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Giuvinò, scusate, sapete che ora è?

Titolo
Caro Diario, questa volta direi di cominciare dal titolo, lo devo a una signora con le rughe rischiarate dal sorriso che l’altra mattina, quando mancava giusto qualche minuto alle 7:00, mentre percorrevo di buon passo i Quartieri Spagnoli,  è spuntata d’un tratto dal vicolo dove fa angolo il panettiere e mi ha chiesto “Giuvinò, scusate, sapete che ora è?”.

Senza che sfotti amico mio, il giovanotto in questione sono proprio io, nonostante i prossimi 64 anni, l’aggravante di una barba di quattro giorni e le occhiaie di uno che si era svegliato senza possibilità di rimedio alle 3:10, che per fortuna fino alle 5:50 mi aveva fatto compagnia Pastorale Americana di Philip Roth, quando l’ho lasciato mi mancavano un centinaio di pagine, le ho fatte fuori tra l’altra sera e ieri mattina, un capolavoro, ma di questo ti parlo un’altra volta.

Come dici? Pensi di aver già capito dove voglio andare a parare? Non mi meraviglio, in ogni caso le parole di oggi sono tempo, velocità, consumo, identità, futuro, però visto che il discorso è lungo e le implicazioni tante comincio dalla fine, cioè dalla tesi che intendo sostenere. Sì, faccio così, gli argomenti sui quali si regge te li dico dopo, così magari prima ci pensi per i fatti tuoi, anche io lo faccio di tanto in tanto, non sempre mi piace avere un punto di vista preliminare, perciò cerco di fare come il saggio senza idee di François Jullien e prima di leggere o sentire cosa dicono gli altri rispetto a una idea o a un fatto accaduto cerco di capire, senza farmi condizionare, che cosa ne penso o cosa farei io.

jepiseme

Tesi
Vengo subito al punto: la mia tesi è che al tempo della società 4.0, dell’intelligenza artificiale e della blockchain il concetto di velocità ha esaurito la propria spinta propulsiva, ha perso il suo valore generale, è diventato più un problema che una risposta, ci rende vulnerabili nei confronti delle macchine, toglie significato, svuota e decontestualizza il nostro tempo invece di liberarlo.

Non so cosa ne pensi tu, caro Diario, ma per me non ci possiamo lasciare alle spalle l’internet dell’informazione e andare incontro all’internet del valore se non mettiamo via un po’ di cose. Cose come le parole smozzicate e sgrammaticate perché non abbiamo tempo di scriverle per intero; come le fake news; come i like messi senza prima o anche senza leggere il contenuto che stiamo dicendo di apprezzare.

No, secondo me non possiamo continuare così, a meno che non pensiamo che a fare la traversata verso il futuro siano un po’ di giganti del pensiero, della finanza e della tecnologia insieme a un po’ di vassalli, valvassini e valvassori, mentre tutti gli altri fanno la parte dei servi della gleba, incapaci di pensare, con i pollici superveloci, l’attenzione media di 7 – 8 secondi e la speranza di diventare come Chiara Ferragni.

Come dici? No, la mia non è una tesi contro la velocità, meno che mai un elogio della lentezza, è incompatibile con il mio daimon e non ne sono neanche capace, intendo semplicemente sostenere che il destino che ci stiamo disegnando noi umani non può essere quello di vivere un tempo senza tempo.

Perché sì, caro Diario, senza le teste ben fatte di Edgar Morin non si va da nessuna parte, abbiamo bisogno di tutta la nostra consapevolezza e di tutta la nostra capacità di sparigliare le carte se vogliamo continuare ad avere una parte importante in un mondo sempre più abitato da macchine intelligenti.

Quello che penso io è insomma che la società orizzontale senza profondità è una grande mistificazione. E che noi umani non possiamo e non dobbiamo mai fare a meno di pensare, di fare, di usare le parole nel modo e nel contesto giusto, come si sono raccomandati Ludwig Wittgenstein ed Eduardo De Filippo.

Ecco, direi che la mia è una tesi a sostegno della possibilità di combattere il declino verso l’uomo senza tempo e senza qualità, come sempre a cominciare dalle piccole cose, per esempio la sindrome del chirurgo in sala operatoria, perché nella vita vera se non leggiamo e non rispondiamo immediatamente a un sms, un tweet, un whatsapp non c’è un paziente che muore, mentre ci sono i danni che possiamo causare a noi stessi e agli altri quando per esempio chattiamo guidando l’automobile.

Sì, direi proprio che è venuto il momento di ripensare al nostro rapporto con il tempo, con la velocità, con il consumo. Ripensarci su nel senso caro a Herbert Butterfield, secondo il quale “di tutte le forme di attività mentale la più difficile da indurre […] è l’arte di adoperare la stessa manciata di dati di prima, ma situarli in un nuovo sistema di relazioni reciproche fornendo loro una diversa struttura portante; il che significa praticamente ripensarci su”.

Ecco, per adesso mi fermo qui, gli argomenti a sostegno della mia tesi te li dico più avanti, perché come ti ho ho detto quella parte lì è lunga assai, e perché così hai un po’ di tempo per farti un’idea tua. A presto.

