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Fenomenologia di un pizzaiolo narratore

1 Agosto 2021
24 GRADI

Caro Diario, se fossimo nel mondo di Netflix ti direi che la per ora la serie Fo’ si è fermata al pilot, l’episodio pilota, in realtà nel mondo di Jepis gli esperimenti narrativi vanno, vengono, ogni tanto si fermano e poi magari ritornano, un poco come le nuvole di De Andrè, del resto anche per questo sono esperimenti.
Chi non si ferma è Michele Croccia, che ha diretto un nuovo corto, 24 Gradi, e con la complicità di Giuseppe e un pochino anche la mia lo ha impastato e pubblicato, come abbiamo fatto la volta scorsa direi innanzitutto di vederlo e poi ci torniamo su.

 
Allora amico Diario, hai visto il video? Bene, la mia domanda è “perché” e parte dall’ultima battuta di Michele, quello dopo i titoli di coda: “Pensavo che era più facile fare un video, ho fatto una faticaccia, peggio che fare 100 pizze”, aspetta che te la faccio meglio:
Perché Michele, che è uno straordinario pizzaiolo, fa questa faticaccia “peggio di 100 pizze” per fare un video? Dove sta il senso?
Poi magari te lo faccio dire meglio da lui, però ti anticipo che il perché, il senso, bisogna cercarlo nella necessità di uscire fuori dalla pizza per fare meglio la pizza, se ti ricordi ne ha parlato già durante “da 99 a cento” e lì che bisogna scavare.
Facciamo così, per ora butto un piccolo seme nel campo delle possibilità, poi vediamo se nasce qualcosa, magari anche con il tuo aiuto, quello di Jepis e Michele, quello delle nostre amiche lettrici e dei nostri amici lettori. Ecco il mio piccolo seme:
Dirigendo il suo racconto Michele fa un altro passo sulla via dell’autonomia e della consapevolezza.
Ti ricordi?, è cominciato tutto con il suo rifiuto di essere un pizzaiolo fotocopia, un replicante del modo di fare la pizza del suo maestro, con il bisogno di studiare, di creare un suo percorso, di fare le pizze di Michele Croccia, di incamminarsi su una strada che lo ha portato a sperimentare, a innovare e a inventare impasti, abbinamenti, sapori. Tanti suoi successi sono nati da questo approccio e da questa voglia di non fermarsi mai, e oggi Michele sta cercando di fare la stessa cosa con il racconto di quello che è e di quello che fa.
Come dici? Certo, hai ragione, siamo solo all’inizio, il ruolo di Jepis in questo percorso continua a essere fondamentale e non è detto che a un certo punto non si decida di cambiare strada, ma per ora io credo che funzioni così, e sono davvero curioso di vedere come andrà a finire. Vedi, non vale solo per il me narratore, anche per il sociologo che porto con me ci stanno delle belle pianticelle che possono nascere da un seme come questo. Forse. Alla prossima.

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Post Scriptum
Caro Diario, ho appena condiviso su un gruppo social di sociologi questo pensiero: “il racconto come generatore di autonomia, di identità, di consapevolezza, di cambiamento, delle persone e delle organizzazioni.” Mi fa piacere condividerlo con te perché penso ci possa aiutare nei nostri futuri vagabondaggi narrativi.

INTERVENTI

Silva Giromini
Che dire Vincenzo, #Cip è terra di artigiani, narratori e artiginani-narratori. Michele sta diventando un bravo narratore. O almeno ci prova. Ma – come dici tu – è l’approccio che conta. Il risultato può essere imperfetto. Ma con Jepis nei dintorni non si corre nemmeno questo rischio. La sperimentazione è un buon campo dove muoversi, formarsi e crescere. Anche io ci sto provando. Avessi più tempo mi ci metterei con più dedizione. Per ora va bene così. Il sentiero l’ho imboccato.

