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Impara, fai, condividi

Abbiamo fatto per un po’ di mesi un lavoro non proprio usuale: raccontare dal vivo, per tutta la sua durata (dovevano essere 18 settimane, ma sono diventate di più, perché i corsisti hanno continuato e continuano a frequentare il FabLab, e anche questo suggerisce qualcosa di significativo), il corso «Strumenti Digitali per Artigiani Tecnologici: Learn – Make – Share» organizzato dall’Assessorato ai Giovani e Politiche Giovanili, Creatività e Innovazione del Comune di Napoli con l’Associazione FabLab Napoli alla Casa della Cultura e dei Giovani di Pianura, Napoli.
Gli obiettivi principali che ci siamo prefissi sono quattro:
1. dare conto di ciò che è realmente accaduto, senza cioè omettere gli errori, le false piste, le scoperte e le “conquiste” accidentali, come invece inevitabilmente accade quando si stila ex post il resoconto di un’attività di questo tipo;
2. avere a disposizione idee, materiali, appunti per ripensarci su da un doppio punto di vista: quello che ci è stato tramandato da Butterfield così: «Di tutte le forme di attività mentale la più difficile da indurre […] è l’arte di adoperare la stessa manciata di dati di prima, ma situarli in un nuovo sistema di relazioni reciproche fornendo loro una diversa struttura portante; il che significa praticamente ripensarci su.»;  e quello che dobbiamo invece a Weick e ai suoi processi di costruzione di senso (sensemaking);
3. condividere il nostro specifico punto di vista – nostro sia nel senso del punto di vista individuale di ciascuno di noi che in vario modo ha partecipato al corso, sia nel senso del punto di vista collettivo, quello – se così si può dire – della classe.
4. Coinvolgere voi lettrici e lettori in questa riflessione, cosa oggi possibile più compiutamente di ieri dato che gli obiettivi 1 e 2 sono stati sostanzialmente soddisfatti e che i materiali sono a disposizione di tutti.

Cosa aggiungere ancora? Soltanto che se non l’avete fatto andate a leggere quello che questi ragazzi hanno imparato a pensare, a fare e a condividere nel corso delle loro attività. E che giusto per incuriosirvi vi anticipo qui i quattro punti iniziali di sintesi proposti da Cosimo Saccone – uno dei corsisti – e un quinto suggerito da me:
1. Che cos’è un fab lab. Il FabLab è un tipo di laboratorio che nasce inizialmente allo scopo di condividere progetti digitali a livello globale (creare un ambiente condiviso). Quello della condivisione è uno dei valori fondamentali che sono alla base della cultura del FabLab. Condivisione non significa mettere online il proprio progetto per farselo rubare, ma collaborare e scambiare competenze e idee al fine di facilitare e, quindi, velocizzare la realizzazione del proprio progetto. Condividere significa superare più agilmente i problemi di sviluppo e presentarsi più velocemente sul mercato. Ovvio perciò che i vari FabLab nazionali (ma anche internazionali) si conoscano e collaborino fra loro (in gergo si dice “fanno rete”). Il FabLab è una sorta di “garage” che permette di realizzare i propri progetti (eventualmente pagando il materiale utilizzato o portandoselo da casa) senza doversi preoccupare di acquistare spazi, attrezzature e macchinari.
2. Il Learning by doing. Il corso di formazione (se così vogliamo chiamarlo) è caratterizzato dalla metodologia del learning by doing, ossia imparare facendo. Non si tratta quindi del normale corso caratterizzato dalla classica lezione frontale, ma di una modalità di scambio e condivisione reciproca, nella quale ognuno (anche i soci del FabLab) può arricchirsi di nuove competenze ed esperienze.
3. L’importanza della pratica. Mentre si parlava degli scopi del fab lab, è sorta la discussione circa lo scarso ruolo riconosciuto alla pratica nel nostro sistema formativo (specie nel mondo accademico). Alcuni ragazzi hanno individuato, nel proprio percorso di studi, l’esigenza di una maggiore connessione fra teoria e pratica.
4. L’organizzazione dei gruppi. Le difficoltà mostrate dai corsisti nel decidere un criterio di divisione equo ha costretto Antonio Grillo, responsabile del corso, ad assegnarli d’autorità.
5. Raccontare facendo. Lo vogliamo chiamare storymaking?, making stories?, telling doing?, poi vediamo come è meglio. Lo definirei come «il processo che mira a connettere l’attività del pensare con l’attività del fare attraverso il racconto». Pensare non solo nel senso del «cosa» stai facendo e del «come» lo stai facendo ma anche nel senso di «perché« lo stai facendo.
Ecco, dire che è tutto, anzi no, vorrei chiudere questa introduzione al diario con un pensiero del grande Karl E. Weick: «Le storie aiutano la comprensione, perché integrano quello che si sa di un evento con quello che è ipotizzato […]; suggeriscono un ordine causale tra eventi che in origine sono percepiti come non interconnessi […]; consentono di parlare di cose assenti e di connetterle con cose presenti a vantaggio del significato […]; permettono di ricostruire eventi complessi precedenti […]; possono guidare l’azione prima che siano formulate delle routine e possono arricchire le routine quando sono state formulate […]; consentono di costruire un database dell’esperienza da cui è possibile inferire come vanno le cose.»
fablab5a

LEGGI IL DIARIO

Post Scriptum del 16 Ottobre 2016
Al Maker Faire Rome 2016 è stato appena annunciato che il FabLab Napoli capitanato dal mitico Antonio Grillo ha vinto il #FabLabTour16 Intel. Il progetto con il quale hanno vinto si chiama Tweet a Ball e se cliccate qui potete saperne di più e guardare il video di presentazione.
Per quanto mi riguarda quando ho vito la foto, la stessa che potete vedere voi, sui social network, sono stato felice. Sono stato felice perché conosco l’approccio, la serietà e l’impegno del FabLab napoli e delle persone che lo hanno ideato e lo  dirigono. E perché nella foto c’è anche uno dei corsisti, Simone Di Costanzo, che dal mio punto di vista è la migliore testimonianza della qualità del lavoro che è stato fatto durante il corso. Come dite? E’ solo uno? Si vede che non avete esperienza in questo genere di cose. Io ogni anno spero che almeno uno degli studenti trovi le ragioni e le motivazioni per continuare un pezzetto di strada assieme, e non sempre ci riesco, e all’inizio sono 60-70, studiano e hanno 20 anni, figuratevi quando ne sono 15, hanno un lavoro e in molti casi anche una famiglia.
Si, sono contento assai, conto di ritornarci presto su, ma intanto volevo condividere questa bella notizia con voi.

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