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Casa Moretti

Caro Diario, ho pensato di mettere assieme un po’ delle storie di Casa Moretti. Ancora non lo so perché, potrebbe essere un modo per mettere ordine almeno nella parte dei ricordi che sono diventati racconti, o potrebbe essere un modo per far sedimentare e crescere un’idea per il futuro prossimo venturo. Vediamo, intanto buona lettura.

DON PASQUALE E SIGNOR MORETTI
Caro Diario, è da un po’ che nelle quotidiane conversazioni via chattarella con Riccardo parliamo di suo nonno Pasquale. A volte lo spunto è il libro, altre volte sono vecchie storie di famiglia, altre ancora i modi di dire di mio padre, cose come “10 a mettere e 10 a levare fanno 20″. Cosa vuol dire? Che se per esempio tu dicevi, “ho trovato mille lire”, lui rispondeva “buono, 1000 a mettere e 1000 a levare fanno 2000″, con me che lo guarda vo perplesso e pensavo, senza dirglielo, “ma perché fanno 2000 se io ne ho trovate solo 1000?”.
A seguito di queste nostre chiacchiere, un paio di giorni fa ho trovato nella chattarella questo messaggio di Riccardo: “Pà, mi è appena venuta in mente un’altra applicazione del fatto del nonno di mettere e levare, tipo, se dormi 6 ore e 10 minuti, puoi dire meglio 10 in più che 10 in meno, in questo modo c’è uno scarto di 20″.
Che ti devo dire amico mio, il fatto che il quasi ingegnere ci sia ritornato su mi ha fatto piacere, e quando poco dopo ho visto un articolo che segnalava gli investimenti dell’Enel nelle energie rinnovabili glielo ho mandato.
Ieri sera, quando ci siamo visti, ne abbiamo parlato, e a un certo punto devo aver fatto la stessa espressione di Archimede quando faceva una scoperta nei giornaletti di Topolino, perché per la prima volta in vita mia ho pensato “Marò, ma questo Riccardo potrebbe andare a lavorare anche all’Enel. Viciè, ma te lo immagini tuo padre, dovunque sta, quello che si fira (è capace) di fare?”.

Quando Riccardo mi ha chiesto “Pà, che succede”, gli ho detto il fatto, inframezzato da mille parentesi per spiegare che non volevo mettergli nessuna pressione, che la vita è sua e decide lui che fare, ma mentre parlavo mi sono ricordato che c’è una cosa che non ho mai scritto nei miei articoli o nei miei libri, riguarda la storia di quando sono stato rimandato all’istituto tecnico.

Come dici? Il fatto che sono stato rimandato e che mio padre nei fine settimana mi faceva fare il manovale vicino a lui l’ho raccontato già un sacco di volte? Questo è vero, ci sta pure nel libro sul lavoro ben fatto che ho scritto con Luca, ma ciò che non ho raccontato è quello che viene prima, il perché mio padre ci teneva tanto che facessi l’istituto tecnico, e perché io sono stato felice di seguirlo, perché a 14 anni non ancora compiuti mica lo sapevo che la scuola adatta a me era il liceo. Ma lo sai che pure il medico di famiglia, il dottor Cuozzo, ogni volta che veniva a casa diceva a mio padre che doveva mandarmi a una scuola professionale o al massimo un istituto tecnico? Visto? E vedi che a casa nostra non lo sapeva nessuno che Pietrangeli aveva già scritto Contessa, e anche se lo avessimo saputo sarebbe stato lo stesso, perché insomma l’operaio che vuole il figlio dottore non era papà, al massimo ingegnere, ‘ndranghete (rumore metallico teso a sottolineare che siamo tornati al punto), però più avanti si sarebbe redento, quando ha accettato che diventassi “sozologo”, ma questo nel libro ci sta, perciò torniamo al punto.