Laura Ressa
Io dico che il maestro Croccia fino ad oggi è stato narratore di sapori e di impasti e oggi è diventato narratore un pezzo in più. Sperimentare altre strade e nuove tecniche è tipico di chi è creativo e non vuole mai fermarsi. Michele Croccia è come l’impasto che si vede nel video, un divenire continuo che non si arrende, non si siede sugli allori, non rallenta la marcia, non esclude nuovi linguaggi. Ed è questo per me il senso, perché in lui ho rivisto la mia nuova passione per lo scrapbooking o disegno (come lo vogliamo chiamare). Il nuovo linguaggio serve da linfa e rimpasto del linguaggio già conosciuto e adoperato per lungo tempo. Serve per avere nuovi spunti, nuove ricette, nuove papille, nuove temperature, nuove visioni.

Cinzia Massa
Michele è favoloso. Il suo modo di narrare l’impasto, di inquadrarlo e di seguirlo nel processo, ci rende tutti non solo spettatori ma anche allievi desiderosi di toccare e provare. Perchè del resto il racconto tocca tutti i 5 sensi e Michele è riuscito a farceli utilizzare. Unico.

Irene Costantini
Purtroppo Michele ancora non l’ho conosciuto di persona, ma ci siamo incrociati ormai diverse volte nei nostri racconti, e sono sicura che è orgoglioso e innamorato del suo ‘fare’ la pizza!
Giuseppe e Vincenzo, forse è la vostra coinvolgente convinzione del racconto e della narrazione come elementi essenziali del proprio essere e fare lo stimolo che ha spinto Michele a mettersi in gioco con un risultato così bello e armonioso!

xnova

26 Giugno 2021
FO’

Caro Diario, Fo’, diretto da Michele Croccia è il primo episodio di una serie web messa a fuoco da Jepis Bottega. Se sei d’accordo, direi di guardarlo insieme, così dopo viene più facile parlarne.

 
1. Per cominciare diciamo che Fo’, Diretto da Michele Croccia è un esperimento di narrazione. Sperimenta e Lavora è diventata un po’ la Regola di Jepis Bottega, magari non passerà  alla storia come l’Ora et Labora dei monaci benedettini ma aiuta a fare e a pensare meglio, direi anche a vivere meglio, almeno per me è così, e se conosco me stesso non è poco.

2. Sperimentare è un verbo da maneggiare con cura, può essere parecchio sdruccioloso, un po’ come improvvisare nel jazz, non puoi farlo bene se non conosci a fondo lo spartito e lo strumento. Senza questo livello di conoscenza non sperimenti, fai confusione; non improvvisi, fai rumore.

3. Dire che Fo’ – Diretto da Michele Croccia è un esperimento di narrazione che inaugura una serie web e si propone come un nuovo format non equivale a dire che nasce dal nulla. Il nuovo è (quasi) sempre un nano sulle spalle di un gigante, il vecchio. Fanno eccezione i cambiamenti di paradigma, ma non sono così sicuro, bisognerebbe approfondire.

4. I genitori di questa serie web sono Da 99 a Cento e Lieviti.

 

 
Mi piace sottolineare che si tratta dei due riferimenti più prossimi, c’è tanto tanto altro nelle produzioni che abbiamo messo a fuoco come Jepis Bottega e #Lavorobenfatto. Creiamo, raccontiamo e ricreamo storie con le parole, con le immagini, con le voci e con ogni altro media, comprese le scarpe e le borse. Ogni tanto le facciamo diventare anche libri, come è successo con Novelle Artigiane, Il lavoro ben fatto e Parole Forgiate

