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Daniele e la fatica di arrivare preparati allo scatto

barraco1 Caro Diario, oggi ti racconto un po’ di Daniele Barraco, l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione del primo anniversario del Talent Garden Sarzana, ed è stata complicità a prima vista.
Come dici amico mio? Che cosa mi ha colpito così tanto? L’amore e la semplicità con cui ha raccontato il suo lavoro, fare ritratti con la macchina fotografica. Finita la serata, siamo rimasti a chiacchierare ancora un po’ e ti confesso che sono stato contento assai, perché lui è una bellissima persona, e insomma mi è piaciuto constatare che il  mio intuito funziona ancora, e così quando sono tornato a casa mi sono messo a cercarlo sul web e mi sono riguardato Quéi da Mègia, la gente di Ameglia, la cittadina dove vive, e ho scoperto Rimmel Portfolio, Favino, Artire – Behind the scenes e i ritratti e le copertine con un sacco di personaggi famosi che insomma piuttosto che fare l’elenco fai molto prima a guardarteli qui. Come è andata a finire lo puoi immaginare, qualche tempo dopo l’ho cercato, gli ho detto dell’idea di raccontarlo, mi ha risposto che la cosa gli faceva piacere, abbiamo trovato il momento giusto e così ieri ci siamo parlati.
Come dici caro Diario? Adesso vuoi sapere tutto ma proprio tutto quello che ci siamo detti? Ci provo, spero solo di riuscire a raccontarla come si deve questa storia, mi è piaciuta troppo, e insomma eccola qui.

Daniele ha 37 anni, un diploma da ragioniere e un tentativo di conseguire la laurea in economia aziendale che è presto tramontato, complice l’esame di analisi matematica e l’intima consapevolezza – nonostante gli studi di ragioneria non gli fossero dispiaciuti – che quella non era la sua strada.
Il papà, oggi in pensione, ha lavorato per una vita come manutentore, il suo campo da gioco gli impianti di condizionamento e di riscaldamento, sia di uso civile che industriale. La mamma è casalinga, anche se quando c’era da dare una mano al marito – ad esempio nel lavoro di segreteria – non si tirava indietro.
Che ti devo dire amico mio, l’idea che mi sono fatto mentre Daniele si raccontava è quella di una famiglia dove la parola lavoro è stata sempre importante, una famiglia fatta di persone normali, della normalità che piace a me, quella di chi ha a cuore quello che fa, e stavo per chiedergli delle foto quando mi ha accennato a un ricordo di quando era piccolo, al ritorno dalle vacanze, con suo padre che avendo scattato un po’ di foto si era precipitato dal fotografo per sviluppare le diapositive che avrebbero guardato proiettate sul telo bianco in salotto. «Vincenzo, mi piaceva molto guardare il mondo attraverso il quadratino delle diapositive – ha aggiunto – ; ricordo che mi mettevo controluce nel salotto di casa e me le scrutavo una a una. Pensa che ancora oggi faccio fatica a guardare attraverso il display digitale della macchina fotografica, direi che ho un approccio analogico alla fotografia digitale, mi piace costruire i punti di riferimento per i miei scatti nello spazio fisico più che in quello dei bit.»

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Alla voce foto naturalmente ci torniamo presto, prima però ti devo dire del rapporto di Daniele con la musica, perché poi alla fine ha ragione Eraclito, «il carattere di un uomo è il suo destino», e così dopo un anno in terza elementare con la chitarra – che alla mamma e al papà piaceva che lui amasse la musica –  passa alla batteria, che ha suonato per 15 anni, con gli Outsider, con alcuni dei quali ha ancora oggi un rapporto quotidiano. Chiusa questa esperienza ha continuato per un po’ a fare il turnista, un po’ di date live qui e là, ma quando ha capito che non sarebbe riuscito a farlo diventare un lavoro – «Vincenzo, ogni volta che mi chiedevano che lavoro facevo e io rispondevo il musicista mi sentivo dire: va bene, ma il lavoro vero qual è?» – ha lasciato perdere.
La svolta 8 anni fa, grazie ad Alice Lombardi, l’altra metà del cielo di Daniele, che lo spinge a cercare nelle foto quello che prima aveva cercato nella musica, cioè la voglia di non abbassare la testa, la necessità di portare a casa dei risultati, il desiderio di vivere di quello che si ama, la possibilità di avere un lavoro interessante, creativo.
Diciamo che Alice ha visto il futuro, ha saputo scrutare i segni del tempo, e che Daniele ha saputo interpretarlo e realizzarlo. Con la consapevolezza che si può fare sempre meglio, come ti ripete ogni volta quando ti parla del suo lavoro.
«Vedi Vincenzo – mi ha detto – mi piacciono le cose fatte bene, mi piace essere determinato, mi piace il rispetto, perché il rispetto è alla base del ritratto. Una foto è fatta da due soggetti non da uno,  è necessaria una relazione, che a volte è sottile altre più manifesta, ma ci deve essere uno scambio, non se ne può fare a meno, altrimenti non funziona.»

