccidere il padre come aveva scritto Freud, ma chi lo conosceva il vecchio Sigmund a quei tempi, ti insegnava a prenderti le tue responsabilità e anche ad accettare le conseguenze della tua ribellione, che almeno a casa Moretti le conseguenze non mancavano mai. Invece adesso? Il genitore amico, l’insegnante che non sia mai sgrida il ragazzo che quello è molto sensibile, i politici che sono tutti una schifezza, insomma i punti di riferimento di questi ragazzi chi sono?

Te l’ho detto, i miei pensieri sono incerti, come vedi ci stanno un sacco di punti interrogativi, ma se pure dovessimo decidere che va bene così, forse conviene che ci ragioniamo sopra, questa cosa di procedere con la marcia automatica innestata non mi convince, e qui non sono incerto, sono sicuro, vabbè diciamo quasi.