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Gente di Secondigliano

Caro Diario, ho pensato di raccontarti un po’ della mia Secondigliano, quella che va dal 1960, avevo 5 anni, al 1980, quando ne avevo 25, mi sono sposato e sono andato a vivere al Petraio, sulle scale che portano a San Martino. Spero ti piacciano, sono piccoli racconti sul filo dei ricordi che mettono insieme fiction e realtà. Insieme ai miei, troverai anche quelli di chi, come Antonella Perrotta, ha deciso di condividere una propria storia. Buona lettura.

9 Novembre 2021
‘A MADONNA T’ACCUMPAGNA

A via Cupa dell’Arco quando tornava papà dal lavoro e ci si metteva a tavola per mangiare era una festa, non per quello che mangiavamo, che da quel punto di vista c’era poco da festeggiare, ma per la porta aperta. La nostra era la prima casa sul ballatoio al primo piano, proprio di fronte al campo del Secondigliano, e in quegli anni si tornava dal lavoro più o meno tutti alla stessa ora, e papà a ogni passaggio di un vicino salutava – “don Luigi, don Antò” e così via discorrendo – e aggiungeva “venite a mangiare con noi, favorite”, ricevendo in cambio l’immancabile “buon appettito a voi e alla vostra famiglia, don Gennà“. Ricordo che era pure divertente, perché ad ogni invito mamma, la saggia adorabile contadina nostra, gli diceva “zitto Gennà, cà si chille veneno overamente nun tenimmo niente“.
Eh sì, funzionava così. Porte aperte a Secondigliano; è vero, poi sarebbe cambiato, ma dove non sarebbe cambiato? Vabbé, ma io questo racconto non l’ho scritto per questo, ma perché voglio raccontare il rapporto con Dio, la Madonna e i Santi della gente semplice come i miei genitori.
Per fare un esempio, quando papà, prima di uscire per andare al lavoro, diceva “buon giorno“, dopo che ci aveva baciati uno per uno, moglie e figli, tutti i presenti in casa dovevano rispondere “‘A Madonna t’accumpagna“. Altrimenti lui rimaneva fermo sulla porta, immobile, come una statua. E se passava troppo tempo, poiché lui non aveva tempo da perdere, si arrabbiava forte e se ne andava con un cattivo umore che gli rimaneva attaccato fino alla sera, però solo fino a quando tornava a casa e ci abbracciava e ci baciava uno a uno. Direi che a quei tempi le cose procedevano con un certo ordine, con una certa ripetitività, si capiva meglio quale era la causa e quale era l’effetto delle cose che si facevano.
Immaginatevi, ma è solo un altro esempio, una giornata di pioggia a zeffunne e poi me e mio fratello Mario piccoli d’età ma con i nostri nasi già pronunciati, ma sì, diciamo pure nasoni, premuti sul vetro della finestra della cucina a ripetere sei, sette, dieci, venti volte: “Madonna nun fa chiovere, che papà è ghiuto fora, è ghiuto cu’ ‘e scarpe rotte, a Madonna ‘e Piererotta, rotta ruttella, ‘a Madonna cu’ ‘e scarpuncielli, stella stelluccia, ‘a Madonna cu’ ‘o cappelluccio“.
Papà da lì a poco sarebbe tornato da lavoro, avrebbe fischiettato per avvisarci che era l’ora di uscire sul ballatoio e correre ad abbracciarlo, e noi accompagnavamo così il suo ritorno, con la nostra cantilena propiziatoria inframmezzata da poco convinti “Giusè guarda”, “Nicò guarda”, “chiove cchiù poco”.
Non ve l’ho detto ancora ma papà è stato fujente, devoto della Madonna dell’Arco, uno di quelli che andava in giro, scalzo, vestito di bianco, fascia azzurra, statua della Madonna in spalle, che urlava e intonava canti e preghiere, agitava il fazzoletto bianco con le monete per invogliare i passanti a lasciare il proprio obolo alla Madonna.
Ricordo ancora quella vecchia foto nella quale siamo ritratti io e i miei fratelli, mia sorella non era ancora nata, mamma e la nonna nella parte posteriore di una vecchia Ape Piaggio che papà si era fatto dare in prestito, con i cappellini con in punta la spilletta della Madonna dell’Arco, sorridenti, felici di aver visto la festa del lunedì in Albis al santuario della Madonna dell’Arco, orgogliosi del fatto che quando papà era più giovane anche lui era entrato vestito di bianco in chiesa e si era buttato faccia a terra. E ricordo anche che a casa nostra quando papà metteva, dopo il mannaggia, la Madonna dell’Arco (non ne vado fiero naturalmente, ma la verità è che la bestemmia a quei tempi era abbastanza comune) era il terrore, perché significava che papà era arrabbiato nero e che la punizione sarebbe stata esemplare, fosse anche solo per l’oltraggio che aveva fatto alla Madonna di cui era devoto.
In quegli anni era così, non voglio dire che era più bello o più brutto, era semplicemente così, a volte anche nel rapporto con Dio, la Madonna e i Santi.

