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Dizionario del Pensiero Connesso

TITOLO
Delle Connessioni

CONTENUTO
Il racconto di 47 autrici e autori che – in qualunque campo del sapere e del saper fare – hanno messo le connessioni al centro della loro attività di lavoro, di studio, di ricerca.

FASI
1. Invio proposte all’indirizzo partecipa@lavorobenfatto.org
2. Redazione delle diverse voci da parte di ciascuna/o proponente (max 8000 battute).
3. Attività di editing (titolo, cover, contributi, ecc.).
4. Pubblicazione del volume in formato digitale (formato cartaceo da valutare).

POST DA CUI È NATA L’IDEA
1. Questa storia qui ha inizio una sera per me indimenticabile di quasi 20 anni fa all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. L’occasione era data della presentazione di «Dell’incertezza» di Salvatore Veca e l’invito avvertiva che a raccontare il volume insieme all’Autore sarebbero stati Sebastiano Maffettone, Corrado Ocone e il sottoscritto.
Sarebbe toccato dunque a me –  in quanto presidente dell’Associazione Austro e Aquilone che aveva promosso l’iniziativa – aprire la discussione, e per l’occasione non mi ero limitito a leggere il libro, l’avevo studiato, sottolineato, approfondito, all’inizio perché ritenevo inconcepibile fare diversamente, man mano che andavo avanti nello studio perché mi innamoravo di quello che leggevo, un amore che non mi ha mai più lasciato, posso dire di averlo riletto almeno 10 volte nel corso degli anni e ancora oggi sta sempre in bella vista pronto per essere letto o anche solo consultato.
Ricordo che sul finire della mia introduzione affermai che se avessi potuto decidere io il titolo, il libro l’avrei chiamato «Della connessione» invece che «Dell’incertezza» e poi avevo aggiunto: «Della connessione, cioè dell’importanza delle cose connesse ad altre cose. […] Questa ricerca delle connessioni percorre tutto il libro: negli argomenti a favore della tesi che a dare importanza alla vita è la morte, o che l’importanza delle ragioni è data dal loro rapporto con i sentimenti. […] Credo che proprio per sottolineare questo aspetto quando parla delle dieci proposizioni, quelle che verso la fine del libro presenta come il suo primo punto di approdo, Veca le chiama “dieci proposizioni connesse”. E la stessa sensazione mi ha preso quando ho letto che “chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre”.»
Ecco, in un libro straordinariamente denso di meditazioni e di indicazioni su «chi siamo», «ciò che vi è» e «ciò che per noi vale» fu proprio questo asserto  –  «chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre» – ad aprirmi un mondo che per mia fortuna non si è mai più richiuso.

2. Questa storia delle connessioni è diventata con il tempo la storia della mia vita, la chiave per dare a essa più senso e significato, la via per provare a vivere una vita più degna di essere vissuta. Ebbene si, si può fare, nonostante i mille problemi, pur non avendo una lira, o un euro, ci si può sentire ricchi perché le proprie stanze di vita quotidiane sono popolate da persone a cui si vuole bene e da cui si è voluti bene, persone che hanno vite come te complicate e belle, vite per l’appunto più degne di essere vissute. In questa storia che comincia e non finisce insieme alle persone anche i libri hanno un ruolo importante, ma naturalmente non sto qui per raccontare della mia personale Biblioteca di Babele, sto qui per dire che a a un certo punto inciampo in Sam Kean e in un altro libro meraviglioso, «Il cucchiaino scomparso», che non solo mi fa fare la pace con una delle cose che più ho odiato in vita mia, la tavola periodica di Mendeleev, che adesso quasi la amo, ma mi ha anche fatto capire che anche nel mondo della chimica l’incertezza regna sovrana, con gli atomi che «dormono» fino a quando non interagiscono con altri atomi, e che insomma non c’è nessuno che se ne sta fermo al suo posto una volta e per sempre. Per ultimo arriva lui, Carlo Rovelli, che naturalmente non è l’ultimo, anche perché come diceva il Bardo continuano a esserci più cose in cielo e in terra di quante la nostra fantasia ne possa immaginare. Con Rovelli siamo nel regno della fisica, il libro si chiama non a caso «Sette brevi lezioni di fisica», e a un certo punto, alla fine della lezione seconda, quella su «i quanti», l’Autore scrive: «Le equazioni della meccanica quantistica e le loro conseguenze vengono usate quotidianamente da fisici, ingegneri, chimici e biologi, nel campi più svariati. Sono utilissime per tutta la tecnologia contemporanea. Non ci sarebbero i transistor senza la meccanica quantistica. Eppure restano misteriose: non descrivono cosa succede a un sistema fisico, ma solo come un sistema fisico viene percepito da un altro sistema fisico. Che significa? Significa che la realtà essenziale di un sistema è indescrivibile? Significa solo che manca un pezzo alla storia? O significa, come a me sembra, che dobbiamo accettare l’idea che la realtà sia solo interazione?»

