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Acqua, farina e parole

[ #CIP, 19 LUGLIO 2019 ]
Caro Diario, ieri ho fatto la pizza, le parole per raccontartelo ancora non ce le ho, è come il Tao che se può essere detto non è l’eterno Tao, è come dire ai miei figli che adesso possono essere fieri di me, non si può fare, credimi, è impossibile, mi prenderebbero in giro da qui all’eternità, un po’ come sta facendo Jepis da ieri sera, che lui è un giovane jedi e il potere della Forza lo conosce.
Le parole mi verranno, più tardi, domani, tra un anno e allora torno, tu intanto goditi il racconto realizzato da Jepis, Alfonso e Nunzio, secondo me tiene ragione Antonio Pellegrino, è poetico.

[ #CIP, 22 LUGLIO 2019 ]
Caro Diario, mi sono svegliato con il sapore delle cose belle in bocca, tra un paio d’ore torno a Napoli con don Tonino Palmese – appuntamento alle 8:00 al Bar La Sosta – e la luce che dalla finestra invade la stanza è quella giusta per raccontarti il mio viaggio con la lavorazione della pizza.
Abbiamo iniziato tra le 9:30 e le 10:00, non lo ricordo bene, alla fine trovi tutti/e i/le protagonisti/e della giornata, con l’indicazione di quello che ciascuno di loro ha fatto alla voce techne, perché invece alla voce senso è tutta un’altra storia, fanno parte a pieno titolo della storia anche Rosa De Laurentiis e Domenico Soriano, che loro in un contesto diverso sarebbero spettatori, ma non a #Cip, non durante la settimana del #CampdiGrano e del #PaliodelGrano.
Scusa amico Diario, a momenti dimenticavo, vedi che ho pubblicato anche un racconto fotografico della giornata, lo trovi qui; assieme alle foto di Nunzio, di Jepis e di Alfonso ci trovi pure quelle di Carlo Cavaliere, che lui insieme ad Antonella Labriola ha contribuito a dare senso e significato alla seconda parte della giornata.

Tornando a me, dividerei la parte dell’impasto, sicuramente quella dal punto di vista emotivo e fisico più impegnativa, in tre parti, il prima, il durante e il dopo.
Il prima è cominciato quando Michele mi ha detto che per il suo laboratorio voleva fare la pizza con me, qui il titolo per uno nato a metà del secolo breve è facile, “tu chiamale se vuoi emozioni”, non ti dico la notte prima dell’esame, fino alle due e mezza da Jepis in Bottega per il video che abbiamo intitolato La Merda, che pure quella è una gran bella storia, e poi a casa per dormire tre ore scarse, dalle tre e un quarto alle sei. Quando sono arrivato in Bottega e poi al bar, qualche minuto dopo le sette, ho fatto come lo scarrafone, lo scarafaggio, mi sono detto che per quanto mi riguardava poteva pure piovere inchiostro, mai più nero potevo diventare, insomma non ho fatto una piega, o quasi.
Il durante lo intitolerei invece “Ercole e Eraclito”, Ercole per la fatica ed Eraclito per il carattere, perché sì, tiene ragione lui, “il carattere è il destino”, da qui non si scappa. Sì, c’è voluto carattere, è stato faticoso assai, nel video racconto è evidente, ogni tanto con la coda dell’occhio scrutavo la “leggerezza” con la quale Alexa, Martina e Laura lavoravano il loro impasto e mi chiedevo perché io mi sentissi come Nino Benvenuti dopo il KO tecnico con Carlos Monzon, quello della rivincita, l’8 maggio 1971 allo Stadio Louis II a Montecarlo, con il polso che mi si piegava mentre con il pugno chiuso e il pollice aperto cercavo di fare come ci aveva spiegato Michele, e non ti dico quando dovevo prendere l’impasto da sotto per rigirarlo, ho pensato più volte di dire al Maestro “non ce la faccio, continua tu”, però l’ho pensato solo, poi subito dopo mi sono detto “Viciè, jette ‘o sanghe e fa chelle che fa’, Vincenzo, butta il sangue e fai quello che devi fare”, te l’ho detto, il carattere è il destino, si poteva fare e l’ho fatto, per Michele è una cosa normale, lui è abituato a fare la pizza ben fatta, ma per me è stata tosta assaje.
Il dopo è stato una scoperta, perché adesso tu non ci crederai amico Diario, ma io ero così in trance che non mi ero reso conto – per quanto fosse evidente – che mentre le mie tre compagne di avventura avevano lavorato 1 kg di farina e 600 cc di acqua io, con l’aiuto di Michele, avevo dovuto addomesticare 5 kg di farina e 3 litri di acqua, non so se mi spiego. Sono stato così contento della mia “scoperta” che ho cominciato a dire a ogni persona che inconravo che avevo impastato 5 kg di farina, e l’ho detto anche a Cinzia per telefono, e allora Jepis ha cominciato a prendermi in giro che lui, non ti credere, tiene pure il lato birbante, ma tanto io non mi smonto, come diceva papà “pure ‘e sfuttute vanno ‘mparaviso”, pure le persone prese in giro vanno in Paradiso.