29 Agosto 2021
LE CANOTTIERE DI DON FERDINANDO

Fumava don Ferdinando, fumava assai. Come si diceva a quel tempo a Secondigliano, una appiccia e ‘n’ata stuta, una ne accende e un’altra ne spegne. Donna Titina se la ricorda ancora la sera in cui il lenzuolo prese fuoco, il marito si era addormentato con la sigaretta accesa in bocca, per fortuna che lei se n’era accorta subito, perché altrimentti chissà come sarebbe andata a finire. Del resto se uno non smette quando, ancora giovane, gli tolgono un pezzo di stomaco, o quando stava perdendo le corde vocali, come vuoi che si fermi quando è diventato vecchio; ci sta chi spera di morire nel sonno e chi tra le braccia di una bella donna, don Ferdinando avrebbe voluto morire così, con la sigaretta in bocca.
La sua specialità? La canottiera con la presa d’aria. Parlo delle canottiere canottiere, quelle di una volta, con le spalline e le costine strette. Proprio così, fosse vissuto in questo tempo dove gli indumenti con i buchi vanno di moda avrebbe potuto  brevettarla, anche perché i buchi che si faceva con la cenere delle sigarette che gli colava addosso erano rigorosamente fatti a mano, anzi no, a bocca, non stavano mai nello stesso posto e non erano mai della stessa grandezza. Ogni canottiera un capo unico, pure la griffe avrebbe potuto essere quella giusta, DFU, Don Ferdinando Underwear, che sciccheria. Ma sì, ai giorni nostri le canottiere di don Ferdinando avrebbero potuto avere un successone, aveva creato anche la versione con le chiazze colorate, basta che pitturava una parete, una porta, un cancello e la sua canottiera assumeva le tonalità di colore più diverse.
Un uomo irascibile e incompreso, don Ferdinando. Ricordo che il suo secondo figlio, il prof. Mario, lo metteva in croce, “papà, questa è bellissima, sembra una tela di Lucio Fontana”, che per fortuna lui le uniche fontane che conosceva erano quelle che installava quando ristrutturava le cucine e i bagni dei suoi capi, perché poi spesso è così che i professori diventano professori, con la fatica e i sacrifici dei loro genitori. Chissà se in Paradiso don Ferdinando fuma ancora.

29 Agosto 2021
DON SALVATORE ‘O SCARPARIELLO
di ANTONELLA PERROTTA

A Secondigliano quelli che lo conoscevano lo chiamavano tutti così, don Salvatore o scarpariello, ma per Annarella era solo Nonno Salvatore, per non dire papà, perché come tale aveva cresciuto lei e i suoi due fratelli, rispettivamente di tre anni, due e uno, dopo che il padre biologico li aveva abbandonati insieme alla madre, la figlia di don Salvatore.

C’era chi diceva che dovevano andare in collegio, e la madre a lavorare, ma nonno Salvatore no, lui figlia e nipoti se li riprese in casa, nonostante gli altri tre figli e i salti mortali che avrebbe dovuto fare per portare avanti la baracca. 
Da quel momento Annarella non aveva conosciuto altra persona più buona, più gentile e più altruista al mondo. Nonno Salvatore lavorava fino a tardi aggiustando scarpe vecchie per non far mancare niente a figli e nipoti, a volte neanche il superfluo.
Aveva un cuore grande e bello il nonno di Annarella, aiutava chiunque entrava nella sua piccola bottega, grazie a lui erano potuti crescere felici anche senza padre.
Annarella non si era stancata mai di ringraziarlo per aver insegnato, a lei e ai suo fratelli, la vita, per aver dato loro cibo e cultura, facendoli studiare, accompagnandoli all’altare come se fosse la sua ultima missione.
Se n’è andato in cielo solo quando, insieme ai figli, anche Annarella e i fratelli hanno costruito il loro futuro e le loro famiglie. Ancora oggi nella via, quando si parla di persone semplici, sincere, di vero cuore, pensano tutti a lui, al nonno di Annarella, a don Salvatore ‘o scarpariello.