Perdona il mio infantile gioco di parole amico Diario, ma questa cosa di «mi piace – non mi piace» mi è piaciuta, e così ho scoperto che gli piace la cocciutaggine, gli piace persistere, anche contro tutto e tutti, contro il sistema e a volte anche contro uno Stato che invece di aiutarti sembra si diverta a crearti problemi.
E poi ho scoperto che mangia tutto a parte i cetrioli e l’anguria e che non sopporta le clientele, le raccomandazioni, i sistemi che invece di premiare i più bravi premiano i più ammanigliati.
Che tra i libri che ama di più ci sono le biografie e le storie che vanno in profondità, che raccontano la ricerca interiore e artistica, quella vera; Fare un film di Federico Fellini «che allarga Amarcord ed è ricco di aneddoti»; Open. La mia storia, di Andre Agassi, «che mi ha folgorato, mentre lo leggevo mi sentivo in campo con lui, ero preso dalla sua stessa determinazione»; Il vecchio e il mare di Ernest Hemingwai, «che se ami la pesca, il mare e la vita, con quello che di meglio e di peggio ti possono dare, non c’è libro migliore»; Trittico. Tre studi da Francis Bacon, di  Jonathan Littell «che me lo ha suggerito Francesco De Gregori e ci è servito come spunto per la copertina dell’Album Viva Voce. Ho letto il libro, ma poi siamo partiti dalla foto all’inizio, ed è venuta fuori la copertina con questo sfondo, con questi colori da sporcatura di  pennello.»
E ho scoperto anche che la musica che lo accompagna con continuità è quella dei Pink Floyd, in particolare In the dark side of the moon, al quale ho cercato di contrapporre Atom Heart Mother, con comprensione ma scarso successo. E che però la sua canzone di una vita è Black Hole Sun di Chris Cornell, «che secondo me è un pezzo che ha segnato un’intera generazione, anche perché Chris dopo una reunion si è tolto la vita in perfetto stile grunge.
Vincenzo, ti assicuro che ho vissuto questa scomparsa di una persona famosa come se fosse stato un parente. Non nella stessa giornata, qualche giorno dopo, ma ho passato una giornata davvero di merda. Questo pezzo è stato una colonna sonora, un simbolo dell’epica della vita, mi ha accompagnato, è stata parte di me, mi ha scombussolato».
Infine ho scoperto – ma questo forse me lo dovevo aspettare – che il cinema e tutto quello che è immagine – film, serie televisive, documentari – gli piace da morire. «Mi piace Tarantino, tutto quello che ha fatto, mi piace Amarcord, mi piace FuocoAmmare, mi piace Gomorra di Garrone, mi piace Chef’s Table che secondo me ha rivoluzionato il modo di raccontare il cibo con le immagini. Mi piace anche Revenant e più in generale tutto quello in cui apprezzo lo sforzo dal punto di vista della regia, dell’interpretazione. Sai, riesco a capire abbastanza presto se una cosa mi piace o no, se mi piace la amo, altrimenti lascio perdere, desisto.»