Allora amico Diario, ti ricordo che la maggior parte delle sere, a tavola, a casa Moretti, o si parlava dell’Enel o si parlava di scuola, ed era meglio se si parlava dell’Enel, perché ogni volta che si parlava di scuola finiva male per noi, alla voce scuola papà era incontentabile, ma dato che questo te l’ho raccontato già procedo oltre.  Alla voce Enel uno degli argomenti più gettonato era il fatto che  i tecnici erano chiamati per cognome preceduti da Signor, per esempio Signor De Rosa, Signor Valle, Signor Parascandolo ecc., mentre invece gli operai erano chiamati, ma solo quando avevano una certa età e il rango di caposquadra, con il don, per esempio don Pasquale, don Raffaele, don Cosimo e così via discorrendo.
Questa cosa non gli andava giù. “Ma come”, questo il suo argomento principale, “arriva ‘nu muccusiello (un giovincello, diciamo così, letteralmente uno che ha ancora il moccio al naso) di 20 – 21 anni che non sa fare niente, e solo perché tiene il diploma è un mio capo e lo devo chiamare pure Signore, mentre lui a me, che come capacità non me lo vedo proprio, mi chiama don Pasquale, quando è educato, perché altrimenti mi chiama Pasquale e basta.”

Il passo successivo, caro Diario, lo possiamo sintetizzare così: “Gagliò, bello ‘e papà, tu devi andare all’istituto tecnico, ti prendi il diploma, fai il concorso all’Enel, lo vinci, e ti devono chiamare Signor Moretti, che poi tu dato che sei figlio a me quando vai a lavorare le cose le sai fare, perché io te le imparo (te le insegno nella lingua paterna)”.
Capisci amico mio? Insieme al fatto che a casa Moretti, nel 1969, quello che diceva mio padre era legge, c’era anche il fatto che ero investito di una missione; adesso dimmi tu come avrei mai potuto anche solo pensare di cambiare il mio destino.

Il resto lo sai, perciò non mi dilungo, ti lascio con due piccoli pensieri generali e incerti. Generali perché sono generali, incerti perché non sono sicuro, ho bisogno di pensarci ancora su, in particolare sul secondo, però intanto sento il bisogno di condividerli con te.

Il primo segnala che nella società liquida, che rispetto a quella solida ha tanti limiti – anomia, incertezza, insicurezza, perdita di identità, le pensioni che chissà se ci saranno, ecc. – ci sono anche cose che funzionano meglio di come funzionavano prima, per esempio l’idea di lavoro come autodeterminazione di cui parla Jepis in Parole Forgiate, la possibilità di imparare a fare e a pensare che è molto più ampia e accessibile di come era prima,  il fatto che i “titoli” contano un poco di meno e le “capacità” un poco di più, che è solo un inizio, ma non è male.

Il secondo suggerisce che tra le cose a cui bisognerebbe ridare valore c’è l’autorevolezza e anche un poco pochino l’autorità o, se ti piace di più, il rispetto dei ruoli. Non so come dire caro Diario, al tempo in cui ero ragazzino io il padre teneva ragione a prescindere, e questa cosa sicuramente non era il massimo, non c’era mai un vero confronto, alla fine, almeno con mio padre era così, o teneva ragione lui o teneva ragione lui, e non era facile. Però era formativo, perché questo gioco ti insegnava a impegnarti e a lottare per ottenere qualcosa, ti insegnava a ribellarti, a uccidere il padre come aveva scritto Freud, ma chi lo conosceva il vecchio Sigmund a quei tempi, ti insegnava a prenderti le tue responsabilità e anche ad accettare le conseguenze della tua ribellione, che almeno a casa Moretti le conseguenze non mancavano mai. Invece adesso? Il genitore amico, l’insegnante che non sia mai sgrida il ragazzo che quello è molto sensibile, i politici che sono tutti una schifezza, insomma i punti di riferimento di questi ragazzi chi sono?

Te l’ho detto, i miei pensieri sono incerti, come vedi ci stanno un sacco di punti interrogativi, ma se pure dovessimo decidere che va bene così, forse conviene che ci ragioniamo sopra, questa cosa di procedere con la marcia automatica innestata non mi convince, e qui non sono incerto, sono sicuro, vabbè diciamo quasi.

rv

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