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Il #lavorobenfatto raccontato in quattro parole. Più una cinque

simeolixmoretti1aCaro Diario, oggi ti voglio raccontare perché mi sono innamorato pazzo di un’idea. So che mi capisci, è una cosa che per fortuna capita a tanti. Del resto come diceva Whitehead? «Il pensiero è una straordinaria modalità di eccitamento

L’idea di cui mi sono innamorato io è il lavoro ben fatto, me ne parlò mio padre, una sera, avevo una decina di anni non di più, spiegandomi la differenza tra il lavoro «preso di faccia», quello fatto con impegno, dedizione, passione, e il lavoro «a meglio a meglio», quello che invece no.

Ora tu lo sai che  quando ci si innamora di un’idea è diverso di quando ci si innamora di una donna o di un uomo, che una/o ha voglia di gridarlo al mondo, di sentirsi dire «che bello!», ma in fondo la cosa principale è sentirsi felice, godersi il proprio amore, il resto conta poco.
Con le idee no, un’idea se resta un’idea non serve a molto. Per propagarsi, per produrre un fatto, per camminare, c’è bisogno che se ne innamorino in tanti. Vale sempre. Sia se l’idea serve per vendere più auto, smart phone, camere d’albergo, sia se invece serve per far nascere e crescere opportunità, per produrre un cambiamento.

E così a un certo punto ho pensato che valeva la pena fare innamorare quante più persone è possibile, scusa, stavo per dire per provare a farle innamorare, ma come dice il Maestro Yoda in Star Wars «Provare no! Fare, o non fare! Non c’è provare!».
Come dici amico Diario? No no, non non darti pensiero, non le volevo far innamorare di me, questo sì che sarebbe stato complicato, le volevo fare innamorare delle cose fatte bene, perché alla fine anche se le idee ci piacciono un sacco quello che fa davvero la differenza è la loro capacità di cambiare le cose.

E insomma stamattina ho deciso di farti innamorare con 4 parole.

La prima è senso. 
Fare bene le cose ha senso. Qualsiasi lavoro fatto bene ha senso.
Ce lo racconta Nuto quando dice ad Anguilla che «l’ignorante non si conosce mica dalle cose che fa ma da come le fa». Ce lo racconta la scritta «Ciò che va quasi bene non va bene» appesa fuori alle vecchie botteghe artigiane di Sarno, in provincia di Salerno. Ce lo racconta Walter Isaacson nella biografia di Steve Jobs scrivendo del padre Paul che aveva insegnato al figlio che bisogna fare bene anche la parte di dietro delle staccionate, e quelle degli armadi, anche se non si vedono, anche se stanno appoggiate al muro. Ce lo racconta Mastro Antonio che a 94 anni se non scende nella sua falegnameria «muore». Ce lo racconta Primo Levi che giusto trenta anni fa – era il 26 novembre 1986 – nel corso di una intervista a Philip Roth pubblicata da La Stampa ricorda che persino ad Auschwitz il bisogno del lavoro ben fatto era talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico.
Il lavoro ben fatto come strumento per difendere la propria umanità anche nell’orrore, nell’incubo, questo ci dice Levi e a me sembra un messaggio di una forza e di una intensità straordinaria.

La seconda parola è bellezza. 
Fare bene le cose è bello. 
Vale sempre, qualunque lavoro fai, il pasticciere, il medico, l’ingegnere, l’operaio, lo scienziato, l’artigiano. 
E guardate che non sto parlando soltanto del piacere di sentirsi dire «che bella cosa che hai fatto», sto parlando anche, prima di tutto, di quello che sentiamo dentro, perché ognuno di noi dentro di sé lo sa quando una cosa è fatta bene.

La terza parola è giustizia. 
Fare bene le cose è giusto. Se ci pensiamo bene è persino indispensabile. Per avere una strada pulita c’è bisogno di uno spazzino che abbia fatto bene il suo lavoro, e se vuoi avere un bambino che ami la matematica, e l’italiano, e la storia, insomma il sapere, c’è bisogno di un insegnante che abbia fatto bene il suo lavoro. E così è con il medico se vuoi essere curato bene e con ogni altra cosa della vita.

La quarta parola è convenienza. 
Fare bene le cose conviene, ve lo dico con la pasta e fagioli, che era il piatto preferito del mio papà. 
Per fare la pasta e fagioli ci vogliono i fagioli, la pasta, la pancetta, il lardo, il sedano, la cipolla, l’olio, l’aglio, l’acqua, il fuoco, la pentola, i piatti, le posate, altra acqua e il sapone per lavare le stoviglie, l’elettricità se usiamo la lavastoviglie, il tempo, la risorsa più preziosa che esista al mondo, per fare tutte queste cose. Ecco, cos’è che dà senso a tutto questo? Il fatto che quando la mangi la pasta e fagioli che hai fatto è buona, saporita, perché altrimenti avrai buttato i fagioli, la pasta, la pancetta, il lardo, il sedano, la cipolla, l’olio, l’aglio, l’acqua, il fuoco, la pentola, i piatti, le posate, l’altra acqua, il sapone per lavare le stoviglie, l’elettricità e il tempo.

Il lavoro ben fatto è insomma un modo per vivere una vita più bella, più felice, più degna di essere vissuta. 
Ora se stai pensando che realizzare tutto questo sarebbe bello vuol dire che non ti ho fatto innamorare abbastanza e questo mi dispiace assai. Perché non sarebbe bello, è bello, si può fare, si fa, lo stiamo facendo, siamo in tanti a farlo ogni giorno e siamo in tanti che stiamo imparando a farlo, ad esempio a scuola, dalla prima elementare all’università, e funziona, te lo assicuro.
Si, siamo in tanti, in tantissimi, in questi anni ne ho incontrati e raccontati sui miei blog centinaia e centinaia, e io sono solo uno, pensate che succede se cominciate a farlo anche voi.

Ecco, per innamorarsi del lavoro ben fatto c’è bisogno di una quinta parola, possibile, perché il lavoro ben fatto è proprio così, possibile, easy, semplice. È un approccio, nel senso che tu impari, ti ci abitui, prendi il «vizio» e non smetti più. Come allacciarsi le scarpe, abbottonare la camicia, andare in bicicletta. 
Proprio così, il lavoro ben fatto è possibile. Pensiamoci per un attimo assieme, pensiamo alla possibilità che chiunque arrivi da qualunque parte del mondo in un qualunque aeroporto, una qualunque stazione, un qualunque Comune italiano trovi un cartello con su scritto «Benvenuti in Italia, il paese dove ognuno fa bene quello che deve fare e tutti vivono meglio». Dici la verità, non avrebbe più senso, non sarebbe più bello, più giusto, più conveniente vivere in un Paese così?

È per questo che spero tanto che ti innamori anche tu caro Diario, perché da solo non ce la posso fare, nessuno ce la può fare da solo, io meno degli altri.
Abbiamo da scrivere una nuova epica dove gli eroi non sono gli Avangers, le squadre speciali, i figli umani degli dei ma persone normali come noi, persone normali che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare. 
Persone che con le cose che fanno danno voce al bisogno di dare più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sappiamo e sappiamo fare e meno valore a ciò che abbiamo.
Si, sono convinto, che noi, assieme, possiamo cambiare l’Italia. Faccio ogni anno un numero esagerato di chilometri perché sono convinto di questo. Sono qui a BTO perché sono convinto di questo. E se lo stai pensando toglitelo dalla testa l’idea che il mio sia solo un sogno. Perché quando si sogna da soli è un sogno. Quando si sogna assieme comincia la realtà.

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