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Silvio, Ai e le mille sfumature della vita

Prologo
Cose che accadono solo nel mondo delle storie vere. In cinque giorni due racconti “giapponesi” con due italiani protagonisti: Piero Carninci e Fantom5 qualche giorno fa, Silvio Carannante e Tenuta Campi Flegrei stasera.  Accade, e forse suggerisce qualcosa di significativo. La storia di Silvio ho scelto di raccontarvela in forma di dialogo; lo faccio raramente, ma credo che in questo caso – come avrebbe detto mio padre -, sia la morte sua.
Voi intanto leggete, e poi mi dite.

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«Vincenzo, ma che brutta figura che ho fatto con te, mi hai scritto più di un mese fa e mi faccio vivo solo adesso. Accetta le mie scuse per cortesia.»
«Tranquillo Silvio, nessun problema. Se ne hai voglia, io sono sempre qua. E se non ne hai voglia, sarà per un’altra volta.»
«Non è questione di voglia, è che sono due mesi che lavoro come un matto, non riesco a stare dietro più a nulla.»
«Va bene, allora vuol dire che ne riparliamo se e quando sarai un po’ più libero.»
«Vincenzo, in realtà non è che io sia questo grande scrittore.»
«Neanche io. Però basta che tu mi mandi dei pensieri, riflessioni e pezzi della tua storia, che a scriverla poi ci penso io. »
«Va bene. Però inizio dalla parte triste.»
«Certo, inizia da dove preferisci.»
«Dico triste per sdrammatizzare, la verità è che sono incazzato.»
«Va bene uguale, vai.»
«Sono Silvio Carannante e sono nato in un bar, al Fusaro, una piccola frazione di Bacoli, nei Campi Flegrei, in pratica la parte occidentale di Napoli.
I miei genitori erano ristoratori, e sin da piccolo mi dicevano – in realtà lo sentivo dire da tutti gli adulti intorno a me – impara anche tu questo lavoro che quando avrai 20 anni Bagnoli e la spiaggia romana saranno pieni di alberghi e ci sarà lavoro per tutti.
Ecco la mia storia comincia da qui, da questo piccolo bar e da un padre che cercava di trasmettere l’amore per la ristorazione e di aiutare i giovani tossici a smettere di avvelenarsi la mente, il corpo e l’anima.
Vincenzo, devi credermi, sono passati 30 anni e lì continua a essere tutto uguale, non è cambiato niente, se non gli usi e i costumi, i modi di fare le cose, a volte penso che neanche internet riuscirà a cambiare niente, non lo so, magari su questo sbaglio, ma te l’ho detto, sono preso dalla rabbia di vedere una terra come la nostra – intendo tutto il Meridione – sfruttata e maltrattata. Sì, fa un brutto effetto vedere fratelli e sorelle del Sud costretti a lasciare la propria terra in cerca non di fortuna ma di sopravvivenza, perché poi ci stanno quelli che ce la fanno ma ci stanno anche quelli che “arrancano”, nel senso che vivono in una situazione di costante precarietà.
Per tornare a me la mia vita è stata tutta un girovagare, a partire dall’istituto alberghiero di Formia.»
«Va bene, però tra Formia e il Giappone c’è una bella differenza. com’è che sei finito così lontano?»
«A volte si finisce lontano per scelta, come nel mio caso, molte altre volte per necessità. Del resto anche io non è che abbia viaggiato poi così tanto per piacere, diciamo piuttosto che ho viaggiato per trovare la mia via. Per svezzarmi ho cominciato con l’Inghilterra, poi sono stato un paio di anni negli Usa, poi quasi una decina li ho passati in Emilia Romagna, poi quattro mesi in Kenya e gli ultimi sette anni in Giappone.»
«Ma quanti anni hai?»
«Trentasette.»
«In pratica hai trascorso più anni lontano da casa che a casa.»
«Questo è sicuro. Pensa che già ai tempi di Formia, avevamo 13 anni – dico avevamo perché eravamo in molti in questa condizione -, e tornavamo a casa solo il sabato e la domenica. E in estate andavamo a lavorare, sempre fuori. Quella di Formia è stata per tanti un’esperienza molto formativa. Poi a diciotto anni sono partito per l’Inghilterra.»
«E mentre facevi tutti questi giri non hai pensato di mettere su famiglia?»
«Vincenzo, non solo ci ho pensato, l’ho fatto anche, nel senso che mi sono sposato. Mia moglie è giapponese, si chiama Ai Hanada, l’ho conosciuta in Italia, a Siena, era impegnata in una esibizione d’arte. E’ con lei che sono andato in Kenia, lavoravamo per una catena alberghiera italiana, ma non era cosa; eravamo in Africa schiavizzati dal padrone bianco che mentre lui faceva i soldi a noi non pagava lo stipendio. Allucinante. E’ stato lì che abbiamo deciso di andare in Giappone.»
«E’ stato un po’ un ritorno a casa, almeno per tua moglie.»
«Per certi versi direi di si, però in realtà è stato soprattutto un nuovo punto di partenza per entrambi, un punto di partenza che dopo anni di lavoro duro sta cominciando a dare i suoi frutti.»
«Oltre a tua moglie ci sono stati altri che ti hanno aiutato in questa tua avventura?»
«Ai non mi ha aiutato, lei è mente e cuore come me in questa cosa. E abbiamo avuto l’appoggio di un agricoltore giapponese che ci ha dato la chance di iniziare senza macchinari e terreni nostri.»
«In pratica vi ha messo in condizione di partire.»
«Esatto. Poi il resto lo abbiamo fatto tutto noi e alla fine l’impegno e i tanti sacrifici fatti ci stanno ripagando.»
«A proposito, non ti ho chiesto ancora dove siete precisamente in Giappone.»
«Nella città di Fukuoka, nel Kyushu.»
«E invece qual è il vostro progetto futuro, il vostro sogno, la cosa che desiderate realizzare? Contate di rimanere là? Pensate di tornare in Italia?»
«Bella domanda. Tornare in Italia sarebbe sciocco dopo tutta la fatica e gli investimenti che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo.
Guarda, direi che il nostro sogno lo stiamo già realizzando, nel senso che siamo sulla buona strada. Abbiamo la casa piena di animali. Forse desideriamo un ranch dove ospitare persone, fare assaggiare i nostri prodotti, far rilassare gli ospiti con noi nella natura. E in mezzo mille sfumature.»
«Mille sfumature di futuro?»
«Mille sfumature della vita. Alla fine a me e Ai piace metterci alla prova. Non avevamo mai fatto agricoltura e ci siamo accorti che fa per noi. Quando ho mandato il primo pacco di friarielli (i fiori appena spuntati delle cime di rapa) e torzelle (antico tipo di cavolfiore) a Hong Kong ero felice come un bambino. Ma solo questo non ci basta. Vogliamo creare un posto dove tirare fuori la nostra creatività: arte, cibo, intrattenimento; cose semplici, niente di esasperato, cose per sentirci noi stessi, senza essere costretti da niente e da nessuno.»
«Silvio, mi piace. Mi sa che se vengo per la terza volte in Giappone ti vengo a trovare.»
«Sarai gradito ospite. A proposito, non mi hai detto che cosa ne pensi tu del Giappone visto che ci sei stato.»
«Paese non semplice da viverci ma molto affascinante e con una cultura del lavoro straordinaria.»
«Eh sì, questo è il lato che mi calza. Vincenzo, io lo amo il lavoro.»
«Pure io.»

