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Scritte, una storia che cammina

Caselle in Pittari, 10 Settembre 2021
Caro Diario, ieri con Nicola Chiacchio è stata una giornata buona. Nicola fino a Dicembre è assegnista di ricerca per Scritte, ha fatto il lavoro di tesi per la magistrale su Scritte come nuovo paradigma di impresa, insomma contribuisce con un pezzetto delle sue idee e del suo lavoro alla navigazione del nostro progetto editoriale.
È arrivato in tarda mattinata, abbiamo fatto un giro in sala d’incisione e in bottega, dove abbiamo scritto sul muro una prima check list dei temi da discutere, e poi a pranzo da Mario al Ristorante Zi Filomena. A proposito, la sala d’incisione, come la chiama Jepis, è il luogo dove tatuiamo sulla pelle delle scarpe e delle borse le storie dei nostri consumautori, e questa definizione qui è invece di Nicola, perché a volte bisogna anche inventare parole, per esempio quando quelle che abbiamo non definiscono in maniera soddisfacente l’oggetto o l’azione a cui si riferiscono, e il significato che ad esse intendiamo attribuire.

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Nel primo pomeriggio il ritorno in bottega e l’avvio delle nostre chiacchiere.
La prima voce come avrai visto dalla foto è libro, ma qui non ti posso dire ancora niente, troppo presto, verrà il momento suo.
La seconda è home page sito, il punto è stato sostenuto da Nicola, che ha proposto di mettere in evidenza in maniera più chiara quello che le persone possono fare quando arrivano sul nostro blog. Ti dico la verità, io ho provato anche a dire che non ero convinto, ma Giuseppe ha detto che secondo lui invece Nicola aveva ragione ed è passato a vie di fatto, nel senso che ha scritto sulla lavagna – la foto l’ho messa in copertina, “Scriviamo insieme la tua storia“, “Regala una storia” e “Scegli una storia“, dopo di che ha fatto dei disegnini e ha scritto una “M”, e allora io ho detto “mastammucci”, che è la parola con la quale mia madre definiva cartoni animati, disegnini e pupazzetti di stoffa, ma lui invece no, ha detto che la M stava per Moretti, e che dovevamo girare subito tre brevi video in cui io spiegavo il che fare, insomma nel linguaggio, dal quale mi dissocio, di Giuseppe e Nicola, una call to action.
Le mie proteste non sono servite a nulla, nonostante la mattina mi fossi svegliato alle 2, hai letto bene, le 2, non mi ero fatto la barba, e non mi piace fare foto e video con la barba lunga, che poi anche Cinzia si arrabbia, ma mi hai sentito tu?, lo stesso lui, dopo di che ha detto a Nicola di preparare la pagina web e ha cominciato a sistemare l’attrezzatura. (Mentre prendi fiato guarda la foto e poi dimmi se non ho ragione)

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Girati i tre brevissimi video, li puoi vedere qui“, “qui” e “qui“, li ha montati e li ha pubblicati, non glielo dire ma mi sono piaciuti.

Tornati alla check list sul muro, abbiamo constato di aver risolto anche il punto 4, “regala un racconto”, Gift Card come dicono Nicola e Giuseppe. C’è rimasto Funnell, che anche qui è simpatico assai, perché la parola significa imbuto, un imbuto fatto di sei passaggi – Conoscenza del brand, Considerazione, Reale Intenzione, Acquisto, Fedeltà, Ambasciatore – Testimonial del Prodotto. Devo dire che al di là del nome shick e schock, questa parte qui è stata per molto interessante perché mi ha aiutato a capire meglio un po’ di cose e mi aiuterà a focalizzarmi meglio sulle cose da fare, per quanto mi riguarda, nelle prossime settimane.

L’ultimo punto era “Scritte che verrà”, ma anche qui, non ti dispiacere, ti lascio solo con il titolo, perché non è che si può dire sempre tutto, e poi ti devo raccontare di Michele Croccia, che naturalmente la giornata si è conclusa a La Pietra Azzurra con il nostro maestro pizzaiolo, contadino e da poco anche narratore.