5. Nel caso specifico questa storia è cominciata quando con mastro Jepis abbiamo proposto a Michele di insegnarmi a fare la pizza, attivando il processo che porterà me a fare teoria facendo la pizza e a lui a guardare con occhi diversi al lavoro della sua vita. Appare chiaro quando arrivi al punto del video in cui parla del bisogno di capire che c’è bisogno di sapere altro per fare meglio il proprio mestiere. E poi aggiunge: “La parola giusta è proprio questa, sapere e vedere altre cose per fare meglio il tuo“.
È qui che a mio avviso nasce il Michele narratore, nel momento in cui coglie l’importanza di stare dentro e fuori le cose che fa, inta e fora come si dice qui a Cip, per viverle con maggiore consapevolezza. Detto ciò, mi pare utile aggiungere che la strada che manca a Michele per diventare narratore e, ancora di più a me per diventare pizzaiolo, è ancora tanta, però la direzione è quella giusta, e ancora una volta il fatto non è di poco conto.

6. L’attore di Fo’ – Diretto da Michele Croccia è Alfonso Croccia, il figlio di Michele.
Attore non in senso cinematografico, o comunque non ancora; attore come “colui che compie l’azione di fare la pizza”, attore come “colui che metterà a fuoco il futuro de La Pietra Azzurra”. Anche in questo caso abbiamo un precedente, le #ScarpeScritte Lieviti che padre e figlio hanno voluto realizzare per raccontare il loro rapporto, la loro visione, una parte delle loro possibilità.
È un passaggio di consegne che non aspetta l’esaurirsi della forza propulsiva del padre per realizzarsi ma, al contrario, fa di questa forza la leva per rimbalzare e proiettarsi nel futuro. Come dice con ironia e saggezza Michele riferendosi al figlio, “… sembra che tiene voglia, se continua; a volte non puoi sapere, parti bene e ti perdi per la strada; speriamo bene, comunque i presupposti ci sono”.
Il senso è evidente e farebbe contento Hillman: i presupposti ci sono, ma la via è di Alfonso, sta a lui comprenderla, percorrerla, realizzarla. La buona novella è che la via della pizza è una scelta consapevole di Alfonso. Per quanto mi riguarda l’ho capito il giorno in cui gli ho chiesto del suo futuro convinto che avrebbe risposto “direttore di sala” perchè è lì, ai tavoli, che l’avevo sempre visto, e invece mi ha detto secco “voglio fare il pizzaiolo”.

7. Con questo siamo arrivati al perché. Non tanto perché è importante, quello viene dopo, perché ha senso, perché sono qui dalle 4:00 del mattino a pensare e scrivere questa storia. Direi per 5 ragioni:
perché siamo ciò che raccontiamo, come direbbe Rovelli;
perché le storie che raccontiamo si prendono cura di noi, come direbbe Lopez;
perché i racconti danno forma al trascorrere del tempo, come direbbe Weick;
perché non puoi pensare di conoscere qualcosa – idea, persona, famiglia, impresa, città, possibilità – se prima non l’hai raccontata, come dico io;
perché una vita buona è fatta di buone relazioni e buone narrazioni, come dico ancora io con l’aiuto di Veca.

8. Penso che tutto questo è vero sempre, nel mondo degli atomi come in quello dei bit. E che l’esperienza di Michele Croccia, così come l’abbiamo raccontata in questi anni Jepis e io, ne è una dimostrazione. Dopo di che è evidente che se “sperimentare” era un verbo sdrucciolevole “raccontare”, nell’accezione che propongo qui di attività che abilita a ridefinire ciò che vi è, ciò che siamo e ciò che per noi vale, è una lastra di ghiaccio bagnato. Ma come si usa dire in questi casi “qui è Rodi e qui bisogna saltare”.

