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Antonio, il Sud, la resilienza e l’impresa

Caro Diario, Antonio Candela l’ho incontrato per la prima volta a Potenza a inizio Settembre 2016, se hai qualche minuto il per come e il perché lo puoi leggere qua, la settimana scorsa il secondo incontro, prima nel corso dell’iniziativa conclusiva del Jobbing Fest coordinata dal comune amico Vito Verrastro e poi a cena, con Vito e Michele Cignarale, sì, proprio lui, l’uomo della Tboxchain.
Ora lo sai come succede in questi casi, o finisci a parlare di politica nella categoria “anime sperdute che nuotano in una boccia di pesci” modello Wish you were here, o finisci a parlare di futuro nella categoria “i sogni son desideri” modello Cenerentola, e sinceramente per me la seconda è meglio. È così che è nata la storia di Michele che ti ho raccontato qualche giorno fa, è così che è nata la storia di Antonio che ti racconto adesso, è così che sarebbe nata la storia di Vito se non l’avessi raccontata già.
Solo belle storie amico Diario, solo storie di lavoro, solo storie vere, solo storie di persone che ogni mattina si svegliano e ce la mettono tutta per fare bene quello che devono fare. Certo che sbagliano, che sbagliamo, io se metto in fila i miei di errori posso costruire i binari per andare da Catania a Torino, non se mi spiego. E però siamo di quelli che quando sbagliano imparano, e cercano di metterci ancora più testa, più cuore e più mani la volta successiva.
Perché sì amico mio, il segreto sta tutto lì, nell’abituarsi a fare bene le cose, perché quando ti sei abituato ti viene automatico come quando ti abbottoni la camicia e non lo scordi più. Però adesso leggiti la storia di Antonio Calenda, che io fatto già troppe chiacchiere.

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«Caro Vincenzo, sono nato nel 1980, sono sposato con Manuela e padre di Francesco. Sono ingegnere e vivo e lavoro in Basilicata. Mi occupo di Progettazione e gestione di progetti innovativi con ricadute sociali e culturali. Ho avviato una mia impresa, la Universosud. Amo il mio territorio.
Universosud è una società di Comunicazione e sviluppo su progetti innovativi legati al settore culturale e digitale. La società nasce nel 2012 ed è composta da 5 unità di personale su 2 sedi e da vari collaborazioni freelance. Siamo specializzati in comunicazione bancaria.
Siamo in consorzio con l’Università della Basilicata e inoltre abbiamo fondato una piccola e vivace casa editrice: Editrice Universosud.
La mia storia personale nasce in Calabria, a Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza, dove negli anni 60 i miei nonni arrivano per lavoro. Conclusi i miei studi da geometra, sento l’esigenza di studiare e al contempo di cambiare il contesto in cui vivo restando però al Sud.

L’idea di sviluppare un mio progetto di impresa matura nell’esperienza universitaria dove le giornate venivano scandite poco dal tempo impiegato allo studio (sic!!!) e tanto invece nell’impegno civile, sociale e del volontariato: sono proprio quegli anni “sui-generis” (nome della federazione che concorro a fondare) che mi fanno maturare l’idea che in qualche modo che il Sud poteva e può avere un cambio di passo solo se la generazione che rappresento e quella che è venuta dopo di me sarà capace di riappropriarsi di un termine caro alla generazione di mio padre: il sacrificio.

Tanti mi chiedono quale sia stata la molla che è scattata nel decidere di fare quello che faccio,  nello scegliere di fare impresa al Sud dato che non vengo da una famiglia di imprenditori né ho alle spalle relazioni forti. Sai come rispondo? Raccontando la mia storia. Spiegando che la generazione di mio padre e mia madre, quella nata tra gli anni 50 e 60, ha vissuto e vive ancora oggi con il desiderio di dare un futuro migliore ai propri figli, è una generazione segnata da lavoro, sacrificio e rinunce che però è stata ripagata, o comunque spera che lo sia,  dalla soddisfazione di vedere i propri figli realizzati.

Oggi invece molti di quelli della mia generazione e di quelle che sono venute dopo vivono una realtà migliore perché sono laureati e sostenuti dalle proprie famiglie e però allo stesso tempo più dfficile e alla fine molti di loro emigrano perché pensano che da un’altra parte avranno più possibilità. Ora io non dico che in assoluto non è vero, però sono convinto che se ci si rimbocca le maniche si possa riuscire anche qui da noi a raggiungere i risultati che ci meritiamo.

Non è più tempo di chiederlo agli altri, la rivoluzione la dobbiamo fare noi, la dobbiamo trovare nella nostra responsabilità, nel nostro lavoro, nella nostra quotidianità. È così che possiamo disegnarci un futuro diverso, e possiamo farlo qui, al Sud.