3. Spero di non deludervi, ma non ho una morale della storia da proporre e non so neanche bene dove voglio andare a parare, penso soltanto che l’idea che siamo sangue e link, che sono le nostre relazioni, la qualità e la quantità delle nostre connessioni, le persone, le idee, le culture, le differenze che incontriamo sul nostro cammino a dare senso alle nostre vite, a definire la loro qualità, a renderle più degne di essere vissute ci possa aiutare a costruire una narrazione condivisa di questa nostra realtà che la chimica, la fisica e la filosofia ci dicono fatta solo di interazione.

4. Confesso che mi piacerebbe assai scrivere una breve storia del pensiero connettivo, ma naturalmente da solo non ne sono capace, però potrei trovare dei complici, magari si potrebbe cominciare con un indice degli autori per definizione provvisorio e incompleto e però senza limiti di idee e discipline, dalla letteratura alla fisica, dalla filosofia alla chimica, dalla matematica alla geografia, dall’architettura fino all’infinito e oltre. Che dite si può fare? In fondo partecipare non è impossibile: per ora si propongono uno o più autori o autrici che in qualunque campo del sapere e del saper fare umano hanno messo al centro del loro pensiero, della loro attività di ricerca, del loro lavoro le connessioni e poi, quando si tratterà di realizzare la nostra storia del pensiero connettivo, ciascuna/o scriverà le righe o le pagine necessarie a raccontare le idee e il lavoro dell’autrice o dell’autore che ha proposto. Non è detto che ce la facciamo, ma magari si, e secondo me sarebbe bello assai.

morettixblog
PROPOSTE
Massimo Penitenti
Caro Vincenzo, da quando so dell’esistenza della quantistica e dei neuroni a specchio sto uscendo matto, nulla mi basta per migliorare la mia conoscenza e nel contempo, il mio non aver studiato è,sempre più, un limite alla mia capacità di apprendimento. Quando scrissi il post per il mio blog intitolato “Cura e quanti”, avevo in mente che i neuroni a specchio potessero essere, anche, gli organi percettivi con la funzione di prendere contatto con la capacità di atomi e molecole di rimanere in relazione tra loro anche dopo una fugace e fortuita relazione. Non riporto questa ipotesi nel pezzo perché fino ad ora mai ho letto di qualche studioso che avanzasse la medesima idea.
Ebbene, una webconoscente con la quale sono un contatto dai tempi del forum dedicato a Terzani, deve aver intuito questo mio pensiero in quanto, dopo aver letto il post, mi ha inviato “I neuroni a specchio” di Marco Iacoboni (lo sto ingoiando).

Cura e Quanti

Perché l’entanglement, secondo me dimostra l’empatia e la possibilità di misurarla e, quindi, di avere la possibilità di percepirla e di conseguenza, trasmetterla. 
Ormai è dimostrato che se due bosoni, atomi, o insiemi di atomi quali le molecole e, di conseguenza, due organismi, una volta che, per qualche motivo, entrano in relazione, si sarà formato tra loro un legame indissolubile. Non ci sarà più distanza né spaziale né temporale che li potrà staccare. Avranno ormai per sempre oltrepassato quel limite dove tempo e spazio determinano ogni cosa, non so se eliminandoli o trasformandoli ma questi non avranno più influenza su di loro.
La nostra vita percepisce di entrare in contatto con il tutto tramite parti del nostro organismo deputate ad attivare il sistema binario 0/1 dove uno è il contatto e l’altro il non contatto.
Le retina percepisce il flebile contatto con i fotoni e trasmette immagini al cervello mentre nella bocca e nel naso milioni di recettori ci permettono di analizzare microscopiche particelle trasformandole in sapori e odori. Nell’orecchio due ossicini toccati dall’aria che vibra a loro volta si urtano, così riceviamo la possibilità di sentire suoni e rumori.
In  tutto il corpo abbiamo più o meno elevate concentrazioni di terminazioni nervose che ci aiutano a capire se altri corpi, più o meno rigidi, caldi, freddi o affilati  ci stanno toccando.
Poi abbiamo la capacità sinestesica, a volte consapevole ma più spesso no, di utilizzare tutti questi sensi o parte di loro, in concerto, per percepire cose alle quali meno pensiamo essere cose che ci toccano o non ci toccano quali, ad esempio, la fame o la paura.