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Idee
Caro Diario, come ti avevo promesso eccomi con un po’ di idee e di argomenti a sostegno della mia tesi.

Stavolta comincio da Matrix Reloaded e dal Merovingio. Te lo ricordi quando Morpheus, Neo e Trinity vanno da lui con l’improbabile obiettivo di farsi consegnare il Fabbricante di Chiavi? Dopo averli invitati a sedersi e aver ironicamente osservato che naturalmente non hanno tempo dice “Who has time? But then, if we do not ever take time, how can we ever have time?”.

Ecco, adesso che ho cominciato direi di usare la frase del Merovingio come promemoria per constatare che il concetto di tempo è quanto mai insidioso e controverso. Per fare un esempio, se dico “il tempo è relativo” posso fare tanto un omaggio al genio di Albert Einstein e alla bellezza della sua teoria quanto un’affermazione da fiera della banalità, un po’ come mi è successo la mattina quando mi sono sentito chiamare “giuvinò”.

Il punto è che il tempo è veramente relativo. Quello dei romani non è lo stesso tempo di Benedetto da Norcia. Quello dei contadini medioevali non è lo stesso tempo dei lavoratori dell’industria tessile inglese del diciannovesimo secolo. Quello scandito dall’alternarsi del giorno e della notte non è lo stesso tempo dell’Horarium, dei congegni astronomici ad acqua, dei primi rudimentali orologi meccanici in legno e ferro, dei tocchi e dei rintocchi delle campane, del pendolo oscillante, dell’orologio a molla da taschino e dell’orologio da polso. Quello del mare non è lo stesso tempo della montagna.

Che poi anche quando lo misuri proprio uguale in realtà lo fai grazie a una convenzione che ha poco più di 50 anni, quelli che ci separano dalla Tredicesima Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (1967), quando è stato deciso che un secondo è un intervallo di tempo che contiene 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133. Posso dirti la verità? Pure se la fonte è attendibile e mi è piaciuto scriverlo non è che io capisca bene che cosa voglia dire, alla prima occasione lo chiedo al mio amico Rodolfo Baggio, lui di certo lo sa.

Quello che ho capito abbastanza bene è che il tempo inafferrabile, che è la misura di tutte le cose, che tutto toglie e tutto dà, che non lascia alternative, non è stato e non è sempre lo stesso tempo né dal punto di vista scientifico, né da quello filosofico, né da quello storico e né, tanto meno, da quello sociale. E che ciò produce effetti e conseguenze sulle nostre vite, in particolar modo in questa fase nella quale i cambiamenti sono sempre più veloci e radicali e il modello sociale fondato sulla stabilità – dei valori, della famiglia, del lavoro – è andato in frantumi.

Quando sono nato io e ancora fino agli inizi degli anni settanta entrare in fabbrica come apprendista voleva dire ritrovarsi nel tempo operaio generico, specializzato, professionalizzato, fino a diventare a fine carriera, se proprio tutto era filato per il verso giusto, capoturno o caposquadra. E una aspettativa di carriera in qualche modo equivalente attendeva l’impiegato comunale o l’addetto alla contabilità in azienda. Per tutti paga base, contingenza, scatto di anzianità ogni 2 anni, rinnovo del contratto ogni 3 o 4 anni, l’età e l’ammontare della pensione facilmente prevedibili non appena conquistato l’agognato posto di lavoro.

È stata la storia di mio padre Pasquale, alla Società Meridionale Elettrica prima e poi, dopo la nazionalizzazione, all’Enel; di Raffaele Parola, papà di Tonino, all’Italsider; di Gennaro Traino, papà di Salvatore, alla Mecfond; di Francesco Strazzullo, papà di Rosario, alla Fiart: le stesse vite da mediano di tanti loro coetanei di Milano, Genova, Taranto, Bologna, Torino; la fierezza di poterci mandare a scuola; la voglia di darci una vita migliore di quella che avevano avuto loro; la convinzione che i loro sacrifici erano ripagati dal rispetto sociale che si erano conquistati.

Oggi neanche più nei film di fantascienza si vedono persone che lavorano per 40 anni nello stesso posto. Siamo flessibili, di più, precari, in un mondo che non ha tempo, dove bisogna essere sempre più veloci a prescindere, soprattutto senza chiedersi perché.

Ancora a proposito di banalità, caro Diario, mi verrebbe da dire “ferma il mondo, voglio scendere!”, e invece mi trattengo e ti racconto una bella storia di Dylan Dog, il fumetto culto delle generazioni post Tex Willer, dove l’indagatore dell’incubo si trova alle prese con una categoria molto speciale di morti viventi.

Diversamente dai loro colleghi dei film dell’orrore, di norma assettati di vendetta e di sangue, gli inquilini del cimitero di Lowhill, la cittadina nella quale l’autore Michele Medda ha ambientato l’avventura, ritornano alla vita perché intendono recuperare tempo, quello che si sono accorti di non aver speso bene nel corso della loro vita, impegnati come erano a correre avanti e indietro, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Torniamo sempre là, al fatto che non abbiamo tempo, poi dice che non tiene ragione il Merovingio: “Chi ha tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai, il tempo, quando mai lo avremo, il tempo?”.