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Come dici caro Diario? Anhce a te questo Daniele qui sta piacendo molto? Sono contento, e però la storia non è ancora finita, senti qua cosa mi ha risposto quando gli ho chiesto di raccontarmi i suoi lavori:
«Ho aiutato saltuariamente mio padre ma in buona sostanza i miei lavori veri sono stati la musica e la fotografia. Ho sempre avuto la voglia di fare un lavoro creativo, sentivo la necessità di esprimermi in maniera diversa o comunque in una maniera che sentissi profondamente mia. Ciò detto, aggiungo che sto  ancora cercando la mia via; non è detto che sia la fotografia, potrebbe essere anche la direzione della fotografia, o forse la regia. 
Vedi Vincenzo, i miei 40 anni non sono più tanto lontani e so che ci sto arrivando con la consapevolezza di avere più competenze, non solo artistiche – musica, fotografia – anche manuali. Non so come dire, nel corso degli anni ho accumulato know how, ho imparato a fare bene molte cose, lavorare il legno, pitturare, lavorare con la calce, con le luci, mi sono costruito con le mie mani alcuni set, in qualche caso tutto il set, e questa cosa qui non solo mi piace un sacco ma la vivo come una specie di addestramento sulle vie del futuro. Mi piace tenere le fila di tutto, avere una visione complessiva delle cose, quella di acquisire competenze è la mia missione e la mia passione. Te lo posso fare un esempio?»
«Daniele, sono così contento che puoi fare tutto quello che vuoi.»
«Mi sono comprato una sega circolare da 1000 euro perché quella da 300 euro non tagliava in squadra, la lama non era perpendicolare e questa cosa mi faceva impazzire. Avere uno strumento adeguato significa che con la squadretta che serve per tarare metti in squadra la sega circolare e quando tagli lo fai preciso, al millimetro.»
«È bellissima questa cosa, riguarda l’approccio, il modo di essere e di fare.»
«Esatto. La tecnica viene dopo. Secondo me in questo momento storico siamo come annebbiati dall’aspetto tecnico, siamo tutti tecnici, possiamo fare tutti un film con pochi soldi, abbiamo tutti la possibilità di creare contenuti, e questa è una cosa molto positiva, mi segui?»
«Ti seguo!»
«Dopo di che dove sta il problema? Nella qualità dei contenuti, nel fatto che ci sono pochi contenuti di qualità, nel fatto che viviamo in un mondo ossessionato dal mordi e fuggi,  che sull’altare della velocità sacrifica qualità, diversità, profondità. E guarda che non sto parlando di complessità sto parlando di bellezza: come è giusto che sia, una foto o una canzone non arriva a tutti allo stesso modo, ci sono livelli diversi di percezione, però come ti dicevo non si può fare a meno della profondità, della cultura, e invece troppo spesso siamo portati a non volere pensieri, la riflessione è scomoda, richiede impegno, energia, un impegno e un’energia che secondo me dobbiamo recuperare se vogliamo costruirci un futuro migliore.»

Niente male vero amico Diario? Questa sua ultima considerazione mi ha spinto a chiedergli della fatica che c’è dietro al suo lavoro, di raccontarmi della 
preparazione, dello stress fisico, della cura degli attrezzi, del tempo che ci vuole per fare una bella foto.
«Vedi Vincenzo – mi ha risposto – le mie foto partono da una specie di lotta infinita contro me stesso, una lotta per dimostrare a me stesso di essere un pelo più bravo della volta precedente. Sì, direi che è una gara contro me stesso, contro le mie insicurezze, contro la mia paura di non farcela. 
Guarda, uno scatto immortale ti può venire anche in due minuti, la 
fatica è arrivare preparati allo scatto. Non si tratta solo di studiare il soggetto, chi hai davanti e quello che vuoi fare, si tratta di non perdere l’occasione che ti viene offerta chiedendoti di fotografare un personaggio che molto spesso incontri un’unica volta, quella in cui devi fare la foto. È questo lo sforzo più grande, quello che mi ha provocato la gastrite, è lo sforzo che ti porta a fare bene quello che devi fare, è lo sforzo di stupirsi, è lo sforzo di sparigliare le carte, è lo sforzo che ti spinge ogni volta a cercare di fare qualcosa di unico.»

«It’s wonderful, Daniele. Solo due cose e abbiamo finito: la prima è la foto che vorresti fare e non hai ancora fatto.»
«Mi sarebbe piaciuto fotografare Jimi Hendrix, ma purtroppo non si può più fare.»
«La seconda è perché per te il lavoro è importante, vale.»
«Perché dà dignità all’essere umano. Perché fare bene un lavoro è un modo per vivere una vita più giusta e più sana. Penso che tutti avrebbero diritto a fare il lavoro che amano, il giorno in cui accadrà il mondo sarà molto più bello e sorridente. Nel frattempo è una lotta continua alla ricerca di qualcosa di diverso, qualcosa che ti dia nuovi stimoli e crei nuove opportunità. Personalmente la considero una ricerca senza fine e sono contento che sia così.»

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