Ecco, direi che per oggi è abbastanza, vedrai che prima o poi ce la facciamo a diffondere la consapevolezza che dietro ogni cosa che esiste c’è il lavoro e l’impegno delle persone, che nel mondo vero è quello che dà valore alle cose, non c’è il mago che fa l’incantesimo e le cose – puff! – appaiono dal nulla. A domani.

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[ #NAPOLI, 23 LUGLIO 2019 ]
Caro Diario, eccomi anche oggi di prima mattina. Allora, come avrai capito dal titolo del workshop la pizza che abbiamo preparato è quella di Nonna Franceschina, insieme alle cose che ha raccontato Michele nel video racconto che ho pubblicato giovedì ti consiglio di guardare anche questo qui, non solo perché così ti fai meglio un’idea, ma perché è più chiaro che non improvvisiamo, che c’è del lavoro alle spalle, che veniamo da lontano e vogliamo andare lontano, che siamo esploratori con i piedi ben saldi sulla terra e la testa sempre protesa verso il cielo.
Tornando a noi, finito di lavorare l’impasto l’abbiamo lasciato riposare un quarto d’ora e poi abbiamo fatto i panetti di 450 grammi per la pizza di Nonna Franceschina. Ancora un’ora e abbiamo messo l’olio nel ruoto, il panetto al centro, e poi con la pressione delle dita, senza tirare l’impasto di lato, facendo riposare ogni tanto la pasta, l’abbiamo steso. Nel pomeriggio abbiamo condito, infornato e mangiato le pizze che abbiamo fatto.
Ecco, detto così sembra che per me in questa seconda parte sia stato tutto facile, che sia andato tutto liscio, e invece non è affatto così, dovevi vedere come mi sono sentito quando Alfonso – quando tutto era finito, mentre riprendeva la scena non ha battuto ciglio, come solo i veri professionisti sanno fare – mi ha fatto vedere cosa ho combinato alla sua camicia e ai suoi pantaloncini quando ho premuto i pelati per condire la mia pizza, o quando Jepis mi ha fatto vedere il video prima di pubblicarlo e mi sono accorto che avevo “inzuppato” l’origano nei pelati.
Come dici amico Diario? Sono cose che possono capitare? Se sei imbranato come me certo che sì, però imparerò per bene, te lo prometto, l’ho gà detto a Michele e a Carlo Abate, il prossimo inverno mi eserciterò e con il loro aiuto imparerò. Detto ciò, aggiungo che è importante raccontare come si è svolta realmente una cosa, senza omettere gli errori e i problemi. Sì caro Diario, da un certo punto di vista anche per la pizza funziona come ha detto Richard P. Feynman nel corso della sua prolusione in occasione del conferimento del Premio Nobel, nel senso che se nascondiamo gli errori, i vicoli ciechi, le cose che abbiamo sbagliato, finiamo col perdere di vista quello che abbiamo fatto veramente per arrivare a quel risultato.
Tornando al punto, le pizze di Nonna Franceschina erano tutte molto buone, compresa la mia, che però alla fine un poco prima della fine sono stato aiutato dal Maestro.
Infine la sera, con i panini, e pizze e tante altre cose buone preparate da Michele e Carlo con i nostri impasti, e soprattutto l’inaugurazione della Loggia Nonna Franceschina, che di questo ti dico più tardi insieme a un mio personale post-it nella bottiglia.