3 Agosto 2021
IL CAPPOTTINO RIVOLTATO

Portò la piccola sedia di legno di ciliegio sul balcone e si mise comodo a guardare il mare.
Non lo faceva spesso, però quando capitava il suo tempo se lo prendeva, gli piaceva passare un’ora o anche due in modalità “vuoto a perdere”, con la testa senza pensieri, nel senso di senza pensieri impegnativi, perché qualcosa la doveva pensare per forza, anche adesso che aveva quasi 70 anni non era capace di non pensare a niente, persino per addormentarsi doveva pensare a qualcosa, altrimenti erano guai.
“Sono stati tempi così”, si disse come parlando tra sé e sé. “A che serve dire se sono stati meglio o peggio, come si fa a fare certi paragoni, del resto non è che avevamo alternative, era così e basta”.
Seguì la scia della nave mentre lasciava il porto, poi se lo disse di nuovo a voce più alta, “era così e basta”, e allora Domenico gli si avvicinò e gli chiese “nonno, che cosa era così e basta?”.
“Era così e basta la nostra vita.”
“Che vuoi dire nonno?”
“Ti faccio un esempio. Tu adesso hai 10 anni, hai mai pensato di essere povero?”
“Si, quando avevo 7 anni, in seconda elementare.”
“E perché lo hai pensato?”
“Perché in tutta la scuola noi eravamo gli unici che non avevamo l’automobile.”
“E come è andata a finire?”
“La sera quando è venuto papà glielo ho detto e lui mi ha spiegato che non eravamo poveri, che l’auto non l’avevamo per scelta, perché abitiamo sulle scale e l’automobile non serve.”
“Perfetto, io invece in vita mia non ho mai pensato di essere povero, non mi sono mai sentito così, forse perché anche gli altri erano come me, forse perché la televisione teneva solo un canale, vai a saperlo.
No, non mi sono sentito povero quando stavamo a via Salvatore Girardi, una stanza a piano rialzato di meno di 20 metri quadrati, fornello e gabinetto compresi, dove vivevo con i miei genitori, mio fratello e zia Giovannina, una zia di mio padre. E ancora meno mi sono sentito povero a via Cupa dell’Arco, un bel primo piano, stanza più grande e balcone sul campo del Secondigliano. Non ti dico quando poi ci siamo trasferiti nel quartino al Corso Italia, lì ho capito che il peggio era passato, anche se forse il nostro era un miglioramento percepito più che reale, perché una stanza stava sempre chiusa perché era quella degli ospiti anche se a casa non veniva mai nessuno, una stanza era la camera da letto dei miei genitori e l’ultima stanza, però quella più grande, dovevo condividerla con i miei due fratelli e mia sorella.”
“Nonno, erano altri tempi, i paragoni non si possono proprio fare.”
“È quello che ti sto dicendo. Ti faccio un altro esempio.
Negli anni 60 i jeans con le pezze per nascondere gli strappi erano una necessità, oggi si spendono 100 e anche 150 euro per comprare jeans strappati o con le pezze, perché sono di moda.”
“A me non piacciono.”
“Ti dico la verità, mi fa piacere, ogni tanto è importante essere pecora nera, non accodarsi sempre al gregge, anche a me ai miei tempi c’erano delle cose che proprio non mi piacevano.”
“Mi fai un esempio?”
“Te ne faccio due. La salsa con le pellecchie, le bucce di pomodoro, e il cappottino rivoltato.”
“Che cos’è il cappottino rivoltato?”
“Avevo più o meno la tua età e una mia zia portò a mia madre il cappotto del figlio che non gli andava più. Mio cugino aveva qualche anno più di me, però era di altezza normale, mentre noi come sai siamo tutti altissimi, sta di fatto che il cappotto mi andava corto in generale e molto corto di manica.”
“Così tua mamma lo allungò.”
“Esatto, le maniche, come lunghezza decise che poteva andare. Era un cappottino di colore grigio, un grigio sbiadito dal tempo. Per prima cosa mamma rigirò il risvolto delle maniche, che naturalmente era della tonalità di grigio originale, ma anche così le maniche continuavano a essere corte, così ci aggiunse un altro pezzo di stoffa di colore nero. Andò a finire che mi ritrovai con il cappotto che aveva le maniche di 3 colori, grigio consumato, grigio e nero.”
“Ma non potevi protestare?”
“Potevo, ma torniamo sempre lì, non è che c’erano alternative. Comunque sì, dissi a mamma che mi vergognavo di andare a scuola con il cappotto con le maniche così, e che i miei compagni mi avrebbero preso in giro.”
“E lei che ti rispose?”
“Gennarì, non ti devi vergognare a mammà. Tu vai a scuola pulito e stirato e quando una persona sta in ordine non perde mai la sua dignità. Non ti preoccupare che non ti sfotte nessuno.”
“Nonno, penso che tua mamma avesse ragione.”
“In teoria sì, in pratica i miei compagni cominciarono a ridere appena arrivai in classe e andarono avanti per parecchi giorni, una mattina pure al maestro Amato scappò la risatina.”
“Dai non te la prendere, magari tra qualche anno il cappotto rivoltato va di moda.”
“Tranquillo, non me la prendo, sono stato come te un bambino felice, e al contrario di te non ho mai pensato di essere povero, era solo che il cappotto non mi piaceva. Dai, però adesso andiamo, ci stanno chiamando, è ora di cena.”

