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Nel lavoro del futuro che piace a me vorrei

Caro Diario, ancora non ti ho detto che sono quasi due mesi che Luca De Biase ha chiesto ai suoi lettori di contribuire a una ricerca sul lavoro del futuro, che questa cosa mi è piaciuta assai e che sono contento di poter dire la mia.
Come dici amico Diario? Non è la prima volta che racconto sulle tue pagine il futuro del lavoro? È vero, però il paper che ho già pubblicato potrà forse servire per la ricerca, così come i contributi che arrivarono a valle della bella iniziativa promossa da Roberto Paura e da Italian Institute for the Future, invece questa volta qui serve un ragionamento più stringente, che se Luca lo trova interessante magari ne pubblica un pezzetto su Il Sole 24 ORE.

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Caro Diario, come puoi vedere dalla foto Luca De Biase poi l’ha pubblicata la lettera che gli ho inviato, e insomma ho pensato di farla leggere anche a te, e magari di chiedere anche ai lettori di questo blog di dire la loro. Intanto tu leggi, poi se son rose fioriranno.

IL LAVORO COME IDENTITÁ? O COME BANCOMAT?

Caro De Biase, nel lavoro del futuro che piace a me vorrei:

1. Che «lavoro» continuasse a essere la parola chiave per connettere le persone con la dignità, il rispetto, l’identità, il senso e il significato, l’autonomia, la possibilità di pensare e di fare cose. Lo so, sembra scontato, ma ti assicuro che non lo è.

2. Che sulla via dell’innovazione e del lavoro l’Italia ritrovasse carattere, senso e identità. Riconnettesse società e istituzioni. Arginasse il deterioramento dello spirito pubblico. Diventasse più competitiva, più innovativa, più remunerativa, meno ingiusta e diseguale.

3. Che le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, venissero lette dal punto di vista della conoscenza. Si riconnettessero il fare e il pensare, la maestria e la bellezza. Si valorizzasse il lavoro ben fatto e si ridefinisse il nesso tra le mani, la testa e il cuore. Si affermasse l’Italia dell’intelligenza collettiva, della bellezza che diventa ricchezza, della cultura che diventa sviluppo, della storia che diventa futuro.

4. Che il concetto di lavoro diventasse molto più ampio e abbracciasse lavori che restano secondo me produttivi anche se non producono plusvalore e profitto.
Penso a lavori sociali, lavori di cura, lavori creativi, lavori educativi, in ogni caso lavori veri e necessari in una società che è avanzata non solo perché permette di utilizzare tecnologie sempre più sofisticate ma anche perché non lascia nessuno indietro e si propone di garantire a tutti i suoi compenenti la possibilità di avere un proprio autonomo punto di vista e di farlo valere nello spazio pubblico.
Prima che tu mi parli di compatibilità e di costi, amico Diario, e lasciando da parte discorsi più lunghi e complessi rispetto alle scelte di fondo che a livello europeo e mondiale bisognerebbe fare su questo terreno, ti faccio presente – a puro titolo di esempio e in maniera del tutto approssimativa – che se io decidessi di tenere a casa mia piuttosto che farlo andare in carcere un ragazzo minorenne di un quartiere napoletano o milanese che ha compiuto un reato e lo Stato mi versasse la metà della retta giornaliera che spende per tenerlo dietro le sbarre credo che sarebbe una cosa buona per lo Stato, per il ragazzo e per me, e lo stesso dicasi nel caso di familiari da curare o a cui badare, naturalmente previa formazione dei richiedenti e solo nei casi di reati e di malattie minori, e fermo restando che – sempre per restare sull’improbabile esempio – carceri e ospedali siano così sovraffollati che non ci sarebbe alcun rischio per i posti di lavoro interni alle strutture.

5. Che si lavorasse di meno a parità di salario, non sta a me dire quanto di meno, quello che serve. Sì, amico mio, l’orario di lavoro settimanale al tempo dell’industria 4.0, della robotica e di tutto il resto non può essere più di 40 ore, altrimenti non ce la si fa. Ora, prima che tu mi consideri un pericoloso rivoluzionario, cosa che non sono stato da ragazzo figurati adesso che ho superato i 62, ti ricordo che il signor Henry Ford, si, proprio lui, quello della catena di montaggio e della Ford T di qualunque colore purché fosse nera, aumentò il salario dei suoi 100 mila e passa dipendenti del 15% e ridusse la settimana lavorativa di uan giornata, e non perché fosse uno stinco di santo ma perché le sue auto erano fatte per essere comprate anche dai suoi dipendenti, e da quelli come loro, e insomma per farsi venire la voglia ci volevano sia un po’ di soldi in più che un po’ di tempo in più per andarci in giro.
Restando su questo tono leggero, mi chiedo: dato che il signor Tim Cook e i suoi competitor continuano a sfornare carovane di nuovi oggetti del desiderio all’anno, se non avremo tutti un po’ di soldi e di tempo in più, chi li comprerà? Saranno  i robot i nuovi consumatori di massa? Basteranno loro e i ricchi a mantenere la domanda? Io spero di no, ma insomma la discussione è aperta e la ricerca che si farà magari ragionerà un poco anche di questo.

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