Come dici amico Diario? Giusto, la pizza di Michele è una sicurezza, però anche quando vai al massimo ci stanno delle differenze, che dipendono da come stai predisposto, da come hai passato la giornata e così via discorrendo. Ieri sera si è visto subito che era a 5 stelle, dal momento in cui ho messo un piede sul terrazzo e ho visto che non faceva freddo, perciò ci siamo seduti lì, e io stavo nell’angolo con l’albero di fronte e sullo sfondo il cielo della notte che sta per arrivare.
Eravamo 3 e abbiamo preso 3 pizze, a girare, nel senso che abbiamo mangiato tutti e 3 tutte e 3 le pizze, due parti ciascuno, e qui per la verità c’è stata l’unica nota stonata, perché Nicola in fase di ordinazione aveva detto che quella con prociutto e fichi non la mangiava e invece se l’è mangiata, e neanche un pezzo solo, che quello Giuseppe è educato e rispetta i vecchietti e il pezzo in più lo aavrebbe lasciato a me, se li è mangiati tutti e due. Insieme alla pizza e fichi abbiamo mangiato la tonnara e un’altra con la zucca di cui non ricordo il nome, ho provato pure a chiamare Michele per chiederglielo insieme agli ingredienti, ma non sono riuscito a raggiungerlo.
Mentre stavamo per finire è arrivato il Maestro e ci ha suggerito di assaggiare anche la pizza nutella e arancia, sempre divisa in 3, e come puoi immaginare non gli abbiamo detto di no.
Che ti devo dire, sono sceso da Michele felice, e stanotte ho dormita una bellezza, poi stamattina l’intervista di Giuseppe a Nicola, ma di questo ti dico un’altra volta.

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Caselle in Pittari, 8 Settembre 2021
Caro Diario questa volta ho aspettato un po’ a scriverti, le mie nuove scarpe sono pronte da metà Agosto, le ho anche già indossate. Perché l’ho fatto? Perché stavo troppo esaltato, mentre adesso sto esaltato, ma esaltato normale. La storia si intitola “Quando non ho più rosso metto del blu“, la puoi leggere qui, sono contento assai se lo fai, ho scritto anche una specie di poesia che racconta la mia vita, non a caso si intitola “Una storia in rosso”, comincia così:

Rosso come il sangue buttato da mio padre,
la forza e i sacrifici di mia madre,
il rispetto dei miei figli.
Come l’amore di Cinzia,
la matita della maestra Concetta,
i papaveri generosi.

Come dici? È bella, leggila tutta senti a me, insieme alla storia, io per ora non dico niente, come dicevamo da ragazzi a Secondigliano “nun voglio fa’ ‘o buffone”, è proprio essa che è bella assai. Dopo che l’hai letta fammi sapere.

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Caselle in Pittari, 5 Agosto 2021
Caro Diario, ieri è stato il giorno della vandera, il grembiule di lavoro, Giuseppe mi ha fatto una foto che mi ha lasciato veramente senza parole, però oggi ti voglio dire delle scritte che sempre con Giuseppe abbiamo deciso di tatuare e poi anche una cosa sul senso e sul significato che tutto questo tiene per me.
Allora, cominciamo dall’alto, come se la vandera fosse una pagina, che poi questo è, così come le scarpe e le borse:
1. loghetto del lavoro ben fatto;
2. logo bello grande di scritte;
3. sulla tasca il qr code del mio sito personale, vincenzomoretti.it;
4. nome e cognome: vincenzo moretti;
5. qualifica: artigiano narratore;
6. hashtag: #lavorobenfatto, che questa è stata una sorpresa di Giuseppe, e ci sta alla grande, anche perché non è solo un hashtag ma anche il nome della casa editrice.
Per quanto riguarda il senso e il significato per ora ti metto in fila tre titoli, perché non la voglio fare troppo lunga e perchè ci voglio pensare ancora e, nel caso, ritornarci su:
1. papà era fiero della sua tuta da lavoro con la scritta Enel, io non ne ho mai avuto una, al massimo lo spillino della Cgil, della Fondazione Di Vittorio, del Lavoro Ben Fatto;
2. tra poco più di un mese compio 66 anni ed è venuto il momento di cambiare qualifica, non più sociologo e narratore ma artigiano narratore, magari in alcuni contesti la faccenda del sociologo continuerà a servire e dunque a vivere ma io oggi sono un artigiano che pensa e realizza i suoi manufatti narrativi, come dice Giuseppe, mettendoci la testa, le mani e il cuore;
3. la vandera racconta quello che sono oggi meglio di mille parole, ieri pomeriggio quando l’ho messa per la prima volta ho provato un’emozione indicibile, indossarla mentre lavoro sarà come avere una seconda pelle, una più forte e serena identità. Alla prossima.