Ora, perché non dovremmo avere un organo o una serie di organi che ci facciano percepire l’entanglement?
 Eppure esiste l’empatia, in alcuni particolarmente sviluppata in altri meno, in altri ancora come per i sordi o i ciechi completamente assente se non stimolata in modo a loro più consono (chi ha tutti i sensi è avvantaggiato, ma ci sono individui che li hanno tutti e ben sviluppati ma di empatia non se ne parla proprio, comunque, immagini e suoni risultano più immediati come stimoli atti a favorire l’empatia).

Ecco perché me ne sono andato con la testa su questo ragionamento, per mettere insieme le cronache dall’arnia (1) e la chiusura dei porti: la capacita di cura.

Qui nell’arnia le persone sono, per elezione naturale, particolarmente dotate alla percezione dell’entanglement, in chi chiude i porti questa è assente, in pratica questi ultimi sono sordi e ciechi all’empatia.
 Ecco come la quantistica, per me, contempli l’empatia, quella cosa che, piano, piano, ci porterà ad essere sovrumani, a superare dunque, la mera barriera formata dalle leggi che regolamentano la conservazione della specie che forse, in noi umani, è il tratto distintivo dalle altre forme di vita, forse. 
Abbiate cura.
(1)L’arnia è l’ospedale in cui sono stato ricoverato per un intervento di asportazione di un’ernia discale, mi piacciono molto i giochi di parole, da qui la relazione tra arnia ed ernia

Veca, la tolleranza, i neuroni a specchio, la quantistica, tutto riporta alle connessioni; a noi umani manca la consapevolezza di avere quello che un tempo poteva essere considerato un superpotere, un potere extrasensoriale, mentre, probabilmente, altro non è che una capacità percettiva sopita.
In “Dell’incertezza” di Veca (da te consigliato), ricordo il suo soffermarsi sulla tolleranza.
 La tolleranza, pratica buona se parte dalla bontà, è sicuramente un passo trascendente che parte dal perdono, altra buona pratica, sempre che parta anch’esso dalla bontà, ma pone chi la mette in atto ancora su una posizione superiore, del perdonato prima e del tollerato poi.
Lessi cosa dicevano a riguardo Silo, e prima di lui, Gandhi e Mandela. Parlavano di un ulteriore passo verso il prossimo quindi, a favore delle connessioni, umilmente mi accodo a loro e penso che il passo da fare ora è proprio questo, la riconciliazione. Una pratica questa, che pone chi la attua necessariamente al medesimo livello di coloro verso la quale è orientata. 
Riconciliarsi vuol dire accettare anche i torti senza dimenticarli, facendoli diventare strumento per migliorare, accettando che ci sia una responsabilità anche da parte di chi si attiva in tal senso (forse anche da ciò trae energia la resilienza).

Non è sempre facile, soprattutto se verso una o più persone non ci si è proposti prima nel perdonare e nel tollerare, ma se ambiamo a saltare oltre i due metri non ci possiamo allenare saltando trenta centimetri.
Immaginiamo di avere dentro un problema che ci affligge e questo lo abbiamo scritto su un grosso cartello e riposto alla rinfusa in un grosso contenitore, ogni qualvolta quel contenitore ci ricapita tra i piedi, saltano fuori tutti i cartelli, anche quelli ai quali non pensavamo più da tanto tempo, ci inciampiamo, ci tagliamo, ci schiacciamo le dite e, alla fine, comunque li dobbiamo riporre per non farci sovrastare. Nella riconciliazione, invece, il problema lo scriviamo su un foglio piccolo, il più piccolo che riusciamo a immaginare e lo scriviamo con una grafia minuscola, la più piccola possibile poi, prendiamo quel foglietto e lo infiliamo in una piccola bustina dove ce ne sono tanti altri. Quella bustina la possiamo portare con noi, per non dimenticare, ma quando la riprendiamo, per un qualsiasi motivo, quei problemi non ci faranno più male, non vi inciamperemo, non ci schiacceranno le dita, non ci taglieremo. Potremo, così, dedicarci ad altro e ad altri senza negarci il problema che, invece, diventerà strumento di crescita.
Ma io sono scemo e delle volte me ne vado di capa.
Intanto, su ciò, leggo.