Vedi Vincenzo, io penso che anche qui da noi sia possibile fare la differenza, qui dove la prima rivoluzione è essere leali, corretti, rispettosi delle persone e del territorio, corretti nel lavoro e disponibili nel sociale. Se è vero che “lo spazio ha perso nei confronti del tempo”, che insomma  non importa più tanto dove si fanno le cose ma come si fanno, perché si fanno e quanto tempo ci metti a farle, non è vero solo per gli altri, è  vero anche per noi.

La mia è una piccola esperienza, però è stata proprio questa spinta di responsabilità, di emotività e di amore per il Sud, a convincere me e altri due soci a costruire Universosud che già nel nome intende raccontare l’universo di capacità, di talenti e di eccellenze che sta dalle nostre parti.

Oggi la nostra piccola realtà produttiva dà lavoro a 5 persone e molte altre sono le collaborazioni e i progetti che sviluppiamo con tanti ragazzi: uno su tutti il Comincenter, il luogo dove vivo e lavoro tutti i giorni e dove la mia società ha sviluppato e sviluppa i propri progetti insieme a quanti altri vogliono farlo.

Il Comincenter è un progetto innovativo ideato e sviluppato da Universosud e che dal 2014 ha sede nell’ex stazione delle FAL a Matera ed entro l’estate di quest’anno sarà operativo anche a Potenza. Comincenter si occupa di coworking, dedicato soprattutto a studenti e freelance che hanno meno di quaranta anni, e di  social recruiting. Ed è anche un po’ accademy, nel senso della formazione nell’ambito del digitale anche in collaborazione con aziende e startup del territorio. Inoltre si occupa di sostenere l’ecosistema imprenditoriale in Basilicata e di formazione sulla ricerca attiva del lavoro con il progetto “Careertools”.
Ma più di tutti si occupa di coinvolgere giovani e meno giovani nello sviluppo di competenze in un luogo fisico.

Vedi Vincenzo, io penso che il fenomeno dello startuppismo abbia creato insieme a tante cose positive anche numerose distorsioni rispetto al suo potenziale e alla capacità di far diventare quelle startup imprese che reggono il mercato e creano lavoro. Quanto sarebbe interessante in ogni evento, presentazione, convegno, chiedere ai vari startupper quale sia il proprio bilancio a tre anni dalla loro nascita e quante persone lavorano (stipendiate) a quel progetto.
In Europa, per realizzare un’impresa da una startup, bisogna “fallire” 3 volte e su 10 startup in media, 8 si perdono per strada, mentre in Italia la parola fallimento ha un’accezione soltanto negativa. Ecco, io penso che sarebbe bello se qualcuno dicesse prima ai nuovi imprenditori quali sono le insidie, le mosse da non fare, le precauzioni da prendere. Insomma, se si raccontassero anche le disavventure per dare un parametro di valutazione e aiutare a non sbagliare.
Raccontare il sogno di ogni startupper. E ripartire dai propri errori. Un pò come quello che facciamo al Comincenter, non solo in riferimento alle aziende ma anche alle persone. Perché il vero tema è dare stimoli, insegnare gli strumenti giusti per costruire la consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie capacità, se si cerca lavoro, o nelle proprie idee se si vuole avviare un’impresa.

Per me la strada da percorrere è quella di puntare sui talenti, sulle capacità che come popolo sono intrinsecamente presenti in noi stessi. E insieme al talento dobbiamo puntare sulla nostra capacità di essere resilienti. Se guardiamo alla resilienza come strada possibile, ci rendiamo conto che gli italiani, tutti, si distinguono nel mondo per creatività, talento, eccellenza, capacità di emergere in ogni settore.
Siamo un popolo dal DNA resiliente, quindi abbiamo tute le carte in regola per ripartire, investendo sui nostri giovani, sui talenti e le eccellenze individuali e collettive, ma per prima cosa dobbiamo riconoscere i nostri problemi e errori.
Se saremo capaci di farlo, ci renderemo conto che la risoluzione di problemi commessi sia economici che sociali, è proprio lì nelle “periferie”, così come nelle aree depresse del paese dove ci sono migliaia di giovani altamente qualificati e con la fame giusta per portare il proprio contributo, proprio come fecero i nostri padri subito dopo la guerra.
Envir Lazlo dice che “se il mondo è davvero vicino al cosiddetto punto di caos, i problemi non si possono risolvere con lo stesso livello di pensiero che avevamo quando gli stessi si sono creati”. Ecco, secondo me ciascuno di noi può e deve provare a fare qualcosa – a fare, non solo a dire – per risolvere i problemi.»

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Ecco amico Diario, questo è un po’ Antonio Candela.
Come dici? Questa storia della resilienza è molto interessante e poi lui ti sembra più un condottiero che un imprenditore?
Lo sai come la penso io, per riuscire sono necessarie tre cose, il talento, l’organizzazione e il sitema territoriale, però questo aspetto della resilienza è davvero molto interessante e trasversale, Antonio ci ha fornito l’occasione per ritornarci su.
A proposito, credo che tu abbia ragione, è un condottiero imprenditori, ma credo che il Sud abbia bisogno di persone così. Alla prossima.