Non mi ricordo dove, ma da qualche parte ho letto che non abbiamo tempo nemmeno per essere famosi e dunque ci accontentiamo della notorietà, che dura di meno, è meno stabile e prestigiosa ma ha il vantaggio dell’immediatezza, non ha bisogno di troppo tempo e rappresenta un traguardo possibile anche per chi non compierà mai un’impresa storica, per chi desidera essere riconoscibile senza doversi impegnare troppo.

Al tempo in cui identifichiamo noi stessi con i nostri followers e i nostri like e la sola unità di tempo con la quale facciamo i conti è l’istante, diventa sempre più difficile vivere un giorno da leone o 50 da orsacchiotti, meglio 100 da pecore.

A rappresentare ciò che dura nel tempo è rimasto il nostro corpo e questo spiega almeno in parte le ragioni per le quali gli assegniamo un ruolo sempre più importante. Iniziata con i jeans e gli eskimo, la ricerca di una identità diversa approda, con l’ausilio di tatuaggi e piercing, direttamente sul corpo, che pare sempre più destinato a diventare il luogo teorico attraverso il quale rifondiamo noi stessi e comunichiamo con gli altri.

Ma torniamo al punto amico mio. Paolo De Gennaro, studente di Scienze della Comunicazione all’Università di Salerno, più di dieci anni raccontava in questo modo i suoi quotidiani affanni di studente “tipo”: “[…] Il non perdere tempo è diventato un’ossessione. […] Si corre a destra e a manca per cercare di non perdere i corsi, i seminari, i laboratori, le prove intercorso, i corsi di formazione, il lavoro part time, gli esami, fino a quando non si comincia a riflettere e a selezionare gli obiettivi. Ma purtroppo anche questo non basta, perché nessuno sta lì ad aspettarti. Tempo soggettivo e tempo sociale continuano a fare a pugni e l’unica possibilità è quella di ritornare a correre, più forte di prima, per riguadagnare il tempo perduto”.

Niente più tempi morti, insomma, nelle nostre vite. Non possiamo permettercelo. A nessuna età. Basta guardare l’agenda settimanale della maggior parte dei nostri figli o nipoti dai 7 anni in su: la scuola e i compiti, tutti i giorni; sport, teatro o ballo, due o tre volte a settimana; l’appuntamento col dentista per dare una controllata alla macchinetta il mercoledì; il cinema o la festa di compleanno di qualche compagna/o di classe il venerdì o il sabato; la domenica in giro con il papà, in particolare se ha la ventura di essere figlio di genitori separati.

Sì, dici bene, è una vita da stressati, nella quale il tempo la fa sempre più da tiranno, divora ogni cosa, meglio dunque andare al massimo, preferibilmente a gonfie vele.

Conoscere le ragioni o la meta? Non è indispensabile. La sola cosa che conta è non restare indietro.

Ecco caro Diario, secondo me prima diventiamo consapevoli che nella vita vera non ci è data una seconda possibilità per recuperare il tempo perduto e meglio è. Per questo è venuto il momento di ripensarci su. Perché il perverso intreccio tra la velocità del moto e l’indeterminatezza della meta produce effetti distorcenti sulle nostre vite, sulla nostra capacità di dare loro un senso, mentre corriamo di qua e di là in cerca di un futuro che non vediamo, che si contrae sempre più pericolosamente sul presente, che non c’è.

Come funziona nella vita vera lo ha scritto Salvatore Veca nel suo libro secondo me più bello, Dell’Incertezza, spiegandoci che la possibilità di disporre di un’ombra lunga del futuro sul presente è legata al fatto di disporre di una risorsa preziosa come l’avere identità che, a sua volta, è data dalla stabilità dei riconoscimenti sui quali ciascuno di noi può fare affidamento nel lungo termine. Quando questa stabilità si contrae, e le prospettive di futuro su cui in qualche modo possiamo proiettare noi stessi con gli altri, si accorciano, fino a ridursi al presente, si modifica il modo di definire i nostri interessi, i nostri bisogni, i nostri ideali, le nostre speranze, e ciò produce variazioni nella nostra capacità di orientarci nel mondo con gli altri.

Il fatto che da molto tempo le agenzie che tradizionalmente assicuravano identità di lunga durata siano in crisi, implose, dissolte, ha avuto effetti significativi sul paesaggio culturale, economico, politico e sociale a cui eravamo abituati nella fase precedente.

La famiglia, lo Stato, il partito, l’impresa, le strutture hanno perso consistenza, autorevolezza, capacità di durare, possibilità di dialogo, in particolare modo nei confronti delle generazioni più giovani e darsi modelli, scenari, contesti, in grado non solo di leggere, ma di interpretare e dare un senso di marcia al futuro è diventato molto più difficile.