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Epilogo
«Vincenzo sul serio scusami per non averti risposto per così tanto tempo. Stasera avevo voglia di fare due chiacchiere. Dal vivo  sarebbe stato meglio, anche perché scrivere non è il mio forte …»
«… Però quando non si può fare dal vivo anche una chat può servire.»
«Vero. Scusa, posso chiederti ancora una cosa?»
«Dimmi.»
«Mi piacerebbe che tu raccontassi il lato umano di questa storia, non quello commerciale – aziendale. Sì, il lato umano, quello che parla di donne e uomini che ogni giorno lottano per portare avanti le loro idee e le loro cose, nel rispetto della comunità e della nostra madre Terra.»

Ringraziamenti
Grazie a Emanuela Capuano che mi ha segnalato l’ottimo articolo di Leonardo Balletta che potete leggere qui. E grazie anche a Leonardo, per l’articolo, perché mi ha messo in contatto con Silvio e perché lo ha fatto con una gentilezza davvero degna di nota. Senza la loro premurosa complicità io non avrei avuto il piacere di raccontare questa storia e voi, spero, di leggerla.

Post Scriptum del 24 Luglio 2016
Non so voi cosa avreste fatto, ma io quando ho visto la foto delle papaccelle con la conchiglia e il commento «Papaccella riccia! Lo abbiamo detto e lo abbiamo fatto … Vamos a zappar!» non ho resistito. Perché si, quello che stanno facendo Silvio and Ai a Fukuoka è troppo bello, e ben fatto, magari parto da oggi e provo a fare un diario fatto di tanti post scriptmun e poi vediamo che succede.

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