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Caselle in Pittari, 26 Luglio 2021
Caro Diario, qualche giorno fa con Jepis abbiamo fatto un po’ di restyling al sito, quando tieni cinque minuti fatti un giro, lo puoi vedere qui. Oggi ho pubblicato anche un nuovo post sui social, ho ricordato alle mie amiche e ai miei amici che ci sono scritte che non si cancellano, scritte che raccontano storie che non hanno eroi, scritte che ci accompagnano nel nostro cammino di ogni giorno.
Sono le scritte che raccontano chi siamo, i sogni che abbiamo, le persone che amiamo, per questo ci siamo affezionati così tanto, perché sono le nostre storie. Lo dico a te come l’ho detto a loro, fatti un giro sul nostro blog e se una storia ti piace condividila. Alla prossima.

Bacoli, 6 Luglio 2021
Caro Diario, torno in questa giornata infuocata e irriverente (non lo far sapere in giro, ma stamane, nel corso della call con Nicola Chiacchio, Jepis ha detto che mi sono presentato un po’ in versione Mattarella, per i capelli, e un po’ in versione Fantozzi, per la canottiera, non c’è più rispetto per chi tiene un’età) torno per dirti che qui, mentre la vita accade, insieme alle storie camminiamo anche noi, nel senso che il lavoro va avanti e ci sono due o tre cose che ti voglio dire.
1. “I Passi di Ricerca” dell’ottimo Nicola sono passati, come le pizze di Peppeniello in Miseria e Nobiltà, a due, quando vuoi trovi tutto qui.
2. Abbiamo aggiunto al blog una nuova pagina, l’abbiamo chiamata “Conversazioni” e ci abbiamo messo, ci metteremo, i podcast che registriamo con le autrici e gli autori di Scritte. Sì, li abbiamo voluti disincagliare dal tempo della singola storia, spero che l’idea ti piaccia.
3. L’aggiornamento di Nicola ha innescato una discussione, per la verità una promesssa di discussione, non l’abbiamo ancora fatta ma la faremo, per quanto mi riguarda verte sull’importanza di usare le parole in maniera appropriata, ci tengo assai.
Ecco, direi che per oggi è tutto, ma torno presto, perché vorrei condividere con te qualche pensiero sul senso della narrazione e sull’importanza del lavoro che stiamo facendo. Per esempio, come ti spieghi il fatto che ci stanno persone che non avrebbero mai pensato di raccontare la loro storia se non ci fosse stata Scritte? Sì secondo ma accade anche questo, ma è solo uno degli aspetti, uno di questi giorni te ne parlo per bene. Ah, ci sta pure un’altra bella novità, ci sta lavorando sempre Nicola, però non posso spoilerare, altrimenti lui e Jepis mi mettono in croce.

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Caselle in Pittari, 21 Giugno 2021
Caro Diario, sono parecchie settimane che si penso su, una storia che cammina che rimane ferma è un ossimoro, non si può sentire, e insomma stamattina con l’arrivo dei Passi di Ricerca di Nicola Chiacchio mi sono detto che questo era un giorno buono e me ne sono convinto ancora di più quando ho ritrovato questa citazione di Otto Neurath al quale sono molto affezionato:
Siamo come i marinai che in mare aperto devono ricostruire la loro nave ma non riescono mai a ripartire dal fondo. Dove viene tolta una trave, bisogna subito metterne una nuova, e per questo il resto della nave viene usato come supporto. In questo modo, utilizzando le vecchie travi e legni galleggianti, la nave può essere modellata completamente di nuovo, ma solo attraverso una graduale ricostruzione.
La barca di Neurath mi ha fatto ripensare al concetto di “beta permanente” che mi ha raccontato Jepis nel corso delle nostre Chiacchiere di Bottega.
Lavorare in beta permanente è un po’ come navigare sulla barca di Neurath, non ti puoi fermare, aggiusti mentre navighi, sistemi mentre fai. Aggiungo che se vuoi lavorare così ci devi mettere per forza la testa, le mani e il cuore e per oggi va bene così, ma ritorno presto. Una storia che cammina se non cammina che storia che cammina è.