Giovanni Coscia Porrazza
Caro Prof., lo so che mi sto mettendo nei guai, ma è l’istinto. Le mie proposte sono:
Douglas Adams, «Dirk Gently: Agenzia d’Investigazione olistica»; anche se un po’ tutta l’opera di Adams è innervata dal pensiero connettivo, “Everything is connected” è praticamente il motto del protagonista di questo ciclo di racconti.
David Forster Wallace, «Oblio», «Considera l’aragosta», «Una cosa divertente che non farò mai più»; ogni cosa per David Forster Wallace andava spiegata e la sua spiegazione spiegata e la spiegazione della spiegazione, e cosi le note a pie’ di pagina che hanno a loro volta note a pie di pagina che a loro volta …

Paola Ricca
Nella psicologia: Paul Watzlawick, Pragmatica della Comunicazione Umana – studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi.

Gabriele Carloni
Ho alcuni libri totem nella mia vita, uno di questi è un romanzo di Steinbeck, “Al dio sconosciuto” che parla del rapporto a volte al limite dell’esoterico col mondo che ci circonda e del continuo temporale e spaziale dell’essere umano, dell’unicità del senso di relazione con quello che ci circonda e che ci accade. L’ho riletto varie volte e in varie età, provando sempre gli stessi sentimenti. Vedo una strana connessione, l’ho scoperta nel tempo, fra questo romanzo e il concetto di empatia espresso da Philip K. Dick nei suoi romanzi. Davvero curioso, no?

Monica Cristina Massola
A proposito di essere interconnessi il mio libro non può essere che «Il corpo» di Umberto Galimberti.

Irene Gonzalez
Io propongo Italo Calvino e «Perché leggere i classici».

Maria D’Ambrosio
Io partirei dal De Rerum Natura di Lucrezio.

Rodolfo Baggio
Vincenzo, mi sa che questa è un’impresa titanica, mi ricordi D’Alembert quando scrive “L’opera che iniziamo ha due scopi: in quanto enciclopedia, deve esporre quanto più è possibile l’ordine e la connessione delle conoscenze umane; in quanto Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, deve spiegare i principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica, e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l’essenza”. È che tutta la storia del pensiero, e soprattutto di quello scientifico, è in realtà la storia del tentativo di capire relazioni e rapporti: fra concetti, fra oggetti, fra fenomeni, fra individui e quindi pochi autori sarebbero fuori dalla lista.
Da Aristotele a Tommaso, e poi Comte, Quetelet, Russeau, Marx, Spencer, Peirce, Durkheim, Weber, Russell, Arendt, Merton, fino a tutto il movimento di studio quantitativo delle reti e dei fenomeni sociali con Moreno, Milgram, Schelling e via via le indagini più recenti sulle reti e sui fenomeni di relazione sociale dei vari Granovetter, Freeman, Barabasi, Watts, Newman, Galam, Stauffer. E mi sa che ne ho dimenticato decine e decine.

Alice Mado Proverbio
Nelle Neuroscienze, il concetto di Functional Connectivity (connettività funzionale) che esprime il modo in cui le diverse regioni cerebrali sono connesse da fasci di fibre bianche (da cui tra l’altro dipende l’intelligenza fluida di un individuo) lo dobbiamo a Karl J. Friston (2011). “Functional and Effective Connectivity: a review”. Brain Connectivity. 1 (1): 13–36.
I circuiti cerebrali non sono statici, ma cambiano nel tempo e sono fortemente dipendenti dall’uso e dall’esperienza (cortical neuroplasticity). La connettività funzionale si può misurare con l’EEG (coerenza cerebrale) o con la DTI (Diffusion Tensor Imaging).

Luca Moretti
Isaac Asimov. Ciclo dei robot.

Silvia Vignati
Erving Goffman. Il rituale dell’interazione. L’ordine dell’interazione.

