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Antonio, la creatività e l’intelligenza artificiale

Caro Diario, era l’anno accademico 2006-2007 quando Antonio Lieto è entrato nella mia vita, frequentava la magistrale in scienze della comunicazione a Unisa e scelse il mio esame, sociologia dell’organizzazione, perché già al tempo era interessato al processo decisionale, sia a livello individuale che organizzativo.

Ora non sta a me dirlo ma alla voce students mi faccio volere bene, con me si lavora seriamente, si impara qualche cosa, anche alla voce più importante, approccio, e insomma con molte/i di loro ho continuato e continuo ad avere rapporti, però solo con Antonio e Domenico Rosso – credo che te lo ricordi, Giuseppe Jepis Rivello lo ha raccontato qui – posso dire che siamo diventati amici nel senso più vero della parola.

Tra i ricordi più belli con Antonio – no, non è l’esame, lui è stato uno studente da 30 e lode senza sorprese – c’è il mio periodo al Riken, in Giappone, io gli inviavo i file audio con le interviste in inglese, lui li trascriveva e li sistemava in italiano, poi li passava a Cinzia Massa che gli dava una seconda passata prima di inviarmeli di nuovo via mail in maniera tale che io potessi scrivere il mio report e i miei articoli.

Dopo di che lui è diventato grande, in tutti i sensi, e insomma qualche mese fa dopo aver letto del suo ennesismo lavoro scientifico pubblicato su una rivista gli ho scritto per dirgli che mi avrebbe fatto piacere raccontarlo.

Come dici amico Diario? Non sono obiettivo? Guarda che con quelli come lui c’è poco da essere obiettivi, Antonio a Dicembre compie 36 anni ed è ricercatore in Informatica al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino e associato di ricerca all’ICAR-CNR di Palermo. Dal 2016 è Vice-presidente dell’Associazione Italiana di Scienze Cognitive e nel 2018 ha ricevuto il premio internazionale “Outstanding Research Award” dalla società americana BICA (Biologically Inspired Cognitive Architecture Society) per la sua attività di ricerca nell’ambito dei sistemi artificiali di ispirazione cognitiva. Inoltre è Deputy Editor in Chief of JETAI e Associate Editor of Cognitive Systems Research (Elsevier).

Ecco caro Diario, detto questo posso aggiungere solo che mi dispiace che non posso fare come Filottete con Hercules e dire che è stato un mio allievo, perché purtroppo non sono il suo maestro, con me ha fatto un esame magari anche bello, ma questo è, e come sai una cosa è essere il prof. e un’altra cosa è essere il maestro.

Tornando a noi, Antonio naturalmente quando gli ho scritto mesi fa mi ha risposto che avrebbe fatto piacere anche a lui essere raccontato da me ma poi non si è fatto più vivo fino a ieri, quando a un certo punto vedo apparire in chat questo messaggio: “Ciao Vincenzo, la tua mail è sempre la stessa? Te lo chiedo perché la storia di Carninci che hai pubblicato oggi mi ha fatto venire in mente che qualche tempo fa mi avevi chiesto di inviarti qualche riga per raccontare la mia ricerca. Non avendo niente di particolarmente significativo ho sempre desistito ma adesso credo di avere qualcosa che credo valga la pena di raccontare. Se per te ve bene ti scrivo”.

Se per me va bene? Come si diceva da ragazzi a Secondigliano mi sono buttato a pesce, perché anche se lo sapevo che lui di cose da raccontare ne aveva anche prima adesso che ce l’avevo non me lo potevo certo far scappare, e così gli ho mandato le mie tre domande tre e insomma leggi cosa ne è venuto fuori.

«Eccomi Vincenzo. Allora, di là del mio lavoro – e di mia moglie Paola e mia figlia Francesca che come puoi immaginare sono fuori classifica – mi piace lo sport, la pallanuoto in particolare che ho praticato a livello nazionale nelle giovanili del Volturno, una delle squadre più forti d’Italia negli anni ’90. Mi piacciono poi i fumetti (Dylan Dog e Corto Maltese su tutti), il Napoli (mi dicono che sono un tifoso “giusto” nel senso che non difendo la squadra a prescindere, la difendo solo quando se lo merita altrimenti sono il più crudele dei critici) e la MotoGp (sono un fan di Valentino Rossi). Mi piacciono, infine, le persone che mettono passione oltre che talento in ciò che fanno, e qui so che mi capisci particolarmente bene.

Prima di iniziare il dottorato di ricerca ho lavorato per qualche mese come consulente web e project manager in una società di comunicazione digitale di Roma che gestisce progetti per grosse case cinematografiche e compagnie telefoniche. Mi sono occupato principalmente di progetti che riguardavano l’implementazione di tecnologie semantiche (come Schema.org, RDFa e microformati) per l’ottimizzazione di pagine web (semantic seo) e dell’attività di analisi dei dati di portali ad alto traffico di utenti. Poi ho deciso di intraprendere il percorso del dottorato di ricerca.

Per me il lavoro è importante perché dà dignità alle persone e contribuisce a rispondere alla domanda più importante con cui ciascuno di noi si confronta, vale a dire: “Chi sono io?”, “Quale è il mio posto nel mondo”? Ovviamente non è detto che la risposta sia univoca, si può essere più cose allo stesso tempo, ma la dimensione lavorativa gioca un ruolo importante in questo tipo di analisi.