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Rieccomi caro Diario, ripartiamo come ci siamo detti dallintitolazione della Loggia a Nonna Franceschina.
Come puoi immaginare l’idea, la volonà, il desiderio di dare il nome della nonna prima a una pizza e poi alla loggia è del contadino pizzaiolo, Michele Croccia, che l’ha fatto con il cuore e con la ragione. E proprio al cuore e alla ragione del mio amico Michele voglio rendere omaggio con una citazione tratta da un articolo scritto da David Bidussa per ricordare Zygmunt Bauman a un anno dallaa morte: “Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza. […] Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.”
Ecco, per me il valore più grande della pizza Nonna Franceschina non sta tanto nella sua bontà, e neanche nel recupero di sapori e tecniche con il tempo destinati all’obio, quanto piuttosto nella possibilità di dar volto e contenuto, di riconoscere e di parlare della nonna di Michele, della sua storia, delle loro connessioni, che senza retorica a me paiono essere tra le caratteristiche più salienti del nostro essere umani.

Per finire – ma solo per ora, perché in queste storie qui lo sai come funziona amico mio, il cantiere rimane per definizione sempre aperto – ecco il post-it personale nella bottiglia, personale perché diretto prima di tutto a me, poi come diceva papà “chi me vo’ bbene appriesso me vene”, letteralmente chi mi vuol bene mi segue, più propriamente chi si riconosce agirà di conseguenza: negli anni che mi restano, intendo imparare a fare molte cose, di certo a fare la pizza, a misurare la pressione e a suonare il pianoforte, forse a tagliare i capelli, dico forse perché c’è una predominanza per me eccessiva nell’uso del rasoio, sono più interessato all’uso del pettine e delle forbici.
Lo voglio fare per molte ragioni, le principali sono due, la prima è breve e facile da spiegare, la seconda no, ma faccio breve e facile pure a lei, tanto poi ci ritorno: 1. perché mi piace; 2. perché fare è pensare e io non voglio più imparare soltanto dai libri, quando ho scritto che adesso i miei figli possono anche essere orgogliosi di me intendevo anche questo, non so se mi spiego.
Ecco, direi che per adesso è davvero tutto, alla prossima.

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[ PALIO DEL GRANO E CAMP DI GRANO PRESENTANO]
La buona novella della pizza di Nonna Franceschina
Laboratorio di acqua, farina e parole

Location: La Pietra Azzurra
Regia: Nunzio Marciano, Giuseppe Jepis Rivello e Alfonso Tepedino
Soggetto: Michele Croccia e Vincenzo Moretti
Sceneggiatura: Giuseppe Jepis Rivello
Fotografia: Nunzio Marciano, Giuseppe Jepis Rivello e Alfonso Tepedino
Montaggio: Nunzio Marciano, Giuseppe Jepis Rivello e Alfonso Tepedino
Assistente di produzione: Elisa Gelso
Assistente di scena: Carlo Abate
Diretta Facebook: Filippo Rivello
Maestro Pizzaiolo: Michele Croccia
Cast: Alexa Bechicchi, Martina Caponetti, Laura Leone, Vincenzo Moretti
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