9. La parte che tocca a Michele in questa commedia è la più difficile. Sì, caro Diario, più difficile anche di quella che tocca ad Alfonso nel suo percorso per “uccidere” psicologicamente il padre, nel senso della fatica che deve fare per trovare la via sua, per essere il pizzaiolo Alfonso Croccia e non il pizzaiolo figlio di Michele Croccia.
Perché la parte più difficile è quella di Michele te lo dico dritto per dritto così ci capiamo bene: solo il racconto può aiutare Michele a non diventare la fotocopia di sé stesso.
Te la ricordi la sua prima intervista? Nello specifico il punto in cui ha spiegato perché non ha voluto essere un pizzaiolo fotocopia del suo maestro? Ecco, quello che penso io è che oggi che ha percorso tanta strada, l’insidia è ancora maggiore. Chi potrebbe biasimarlo se si fermasse al livello a cui è giunto? La sua pizza è una poesia, mantenere ogni giorno il livello dell’asticella così in alto è di per sé una sfida, non sarebbe certo una colpa prendere fiato e godersi il successo che si è guadagnato con impegno, maestria e sacrificio.

10. Jepis e io pensiamo che la prossima sfida, per Michele, è diventare il narratore di se stesso. Naturalmente l’obiettivo non è fargli cambiare mestiere, è farglielo fare ancora meglio, alzando ancora di più l’asticella, salendo ancora uno scalino più su, facendo una pizza ancora più buona e più bella. Sinceramente, non so ancora fino a che punto lui ci assecondi e fino a che punto invece è convinto, però quello che penso io (credo anche Jepis, ma poi se vuole lo dice lui, non lo voglio inguiare) è questo, niente di più e niente di meno.

11. Confermo, Michele è uno straordinario esploratore, un appassionato scrutatore dei segni del tempo che mette a fuoco le idee e indica una direzione di marcia, per certi aspetti una strada. Però per me il punto più interessante di questa storia è che tutto questo non vale solo per Michele e per La Pietra Azzurra, nel senso che il racconto in prima persona può essere una possibilità per il miglioramento organizzativo a livello più generale. Penso al racconto d’autore come visione, come consapevolezza, come attivatore di processi e di contesti più ricchi di senso e di significato. Penso alle persone, alle famiglie, alle scuole, alle imprese, alle città che si raccontano a partire dai principi e dalle regole del lavoro ben fatto e del crea racconta ricrea e per questa via generano una nuova e più diffusa consapevolezza e moltiplicano le loro possibilità. Sono d’accordo, bisognerà tornarci su amico Diario, però, come dice Michele, i presupposti ci sono. Secondo me.

fpc

INTERVENTI

Nicola Chiacchio
L’idea del racconto d’autore come attivatore di processi mi affascina. “No, non è per fargli cambiare mestiere, è fargli fare ancora meglio il suo, per alzare ancora di più l’asticella” è il passaggio che mi intriga di più. Sarà per deformazione professionale, ma la metto un po’ più sul lato tecnico: raccontare può essere un modo per scoprire il proprio perché. E scoprire il proprio perché può permettere ad ognuno di fare ciò che fa con più passione di prima. Lei prof, direbbe, per mettere la testa sul cuscino, la sera, ed essere ancora più contento.
Non so bene cosa intenda per “miglioramento organizzativo”, magari se ne può discutere meglio. Ma ecco, una prova del nove, al termine di questo processo di narrazione (“al termine” si fa per dire, i processi di narrazione viaggiano su un filo infinito), potrebbe essere quello di rivedersi, commentarsi e provare a mettere per iscritto il proprio perché. Se tramite il racconto ogni organizzazione trovasse (o perfezionasse) il proprio perché, non sarebbe niente male. Gli strumenti ci sono, bisogna “solo” trovare la formula vincente.

Vincenzo Moretti
Caro Nicola grazie per il feedback e gli ulteriori spunti. In particolare il tuo appunto sul “miglioramento organizzativo” mi ha indotto a rimettere mano e ad articolare un poco meglio il mio pensiero. Naturalmente si può fare ancora meglio, ma questo è normale, come dice Jepis noi lavoriamo in versione beta permanente.

Cristina Crippa
Sapere e vedere altre cose per fare meglio il tuo e poi sperimentare: con cura. Grazie davvero.