Da ricercatore universitario in Italia ho sperimentato, e sperimento tutt’oggi, sulla mia pelle cosa significa vivere in uno stato prolungato di precarietà costante (con il susseguirsi di contratti trimestrali, semestrali, annuali e – nel migliore dei casi – biennali o triennali). È uno status che – a mio avviso – mina la qualità del lavoro e le progettualità di vita di una persona. È, inoltre, anche un elemento sostanzialmente ingiusto di selezione dato che solo chi si può permettere di sostenere a lungo questo stato di incertezza economica e sociale può poi pensare di continuare a lavorare in quest’ambito e portare avanti la sua ricerca.

Detto questo vengo al punto. Come ti dicevo leggendo l’articolo su Carninci e Technopole – grazie ancora per la segnalazione – ho pensato che poteva essere interessante per i tuoi lettori sapere qualcosa di più in merito a uno dei filoni più recenti della mia attività di ricerca, che prova a mettere insieme creatività e intelligenza artificiale mediante la definizione di “logiche per la creatività artificiale”.

Nello specifico ho ideato e sviluppato, insieme al Prof. Gian Luca Pozzato, un sistema che utilizza una nuova logica che è in grado di dotare gli agenti artificiali della capacità di creare in modo dinamico e autonomo della nuova conoscenza (che può servire, ad esempio, per risolvere un problema mai visto prima o un problema che inizialmente sembrava irrisolvibile).

Tanto per fare un esempio: la nostra logica permette a un sistema che sa A e B e che deve raggiungere uno scopo (goal) G – che non è in grado di raggiungere semplicemente considerando A e B – di ricombinare in modo creativo e innovativo A e B e di creare un nuovo concetto C che è in grado di risolvere il problema precedentemente senza soluzione.

Questa capacità combinatoria e ri-combinatoria è alla base di molte attività creative anche negli esseri umani; non a caso, nella nostra logica abbiamo “preso a prestito” e modellato alcune euristiche cognitive di ragionamento note nell’ambito delle scienze cognitive.

Ora: il fatto che una “macchina” sia in grado di inventare e generare in automatico nuova conoscenza per risolvere dei problemi che inizialmente non riusciva a risolvere è un qualcosa di abbastanza innovativo nel panorama scientifico dei lavori di intelligenza artificiale.

Fino ad oggi, infatti, quando ci si trovava di fronte ad una situazione del genere, le procedure standard utilizzate erano due:
i) o si faceva aggiungere manualmente ad un programmatore la nuova conoscenza che serviva alla macchina per risolvere un “impasse decisionale”;
oppure
ii) si permetteva alle macchine di apprendere nuova conoscenza interagendo con il mondo esterno.

La prima procedura, però, di fatto non era un risultato ottenuto da un sistema di intelligenza artificiale perché era il programmatore che inseriva la conoscenza necessaria nella “memoria” del sistema; la seconda invece era inefficace, nel senso che continuare ad apprendere nuove informazioni dall’ambiente esterno non permetteva lo sviluppo di quell'”insight” concettuale che è tipico della creatività umana. Quindi alla fine si sapevano più cose ma il problema rimaneva irrisolto.

Noi abbiamo testato il nostro sistema in un compito di costruzione e invenzione di nuovi oggetti a partire da due o più oggetti base (ad es. si pensi al caso della fionda: ottenuta combinando un supporto impugnabile e un elastico). Questo risultato è descritto in un articolo in uscita per dicembre sulla rivista scientifica “Cognitive Systems Research” e scritto insieme a Federico Perrone, Gian Luca Pozzato ed Eleonora Chiodino, qui il link ufficiale.

Questo compito è considerato un test di creatività artificiale e di intelligenza dato che l’abilità di inventare e costruire nuovi oggetti per poter raggiungere uno scopo è una abilità che – in natura – solo l’uomo, alcune grandi scimmie e i corvi sono in grado di esibire. Pertanto, rappresenta un elemento fondamentale da investigare per comprendere alla radice un meccanismo fondamentale della intelligenza animale e, si spera, dell’ ”intelligenza artificiale” del futuro.
Al momento, con il Prof. Pozzato, stiamo testando queste logiche nell’ambito delle “architetture cognitive”  – la componente software che gestisce il comportamento di alcuni agenti autonomi e robot – e nell’ambito dell’industria creativa, dato che in collaborazione con il Centro di Ricerche RAI di Torino stiamo testando la nostra logica per la generazione automatica di nuovi personaggi, generi narrativi e storie e per migliorare il suggerimento automatico di nuovi contenuti su Raiplay.
Ecco, direi che per adesso è tutto, un abbraccio affettuoso.»
Antonio

lieto5

Ebbene sì caro Diario, questo è Antonio Lieto, che in questo buffo Paese – lo so che buffo non va bene come aggettivo, ne avrei di più pertinenti ma non è educato usarli qui – diventerà prima uno scienziato famoso che un ricercatore con un lavoro stabile, che poi come sai non è solo una questione di durata ma anche di come vieni pagato, delle risorse che hai a disposizione per l’attività di ricerca e tante altro ancora. Che ti devo dire, ho scritto tanto anche su questo tema, ma io non vado alle trasmissioni televisive e insomma influenzo poco, però non mi stanco, e no che non mi stanco e non mi stanco. Promesso.