25 Luglio 2021
LE TRE MANI DI COSIMO

Pioveva a zeffunno. Persino i pochi fortunati che non avevano affondato i piedi in qualche pozzanghera avevano i pantaloni bagnati fino al ginocchio, insomma era una sera che il Padreterno si era stancato di togliere acqua da terra.
Uscito dalla funicolare, Crescenzo percorse via Santa Brigida e il piccolo tratto di via Verdi con un solo pensiero nella testa, quando girò l’angolo e lo vide ringraziò la Madonna dell’Arco e fece a passo spedito gli ultimi metri. Arrivato nei pressi della porte posteriore salì uno scalino, chiuse l’ombrello ed entrò. “Comme dicette ‘o scarrafone, per me po’ chiovere ‘ngnostra”, “Come disse lo scarafaggio, per me può piovere inchiostro”, pensò, e si diresse verso il posto vuoto per sedersi.
Adesso non voglio esagerare, ma a quei tempi trovare l’autobus 111 Nero pronto allo stazionamento era veramente una rarità, e quella sera lì restare anche solo 10 minuti sotto l’acqua ad aspettarlo avrebbe significato passare dalla modalità “cchiù nera d’a mezzanotte”, più nera della mezzanotte, alla modalità “ti sì fatto comm’a ‘nu purpetiello”, “sei bagnato come un polpo”.
Si era appena seduto quando si senti toccare sulla spalla sinistra.
“Crescè!”
Si girò e vide l’amico.
“Uè Cosimo”, disse.
“Buonasera Crescenzo, ma tu che ci fai qua?”
“Sono stato a casa della mia fidanzata, abita al Vomero.”
“Ah, tieni la fidanzato del Vomero, bravo.”
“Cosimo, avere la fidanzata del Vomero è un caso non un atto di bravura. A te ti piace una ragazza, ti dichiari, lei ti dice di sì e poi a un certo punto scopri che è del Vomero, non è che tu le chiedi ‘scusa, sei del Vomero?’ lei ti risponde sì e allora tu le dici “senti, tu mi piaci, ci vogliamo mettere assieme?”
“Vabbè Crescenzo, però intanto ti sei piazzato, per uno di Secondigliano non è facile fidanzarsi con una del Vomero.”
“Cosimo, non ti smentisci mai. Ma che discorsi sono, che significa ti sei piazzato; mi devi credere, certe volte mi sembri un troglodita, ‘a capa a tiene pe’ spartere ‘e recchie, la testa la tieni per tenere separate le orecchie.”
“Non cominciare a usare parole difficili Crescè, troglodita non so che cosa vuol dire, ti avevo fatto un complimento, non un rimprovero. Comunque spero che sia anche una bella guagliona, come sai a me mi piacciono le ragazze, c’aggia fa, è più forte di me.”
“Cosimo, le ragazze piacciono a tutti, a te non è che ti piacciono, tu sei fissato, non stai bene, pensi sempre alla stessa cosa.”
“Scusa, ma secondo te a che devo pensare?”
“Meglio che lasciamo perdere, tanto è tempo perso, dimmi piuttosto che ci fai tu qui a quest’ora con quest’acqua.”
“Sto tornando dall’ippodromo di Agnano.”
“L’ippodromo di Agnano? Con questo diluvio? E a fa’ che?”
“Crescè, nun era ‘na guagliona normale, era ‘nu femmenone.”
“Ma per piacere Cosimo, non dire fesserie.”
“Te lo giuro Crescenzo, è tutto vero. Pensa che a un certo punto non ho capito più niente, con un mano mantenevo l’ombrello, con una mano le ho slacciato il reggipetto e con un’altra mano …”
“Co’, vedi che stai già a tre mani.”
“Crescè, e allora? In quei momenti lì tutte le forze di un uomo si moltiplicano e tu ti metti a pensare a tre mani e a quattro mani, come se fosse un problema, ma famme ‘o piacere, nun te voglio dicere cchiù niente.”

8 Luglio 2021
ZIA NUNZIATINA