Questa difficoltà a riconoscersi in quanto componenti di comunità stabili ha determinato il collasso delle appartenenze e ha fatto sì che diventasse sempre più difficile impiantare rapporti umani duraturi, condividere obiettivi di lungo termine, riconoscersi stabilmente nella durata e dire, per questo, di essere con altri. Non è insomma un caso che a questa contrazione del futuro sul presente sia connessa la produzione di solitudine, dato che quando abbiamo una storia solida alle spalle e molto futuro davanti disponiamo per ciò stesso di risorse da condividere con altri.

Il fatto di potersi dichiarare seguaci di Bartali o di Coppi, del Partito Comunista o della Democrazia Cristiana, del Napoli o dell’Internazionale, e potersi riconoscere per ciò stesso all’interno di comunità formati da tanti, come noi, comunisti, democristiani, seguaci di Bartali e del Napoli e così via discorrendo, non era insomma soltanto un modo per dichiarare la propria fede politica o sportiva, ma anche uno straordinario strumento di costruzione di identità e, allo stesso tempo, un potente antidoto alla produzione di solitudine involontaria. Perché funziona proprio così, ogni qualvolta vengono recise le radici con il nostro passato e le strade verso il futuro diventano più strette, si riducono drasticamente anche le possibilità di connetterci con altri, ci sentiamo più soli e i nostri stati di essere e di fare ricordano sempre più da vicino quelli dei marinai imbarcati a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina Borbonica allorquando, in occasione delle visite a bordo delle Alte Autorità del Regno, veniva loro impartito il comando “Facite Ammuina”.

Di cosa si tratta? Presto detto: “All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tiene nient’a ffà, s’aremeni a ‘cca e a ‘llà”.

Accade insomma che, mentre nel mondo là fuori piccoli e grandi eventi si susseguono come indipendenti dalla nostra volontà, ci scopriamo sempre meno in grado di comprendere, meno interessati a capire e ad approfondire.

Facimme ammuina. E ci sentiamo “perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”, esseri senza radici e senza memoria che cercano rifugio e identità in un’automobile, un tatuaggio o nell’ultimo modello di smartphone.

Al tempo dei senza tempo consumiamo vite, non solo prodotti. È ciò suggerisce qualcosa di significativo circa le relazioni pericolose possibili tra i concetti di tempo, di velocità e consumo.

Nell’accezione classica, l’impresa ha bisogno per definizione di produrre sempre di più in sempre minor tempo. Karl Marx lo ricorda scrivendo della necessità del capitale di alimentare la riproduzione allargata, di puntare sulla massa piuttosto che sul saggio di profitto, di anticipare necessità imminenti, di soddisfare i bisogni latenti e di produrne di nuovi. Perché sì, produrre di più e a costi più bassi è fondamentale, però rimane il fatto niente affatto banale che bisogna venderli i prodotti e i servizi destinati al mercato.

A comprenderlo meglio di chiunque altro è Henry Ford, che decide di aumentare del 15 per cento le paghe medie dei lavoratori della sua azienda e di diminuire di 8 ore la loro settimana lavorativa. Avendo più tempo e denaro, i suoi oltre 100 mila dipendenti non saranno più soltanto i costruttori delle sue automobili ma diventeranno anche acquirenti della sua Ford T che si può scegliere di qualunque colore purché sia nera.

Se la forma economica della società capitalistica, la produzione per il mercato, è storicamente legata alla vendita e al consumo, dove sta allora la novità? Nel carattere sempre più ideologico, ossessivo, che, nella fase attuale assumono il tempo e il consumo.

Per quanto riguarda il tempo un po’ di cose ce le siamo dette già, per quanto riguarda il consumo è un’ossessione che da un lato permea la sfera classica del nostro rapporto con i beni materiali, sempre meno durevoli e dall’altro accorcia il ciclo di vita di ogni cosa che abbiamo intorno.

Hai mai posseduto un orologio Swatch amico Diario? Lo hai mai portato da un rivenditore per farlo aggiustare? Nel caso tu ci avessi provato ti sarai sentito rispondere che non è possibile farlo. Che se tenuto con cura, uno Swatch non si rompe. Ma che una volta rotto, se ci tieni a rimanere nel club di quelli che pensano che “Time is what you make of it”, non hai altre possibilità che comprarne uno nuovo.

Del resto, chi se li ricorda più i beni durevoli di consumo? La televisione, il frigorifero e la lavatrice che una volta entrati nelle nostre case erano destinati a rimanerci 10 anni e più? Sono trascorsi decenni non secoli, decenni lunghi come millenni, oggi uno smartphone dopo 6 mesi o 1 anno viene soppiantato da un nuovo modello, una borsa o un orologio hanno decine di versioni e centinaia di possibili combinazioni.

Nel mondo nel quale ci catapultiamo ogni mattina uscendo di casa, imponenti fattori culturali, economici, sociali, politici, ci spingono a pensare, e a credere, che tutto ciò che dura, ivi compresi le idee, i sentimenti, le persone, sia un disvalore. Siamo ciò che abbiamo e ciò che consumiamo, tutto il resto non serve.