Nicola Chiacchio
Prof., ho letto la nuova versione e credo che funziona. Penso che come base teorica ci siamo. Abbiamo il “metodo” in un certo senso. Bisogna solo praticarlo di più sul campo e questo è un altro modo per fare ricerca.

Silva Giromini
Mio caro Vincenzo, valeva la pena tornarci, così eccomi qua.
Ho rivisto per la terza volta il video di Michele Croccia, che merita un commento tutto suo, ma magari ci torno più avanti.
Vado per ordine:
Intanto ho capito cosa significa “Fo'”, che se non ho inteso male è il diminutivo di Alfonso, così come Michele chiama suo figlio. Sembrerà una cosa da nulla, ma per chi sta fuori dal Cilento (o semplicemente per me) è stato difficile decifrarlo prima dell’ascolto di oggi.
E già, perché le prime impressioni sono altre: subito ho visto Michele che si destreggia con un arnese non suo e ha provato (riuscendoci egregiamente) a raccontare un po’ del suo lavoro attraverso un video.
Non so quanto sia autentico e quanto costruito nella ripresa di Jepis, ma ho notato (in seconda istanza) nelle parole di Michele una frase che ricorre più volte: “pare facile, sembra facile”… Che mi rimanda dritta dritta al Lavoro Ben Fatto: “nella vita tutto è facile e niente è facile; dove tieni la testa devi tenere il cuore e dove tieni il cuore devi tenere le mani”
Caro Vincenzo, l’ho letta e sentita tante volte e ci credo così fermamente che me la sono imparata a memoria, senza alcuno sforzo. Pure se ho invertito testa mani e cuore, ma tanto sappiamo bene che i tre elementi devono viaggiare (e lavorare) insieme per fare un lavoro ben fatto.
Torniamo a Fo’ e al tuo post. Tu dici che sperimentare è un verbo da maneggiare con cura, che bisogna un po’ conoscere, per non fare solo rumore. Permettimi di dissentire (anche se forse poi ci ritroveremo allo stesso punto): si sperimenta quando si intraprendono strade e si usano strumenti che non si conoscono. Possiamo pure concederci di sbagliare. Avremo fatto un esercizio comunque utile che ci sarà servito da lezione. L’ho visto nella Piccola Scuola, dove si crea racconta e ricrea.
Concludo questi miei pensieri domenicali dicendoti che questo nuovo modo di narrare che ha messo in piedi Michele, e per esteso il concetto di essere narratori di sé stessi e del proprio lavoro è una cosa che leggo in giro da tempo e può essere davvero l’elemento in più per differenziarsi e farsi riconoscere. Intanto, ogni volta che lo guardo, mi viene voglia di una buona pizza.
Ti abbraccio e ti auguro una buona settimana.

Vincenzo Moretti
Cara Silva, io oltre a ringraziarti di cuore devo dirti soltanto che tutto quello che hai visto è autentico, direi che per il primo episodio della serie va bene, per gli altri episodi non so, per fortuna che l’ultima parola non spetta a me.

Laura Ressa
Sarebbe interessante, in questo frangente, portare avanti il discorso da 99 a 100 e chiedere ad Alfonso la sua visione dell’allievo e del maestro. Chiedergli se anche lui adesso si sente un pochino maestro e com’è avere un padre maestro di vita ma anche di mestiere. Che differenza c’è, se c’è, tra il mestiere e la vita.

Vincenzo Moretti
Ottimo spunto Laura, non so se bisogna aspettare ancora un poco, ma lo spunto è sicuramente interessante, bisogna che ci pensiamo su.

Laura Ressa
Vincenzo il punto dei vista dei più giovani mi appassiona sempre.

MICHELE CROCCIA SU #LAVOROBENFATTO

François, la storia che cammina di Michele e ‘o luvato
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Acqua, farina e parole
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Michele Croccia. La Serie