Roberto Paura
Interpretazione olistica della realtà del fisico David Bohm, concetto del “tutto indiviso”.
Il concetto di entanglement (“intreccio”) nella fisica quantistica e il teorema di Bell che ne ha dimostrato la validità.
Fisica quantistica e visione olistica della realtà: La danza del maestro Wu Li di Gary Zukav, Il tao della fisica di Fritjof Capra, Tutto è uno di Michael Talbot.
Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter.
Meccanica quantistica relazione di Carlo Rovelli (la realtà non è data dalla somma di oggetti, ma di relazioni tra di essi)
Ecologia, l’idea che l’ambiente debba essere considerato tenendo conto delle connessioni le sue diverse parti.
L’ipotesi “Gaia” di James Lovelock e Lynn Margulis.
Stuart Kauffmann e la teoria dell’origine della vita data dall’auto-organizzazione di reti di geni.
La “sociobiologia” di Edward O. Wilson e lo studio dei superorganismi come le società di insetti.
Donald Hebb e il connessionismo come studio del modo in cui la mente agisce attraverso le connessioni neurali.
Connettoma di Sabastian Seung.
Il Santa Fe Institute e l’affermazione della teoria dei sistemi complessi e dei fenomeni emergenti (a partire dall’articolo More is different, 1972).
Ilya Prigogine.
Teoria del caos.
La rete della vita di Fritjof Capra.
Teoria dei grafi e applicazioni alle reti sociali, in particolare computational social science e studio della realtà sociale come prodotto delle connessioni tra agenti.
Nelle scienze storiche la World History tenta di elaborare visioni sistemiche della storia mondiale enfatizzando le connessioni tra le diverse parti, per es. gli studi sulla diffusione delle idee rivoluzionarie tra le due sponde dell’Atlantico nel XVIII secolo.
Albert-László Barabási, Link la scienza delle reti

Vincenzo Moretti
I 3 autori citati nel post – Veca, Kean e Rovelli.
I Ching, antico testo di saggezza
George Siemens e il suo Connettivismo.
aenakapata

Post Scriptum del 21 Luglio 2018
L’idea originaria era di 137 autrici e autori e mi veniva dalla lettura de L’equazione dell’anima di Arthur I. Miller (Rizzoli), un libro che racconta della «ossessione» di due geni come Wolfgang Pauli e Carl Jung per questo numero. L’ho letto, l’ho riletto, e non me lo sono più tolto dalla testa. La citazione che segue è invece tratta da Leon Lederman, La particella di Dio, Mondadori, spero vi incuriosisca e vi spinga a volerne sapere di più:
«Fu Richard Feynman a suggerire che tutti i fisici affiggessero una targhetta nei loro uffici e nelle loro abitazioni per ricordarci di quanto poco sappiamo. Sulla targhetta non ci sarebbe stato altro che questo: 137. Ora, 137 è l’inverso di una cosa chiamata “costante di struttura fine”. Questo numero è in relazione con la probabilità che un elettrone possa emettere o assorbire un fotone. La costante di struttura fine risponde anche al nome di costante alfa, e corrisponde al quadrato della carica dell’elettrone diviso per la velocità della luce moltiplicato per la costante di Planck. L’unico significato di tale sproloquio è che questo numero, 137, contiene l’essenziale dell’elettromagnetismo (l’elettrone), della relatività (la velocità della luce) e della teoria dei quanti (la costante di Planck). Sarebbe meno sconvolgente se il rapporto tra tutti questi importanti concetti risultasse pari a 1 o a 3 o, forse, ad un multiplo di p greco. Ma 137? La cosa più notevole a proposito di questo notevole numero è che esso è privo di dimensioni… Molti numeri si presentano con dimensioni. Ma risulta che, quando si combinano tutte le quantità che costituiscono la costante di struttura fine, tutte le unità si cancellano! 137 si presenta da solo; si presenta ovunque in tutta la sua spoglia nudità. Ciò significa che gli scienziati di Marte o del 14° pianeta della stella Sirio, usando qualsiasi accidente d’unità per la carica e la velocità e la loro versione della costante di Planck, otterrebbero sempre 137. Si tratta di un numero puro. I fisici si sono scervellati sul numero 137 per gli ultimi 50 anni. Werner Heisenberg affermò una volta che tutti i dilemmi della meccanica quantistica si sarebbero risolti non appena si fosse finalmente spiegato il 137. Un altro scienziato, Wolfang Pauli, era ossessionato dal 137, e passava innumerevoli ore a meditare sul suo significato.»

Come ho scritto oggi sui social, due anni fa, quando ho lanciato l’idea, nonostante un certo entusiasmo iniziale e un po’ di adesioni non siamo riusciti ad andare avanti. Banale ma vero, non tutte le ciambelle riescono col buco. Però ho deciso di riprovarci, e così ho rilanciato il post, e Roberto Paura mi ha detto che lui è sempre della partita e però le 4000 battute inizialmente previste erano troppo poche. Ci ho pensato su, mi sono fatto venire un attacco di realismo e ho deciso che il numero giusto di autrici e autori poteva essere 47 e che il numero di battute poteva essere di 8000.
Perché proprio 47? Una ragione oggettiva naturalmente non c’è, le mie ragioni sono 47 è un numero primo e 4 è la somma di 1 + 3 il che in qualche modo riporta al 137. Buona partecipazione.