Sì, amico mio, consumiamo, dunque siamo. È un messaggio di una straordinaria forza omologante, che abbatte molte differenze, comprese quelle tra il nostro modo di essere cittadini e il nostro modo essere consumatori.

Per quanto sia poco di moda pensarci, la questione rimane di quelle assai rilevanti.

In quanto consumatori, abbiamo scarso interesse per tutto quello che non collima con i nostri gusti, che non incontra le nostre preferenze, che non usiamo, che non incrocia le nostre abitudini. Piuttosto che identificarci nel soddisfacimento di bisogni articolati, desideriamo cose, oggetti, prodotti di successo che rispondano al nostro bisogno di sentirci persone di successo.

In quanto cittadini, al contrario, abbiamo bisogno proprio della diversità delle proposte e della pluralità delle soluzioni per formare le nostre opinioni, per partecipare con un autonomo punto di vista alla costruzione del discorso pubblico. Come ha scritto John Dewey in Comunità e potere, nell’ambito del pubblico l’esigenza fondamentale “[…] è il miglioramento dei metodi e delle condizioni del dibattito, della discussione e della persuasione”.

Accade invece che anche nell’ambito dello spazio pubblico si vada affermando una concezione del governo come forma di consumismo più che con caratteri di cittadinanza e ciò produce effetti significativo in una pluralità di ambiti e di contesti.

Prendiamo ad esempio la controversa questione relativa alle modalità con le quali, in una società liberale e democratica, si formano le preferenze, dato che, come sappiamo, la corrispondenza tra scelta e preferenza pone una serie di questioni non solo sul piano empirico ma anche su quello concettuale, teorico, etico.

Da un versante ci sono le ragioni di coloro che sostengono che una persona che, potendo scegliere tra due strategie, comportamenti, idee, prodotti diversi, che chiameremo per comodità C e M, sceglie C, dimostra di preferire C piuttosto che M. È la tesi di chi ritiene che si sceglie ciò che si preferisce, tanto nel dominio della politica, quando cioè scegliamo in quanto cittadini, quanto in quello dell’economia, quando invece scegliamo in quanto consumatori. Tale tesi si avvale di un presupposto particolarmente solido in quanto non ci chiede di stabilire se sia “veramente” così, ma più semplicemente di prendere atto che qualsiasi altro sistema per individuare le “reali” preferenze di ciascuno è o impossibile o autoritario, in quanto presuppone l’esistenza di un soggetto terzo che stabilisca i criteri per definire che cosa ciascuno debba preferire affinché le sue preferenze siano ritenute vere.

Sul versante opposto ci sono le ragioni di coloro che sostengono che esiste una ricca varietà di casi nei quali l’equazione scelta uguale preferenza si dimostra falsa, dato che nella realtà delle nostre vite agiscono forme e forze, più e meno velate, di coercizione, che in qualche modo ci spingono a scegliere C piuttosto che M o viceversa. L’idea in questo caso è che ogni qualvolta accade che una persona scelga C su M non in seguito a una autonoma espressione della sua libera volontà ma perché indotta da qualche forma persuasiva, coercitiva o occulta, esterna, l’equazione in questione si dimostra falsa.

Esistono argomenti validi a sostegno anche di questa tesi, perché il potere dei padroni dell’algoritmo diventa sempre più incontrollato e invadente e perché le stesse circostanze in cui la differenza delle scelte equivale più a una differenza di opportunità che a una differenza delle preferenze sono sempre più numerose.

Come dici amico Diario? Per trovare un modo per allineare di più e meglio le scelte che le persone fanno con le loro effettive preferenze bisognerebbe rendere disponibile una più vasta gamma di opzioni? Lo penso anch’io, offrire maggiori possibilità di guardare il mondo da più prospettive, allargare per quanto è possibile l’orizzonte delle persone, educarle ad avere un proprio punto di vista in ogni ambito, compreso lo spazio pubblico, sarebbe sicuramente un passo nella giusta direzione.

I signori degli algoritmi che selezionano gli avvenimenti e le informazioni alle quali abbiamo accesso, influiscono sui percorsi attraverso i quali si determinano le preferenze e le scelte di ciascuno di noi e dunque stabiliscono criteri per rappresentare la realtà e definire ciò che è vero decisamente non sono il meglio che possiamo immaginare. E ciò suggerisce qualcosa di significativo circa l’importanza di limitare la loro influenza nella comunicazione sia pubblica che privata, e di difendere il cittadino dal tentativo ricorrente di costipare la sua libera volontà, di coartare la sua autonomia, in particolar modo al tempo dei giganti della comunicazione, nella fase in cui il privato ha la stessa capacità di influenzare la pubblica opinione di quanta ne aveva in quella precedente lo Stato e si fa sempre più fatica a a tenere separati i confini e gli ambiti nei quali siamo cittadini da quelli nei quali siamo consumatori.

Come ci ricorda Cass Sunstein in Repubblic.com. La democrazia nell’epoca dei social media, “sovranità del consumatore significa che i singoli utenti possono scegliere come vogliono, soggetti alle limitazioni rappresentate dal sistema dei prezzi, ed anche alle loro capacità economiche ed esigenze. […] L’idea della sovranità politica si basa su fondamenti diversi. Non dà per definiti o scontati i gusti degli individui. Esalta l’autogoverno democratico, inteso come requisito del governare attraverso la discussione, accompagnato dal dover dare conto delle proprie opinioni in ambito pubblico”.