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Caselle in Pittari, 16 Febbraio 2021
Si chiama Scritte. Proprio così caro Diario, Scritte. È un progetto editoriale e lo stiamo raccontando con un blog, un video, una pagina instagram e una pagina facebook.
L’idea è nata nella Piccola Scuola di Jepis Bottega. Il folle che l’ha fatta diventare una possibilità è Giuseppe Jepis Rivello, che poi si è scelto come complici Giuseppe Cacetta Pellegrino e il sottoscritto. Insieme a noi ci sono Patrizio Dolci e Mastro Domenico, che con la loro maestria, il loro know how umano e professionale, sono gli artefici magici che rendono possibile l’opera. Perché lo sai, nel mondo che piace a noi funziona così, pensare e fare camminano insieme, fare è pensare, fare bene le cose è la normalità, la regola.

A questo mondo ho dedicato una parte importante della mia vita non solo lavorativa, e anche quella che mi resta è sintonizzata in larga parte lì, con lo sguardo alto naturalmente, perché il lavoro ben fatto è come i centimetri di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”, sta dappertutto, ha infinite facce e connessioni, sta proprio lì la sua forza, la sua capacità di cambiare le persone, le organizzazioni, le comunità e dunque il mondo. È dentro questo approccio che #lavorobenfatto da qualche giorno è diventato anche una storia che cammina su un paio di scarpe.

Ecco amico Diario, siamo tornati a Scritte e, per quanto mi riguarda, al perché questa cosa delle storie che camminano mi ha preso  così tanto. Sì, hai capito bene, non sto parlando di scarpe, sto parlando di senso. Non il senso del progetto editoriale, che quello Jepis lo ha raccontato come meglio non si può nel suo racconto del caso studio. Il senso della tempesta che questo progetto ha scatenato in me, il senso del mio amore per Scritte, insomma il mio perché.

Tieni presente la storia dei messaggi nella bottiglia? Se vai su Wikipedia la trovi, a cominciare dal filosofo Teofrasto che nel 310 a. C. usa questo espediente con l’intenzione di dimostrare che il Mar Mediterraneo è un bacino dell’oceano Atlantico. Il mio primo pensiero quando Scritte ha cominciato a delinearsi è stato questo, e però subito dopo mi sono scoperto entusiasta della possibilità di portare il mio racconto con me, di camminare e di andare incontro al futuro insieme.

Sì caro Diario, Scritte può essere l’inizio di una storia infinita. Infinita come l’amore che ci vuole per fare bene le cose. Infinita come la soddisfazione che provi quando una cosa l’hai fatta bene. Infinita come la fatica che ci vuole a volte, quando non sai se arriverai alla meta e però non ti fermi, continui ad andare, perché è bello, ha senso ed è giusto così. E sono contento assai che da oggi in poi lo posso fare con le mie scarpe ai piedi.

Per la mia storia che cammina ho scelto due articoli del Manifesto del Lavoro Ben Fatto. Il 37: Il lavoro ben fatto è il suo racconto. E il 52, l’ultimo: Nessuno si senta escluso.  Non ti nascondo che mi piacerebbe che in tante, e in tanti, decidessero di mettersi nelle mie scarpe. Mettersi nelle mie scarpe nel senso degli inglesi e degli americani, mettersi nelle mie scarpe come mettersi nei miei panni, che è diverso dal mettersi le mie scarpe ai piedi.

Mettersi nelle mie scarpe per condividere un cammino, è questa la parte della storia che mi manda al manicomio. Mettersi nelle mie scarpe per portare in giro, insieme, una possibilità. È questa per me la chiave, sta qui il senso del messaggio affidato a un paio di scarpe, e naturalmente non vale solo per me e la mia storia, vale per tutti quelli che decideranno di camminare insieme alla propria storia.

No logo amico mio, solo creatività e bellezza, perché come ha detto ieri sera mia sorella Nunzia, chi decide di scrivere la sua storia su un paio di scarpe ha una storia bella da raccontare, non ha senso scrivere sulle proprie scarpe una storia brutta.

E poi unicità, che questo invece l’ha detto la mia amica prof. Betty Morvillo, perché è facile rifurgiarsi nella sicurezza del brand di moda, creare le tue scarpe vuol dire anche uscire fuori dal coro e dire al mondo “questo è un pezzetto di quello che penso io, di ciò in cui credo, questo è il mio messaggio da mettere nella bottiglia, anzi no, sulle scarpe”.