Il risultato? Invece che elaborare o maturare ragioni e argomenti che ci consentano di operare scelte meditate, ci ritroviamo sempre più spesso a decidere sull’onda di suggestioni istintive, ammiccamenti amichevoli, promesse improbabili. Scegliamo sindaci, senatori, presidenti di provincia o di regione con approcci e metodologie sempre più vicine a quelle che siamo soliti adoperare quando scegliamo un profumo o una cravatta. È la forza omologante del sistema, la sua tendenza a coprire ogni spazio disponibile, a rendere sempre più deboli, precari, difficili da attivare, i nostri meccanismi di difesa, talvolta riuscendo a promuovere e a integrare la stessa critica al sistema.

È l’ottica nella quale persino l’antagonismo del messaggio può rappresentare l’altra faccia del sistema, il lato oscuro della forza che a intervalli di tempo più o meno regolari produce le anomalie necessarie al mantenimento del suo equilibrio e alla sua sopravvivenza, un po’ come dice l’Architetto a Neo alla fine del primo episodio della trilogia di Matrix.

Come dici? No, no, io non sono d’accordo, continuo ostinatamente a credere nella possibilità di cambiare le cose proprio perché sono consapevole che la promessa di una società basata sull’accesso fin qui non è stata mantenuta.

La lotteria sociale, il basso reddito, la mancanza di istruzione, il luogo di nascita, la classe di appartenenza continuano a tenere la maggior parte della popolazione mondiale lontana dai benefici sociali ed economici che le nuove tecnologie sono in grado di determinare.

Persino nella parte ricca del mondo, laddove le possibilità di accesso sono più ampie, continuiamo comunque ad essere ancora molto lontani da quella che Habermas definisce una comunicazione libera dal dominio e la stessa idea, tanto cara a John Naisbitt che lo sviluppo delle nuove tecnologie determini di per sé un miglioramento della qualità della vita e un incremento di tempo liberato che può essere dedicato ad altre attività è ancora tutta da conquistare.

È vero, non serve essere apocalittici come Theodore Schick che pronosticò per le nuove tecnologie digitali un futuro con gli stessi effetti malefici degli anelli resi celebri da Tolkien e auspicò di gettare nel fuoco le conoscenze tecnologiche così come il Consiglio di Elrond ha votato di distruggere l’anello. I problemi però restano grandi e numerosi, compresi quelli evidenziati da Cass Sunstein nel volume citato quando si riferisce alla possibilità che la diffusione delle tecnologie digitali incentiva l’insorgere di forme di estremismo, disprezzo per gli altri e per le loro opinioni, a tratti anche violenza, perché favorisce ed eleva a simbolo il confronto fra soggetti che la pensano allo stesso modo.

La questione posta a suo tempo da Sunstein continua ad essere, da almeno due punti di vista, assolutamente rilevante. Da un lato, infatti, il suo punto di vista mette in discussione uno dei capisaldi teorici oltre che pratici della Rete, quello che si riferisce, per l’appunto, alla valorizzazione e allo sviluppo di aree di discussione e di approfondimento intorno a punti di vista, argomenti, interessi, specifici e condivisi. Dall’altro, i presupposti sui quali si basa trovano riscontro in più ambiti e contesti sociali e ciò non fa che aumentare il livello di attenzione con il quale occorre valutarla.

Per quanto mi riguarda, le molte vite che ho alle spalle – quella da dirigente sindacale, quella da legale rappresentante di un’agenzia nazionale di formazione, quella da sociologo, quella da prof., quella da narratore – mi portano a essere un convinto sostenitore dell’idea che il confronto tra opinioni e punti di vista diversi determini maggiore capacità di ascolto, scelte più consapevoli, una più saggia deliberazione. Al tempo in cui ho studiato Sunstein mi sono inventato un simpatico gioco che aveva come protagonisti Maradona e Pelé che anche se ti faccio perdere qualche altro minuto mi fa piacere raccontare.

Il primo passo fu quello di scegliere 5 tifosi di Maradona e 5 di Pelé, dopo di che chiesi a ciascuno di loro di scrivere su un bigliettino, sulla base di 3 indicatori – doti tecniche, opportunismo, capacità di essere decisivo nelle partite importanti -, le ragioni per le quali ritenevano il proprio campione superiore all’altro.

Aperti i bigliettini verificammo che 7 di loro avevano assegnato la preferenza al loro idolo su tutte le variabili, 3 ne avevano assegnata 1 al campione concorrente e ne discutemmo per una ventina di minuti. Prima di tornare al tavolo per mangiare una eccellente torta di fragole, tirai fuori altri dieci bigliettini bianchi e chiesi loro di ripetere l’operazione. Ebbene, gli ultras dell’uno e dell’altro da 7 erano rimasti in 4, 5 avevano assegnato una preferenza al campione avversario e uno gliene aveva assegnato addirittura 2, traslocando, di fatto, nell’altro schieramento, anche se aveva continuato a indicare come preferito lo stesso campione che aveva votato prima.

Ripeto che il mio fu solamente un gioco, però secondo me qualcosa dice.

Dopo di che Schick ha torto per molte ragioni. Perché la conoscenza non si può distruggere. Perché anche nel regno della tecnologia tutto ciò che sta accadendo non accade certo per la prima volta. Perché in realtà l’intera storia dell’umanità, a partire almeno dalla “scoperta” del linguaggio che ha permesso all’uomo Sapiens di avere la meglio sull’uomo di Neanderthal nonostante quest’ultimo avesse un cervello più grande, non è altro che una storia di evoluzioni ed innovazioni biologiche, culturali, tecnologiche. Detto ciò, resta il fatto che facciamo male a non prendere sufficientemente sul serio gli argomenti di Sunstein, perché non è un caso se oggi parole come muro, odio, nazionalismo sono diventate così presenti nel nostro lessico e nella nostra vita quotidiana.

Come dici caro Diario? Ce la possiamo ancora fare? Sono d’accordo, però dobbiamo darci una mossa. Per quanto mi riguarda al primo posto metto la necessità di non perdere in nessuna circostanza la voglia e la capacità di pensare, e di farlo con la propria testa, in particolare nei casi in cui abbiamo di fronte il potere di informare che, come sai, è strettamente correlato a quello di formare, dato che l’attività di informare implica il modellamento delle preferenze. Il che ci riporta inevitabilmente a un altro grande tema, l’uso consapevole delle tecnologie.

Ancora una volta vale sempre, in ogni tempo e a ogni età. Il coltello usato per tagliare il pane è un bene, usato per ammazzare una persona è un male, e lo stesso e anche di più vale per gli algoritmi, i social media, la blockchain, dipende sempre ed esclusivamente dall’uso che ne facciamo. Perché è inutile girarci intorno, senza pensiero e cultura, senza consapevolezza ed educazione (education) la moltiplicazione delle tecnologie a portata di mano, di pollice e anche di voce sui nostri corpi e nelle nostre case più che un segno della realtà e della vita aumentata diventa una risposta sbagliata alla diffusione sociale della solitudine involontaria. Non so a te, ma a me Elliot Alderson, il protagonista di Mr. Robot, dice parecchio a questo proposito.

Sì, pensare. Perché come suggerisce Brecht in una sua bellissima poesia – Generale – l’uomo ha questo difetto e bisogna fare in modo che non lo perda mai. Come? Per esempio abituandolo a non fare mai a meno del punto di vista dello scettico, a farsi domande su ciò che accade, a sparigliare le carte, a chiedersi perché ci sono cose che cambiano e altre che invece no, chi sono quelli che sono avvantaggiati dai cambiamenti in atto e quelli che invece, senza averne colpa, li subiscono o ne sono esclusi.

Ed essere consapevoli. Perché come ci siamo detti è prima di tutto l’uso consapevole che rende le tecnologie abilitanti, un mezzo per cogliere opportunità e moltiplicarle.

Vale per le tecnologie analogiche come per quelle digitali, per il coltello come per la rete, però oggi vale di più, perché è più forte il rischio di frantumazione e di disintegrazione delle nostre identità.

Viviamo vite frullate. E se te lo dico io che sulle possibilità offerte dalle nuove tecnologie lavoro, penso e faccio cose, da quasi 30 anni mi puoi credere amico mio, c’è in giro ancora troppa retorica quando parliamo di tecnologia amica, collaborativa, intelligente, perché in realtà lo sviluppo delle nuove tecnologie spinge fino al limite della rottura non solo i processi di inclusione ma anche quelli di esclusione, vale alla voce posto di lavoro, alla voce identità, alla voce comunità e alla voce futuro.

Come forse ti ricordi di questi aspetti abbiamo ragionato più volte, dall’elaborazione che sta alla base del progetto A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza fino a 2984, nei contenuti extra potrai trovare un po’ di link che ti possono aiutare ad approfondire ulteriormente alcune idee, tutto qui non si può fare, bisognerebbe scrivere un libro, e io non ho più l’interesse e non sono la persona adatta per farlo.

Prima di chiudere giusto un accenno alla domanda difficile per eccellenza: che fare?

Per certi versi, se sei in vario modo dalla parte dei cattivi la risposta è più semplice, alla fine investi, sfrutti, manipoli, guadagni, fai tanti soldi, te ne fotti dell’universo mondo e via. È quando sei in qualche maniera dalla parte dei buoni che il gioco si fa duro, ci vuole tempo, costanza, resilienza, ci sono da affrontare non solo le questioni di distribuzione di opportunità e di ricchezza ma anche le questioni di cultura, di socialità, di approccio, di educazione.

Però secondo me non si scappa, è questa la zona di confine che bisogna esplorare per ridisegnare il rapporto tra noi umani e le macchine, tra noi e l’intelligenza artificiale, tra noi e l’internet value, tra noi, il nostro concetto di lavoro e le sue trasformazioni, tra noi il tempo di lavoro e il tempo libero, tra noi e il nostro Pianeta.