Infine autorialità, e questo lo ripeto io da quasi 30 anni, ricordo che nel 1999 io e Colomba Punzo presentammo a Milano una relazione al convegno Internet: il media del 2000 e la intitolammo proprio così, “Pensieri e autori per il prossimo millennio”.
Essere autori, produttori di contenuti, e non solo consumatori, è una delle possibilità più interessanti connessa all’avvento di internet.

È da questa voglia di sperimentare nuovi modi di essere autori che nasce Scritte come progetto editoriale.  È per questo che un  vecchio sociologo narratore come me, che ha riempito migliaia e migliaia di pagine tra libri, paper e articoli, si ritrova a essere emozionato come un bambino di fronte alla torta di compleanno per aver scritto dodici parole, articoli e congiunzioni compresi, sulle proprie scarpe.

Detto questo, aggiungo che un’altra parte della faccenda che mi piace assai e sulla quale bisognerà ritornare è quella che si riferisce al rapporto tra racconto e creazione di impresa. No no, non dirlo neanche per scherzo che Jepis e Cacetta mi uccidono, noi non facciamo scarpe, a quelle ci pensa Patrizio Dolci, il nostro è un progetto editoriale, però anche il progetto editoriale è, nel senso ampio del termine, un’intrapresa. E questo mi porta a dire che il processo di decostruzione del rapporto tra materiale e immateriale è ogni giorno di più semplicemente in atto non solo nei mondi di internet, dell’IoT e dell’intelligenza artificiale ma anche in quelli della manifattura tradizionale come le scarpe.
Come dici? Ho fatto la scoperta dell’acqua calda? Non lo so, non ho una cosa definitiva da affermare, però direi che non sono d’accordo, secondo me se approfondiamo il ragionamento su cosa significa oggi mettere in produzione idee e possibilità non facciamo male.

Prima di salutarti ti voglio dire che ieri sera ho messo per la prima volta i piedi nelle mie scarpe. Oggi le indosso, qui a #Cip arriva Luca, il mio complice nel racconto del lavoro ben fatto. Sono contento assai, è il suo compleanno e l’occasione è quella giusta per la prima uscita. Se ci vuoi credere ci credi e se invece no va bene lo stesso, ma mi sono impappinato mentre scioglievo i lacci, e la mano un poco mi tremava mentre li allargavo e infilavo il piede nella scarpa. Dopo di che ho pensato a mio padre, ho sentito il suo vocione che mi diceva “Guagliò, chesti scarpe so ‘nu guanto”. Se ci fosse stato, avrebbe detto proprio così. E gli sarebbe piaciuta pure la parte della storia che cammina, era un tenerone, se lasci perdere l’italiano era pure un poeta, pensa che ho recuperato una sua foto con dedica a mia madre e l’ho condivisa sui social con la prima parte della sua dedica: “T’amo impassitamente, sono il tuo quore che sembre ti ama”. Non ti dico come continua sul retro, la lettera di Totò e Peppino al confronto sembra scritta dall’Accademia della Crusca. È stato un uomo pieno di difetti, meraviglioso e unico il mio papà, come sai il lavoro ben fatto a casa Moretti l’ha portato lui, perciò la scarpa è anche un poco la sua.

Con questo direi che per adesso è tutto, è il momento dei saluti, tra qualche minuto mi metto in cammino, poi magari ti racconto, te l’ho detto che questa è una storia infinita, ci sarà tempo e modo di tornarci su.

scritte

POST SCRIPTUM
Grazie di cuore a Margherita Fiscina, Stefania Fiscina, Giovanni fiscina e a tutta l’azienda Patrizio Dolci. Insieme al lavoro ben fatto, che è la loro pratica quotidiana, ci sta la cura e il rispetto per le persone, che come ha insegnato Giovanni Fiscina ai figli Patrizio e Luciano, è la prima cosa. Considero la loro amicizia un vero privilegio.

#scritte

POST POST SCRIPTUM
Tiene ragione Borges, “Si può comunicare solo ciò che è condiviso dall’altro. Le parole presuppongono esperienze condivise. È come un sapore o un colore; se l’altro non ha visto quel colore o non ha percepito quel sapore, le definizioni sono inutili.”
Jepis me lo aveva detto che quando metti ai piedi la tua scarpa con la tua storia la giornata è diversa, ma solo quando ho messo ai piedi la mia scarpa con la mia storia ho capito che la giornata è diversa.

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