Sì, se fossi una persona influente suggerirei di andare in questa direzione, e di farlo con tutta la consapevolezza e tutta la capacità che abbiamo di pensare e di fare. Però forse anche come persona pensante lo posso suggerire, io intanto l’ho detto, poi vedi tu.

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Commenti
Giuseppe Jepis Rivello
«Al tempo della società 4.0, dell’intelligenza artificiale e della blockchain il concetto di velocità ha esaurito la propria spinta propulsiva, ha perso il suo valore generale, è diventato più un problema che una risposta, ci rende vulnerabili nei confronti delle macchine, toglie significato, svuota e decontestualizza il nostro tempo invece di liberarlo.»
Caro Vincenzo, mi hai scritto la tua tesi qualche giorno fa, non me la sono sentita di risponderti subito, avevo bisogno di tempo, tempo per raccogliere i pensieri, per elaborare e per ripensarci.
Raccogliere, trasformare e ritornarci su. Stamattina ci pensavo nel mio orto. Pensavo a quante cose mi ha insegnato l’orto in merito alla tua tesi. Penso che ognuno di noi dovrebbe, almeno qualche volta nella vita avere, una relazione con una pianta che cresce e da frutti.
Lo sai Vincè, questo concetto mi tocca assai da vicino, perché vivo questo rapporto con la velocità in modo tutto mio. Da un lato mi esercito stando nei tempi agricoli, ogni giorno, sforzandomi di dedicare da mezz’ora ad almeno un paio d’ore al giorno a questa cosa. Dall’altro lato sono profondamente multitasking e produco e trasformo bit assai velocemente (almeno rispetto ai miei parametri di riferimento).
Liberare tempo, bella sfida, non facciamo altro che occuparlo. Il tempo libero è una grande illusione nella nostra epoca. Nella mia idea di tempo da liberare c’è il tempo per apprendere in maniera creativa. Non credo che la narrazione sulla lentezza ci salverà ma credo che ci farà pensare, quello si. La sintesi di questo mio ragionamento è nella Chiocciola di ferro. Dobbiamo porre l’attenzione sulla materia e sulle connessioni che diventano legami.
Un abbraccio mio Maestro e a presto.

Tiziano Arrigoni
Il tempo e lo spazio sono stati relativizzati da internet (come il qui e l’ora). E ci ha facilitati molto, ci ha tolto alcune “fatiche” in cui sprecavamo il nostro tempo anche muovendosi nello spazio (penso alla ricerca). Però poi c’è la rielaborazione del lavoro ben fatto, in tutti i sensi e allora il tempo si riprende tempo.
P. S.
Facci sapere in quale strada si trova la signora del giovanotto, che ci passiamo tutti per farcelo dire.

Chiara Iannone
Bella riflessione, cito anche Bauman, il quale parlando della nostra “vita liquida” dice che è una vita di consumi e in essa conta la velocità, non la durata.

Laura Ressa
La velocità, croce e delizia dei nostri tempi. Ci viene richiesta troppo spesso velocità anche nei rapporti umani, laddove essere veloce è meglio che essere densi di contenuti e di attenzione a quello che gli altri ci dicono o ci scrivono. È diventato più importante pensare a cosa rispondere subito dopo anziché ascoltare chi ci sta parlando in quell’istante. E temo che questa velocità, percepita come così necessaria e di valore, sia in realtà sempre più priva di valore. Perché per rispondere agli altri devi pensare prima, e a volte è meglio non rispondere: se non rispondi significa che hai preso tempo, il tempo della lentezza per cercare, capire, riflettere, rileggere, ascoltare meglio. Questa velocità è diventata di valore anche nel lavoro e, so per esperienza, che spesso può essere proprio la pretesa di essere veloci che ci autoimponiamo a farci sentire inadeguati, lenti, non al passo con il resto. È sbagliato ricorrere il mito della velocità, ma a volte quel mito diventa così parte di noi da farci dubitare perfino nella utilità imprescindibile della lentezza di pensiero, che non significa non pensare o pensare lentamente ma pensare piano e meglio. Grazie Vincenzo. Ci rifletto ancora un po’ e aspetto il seguito del tuo testo.

Rodolfo Baggio
Ciao Vincenzo, una citazione che so che ti piace molto: “Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte”.
Aggiungerei anche: “Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; […] non si tratta d’arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere.”

Roberto Paura
Pienamente d’accordo, naturalmente. Ti consiglio questo libro che ho presentato recentemente, Cronofagia di Davide Mazzocco. Sulle soluzioni, purtroppo, siamo ancora lontani!

Contenuti Extra
L’articolo in formato PDF
Il lavoro ben fatto, l’intelligenza artificiale e la nostra umanità
L’orologio senza tempo e il chicco di grano
2984
Raccontare il tempo a Unsob, Aula O
Raccontare il tempo a Follonica, in 3° A
Raccontare il tempo
Roberto, Asimov, le macchine che pensano e gli umani che invece no
A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza

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