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L’Italia che ci piace

Il racconto dell’Italia che ci piace, l’Italia che vorrei. C’è un mio post di apertura e ci sono i vostri interventi. Il mio tono è sicuramente troppo assertivo, ma ogni tanto anche questo fa bene alla salute. In ogni caso chi vuole approfondire alla fine di ciascun capoverso trova dei rimandi. Spero che siate ancora in tante/i a partecipare, per intanto buona lettura.

Speaker
Vincenzo Moretti; Luca Carbonelli; Gennaro De Luca; Vincenzo Luise; Giuseppe Jepis Rivello; Agnese Collino; Giulia Bladier.

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Vincenzo Moretti Torna agli speaker
L’Italia che dà valore al lavoro
L’Italia che pensa lavoro, dunque sono, merito rispetto, considerazione. L’Italia che cerca nel lavoro il valore, il valore delle persone, il valore di ciò che esse sanno e sanno fare, il valore del Paese. L’Italia che crede nel lavoro come identità, dignità, diritti, doveri, responsabilità, autonomia, futuro e dunque non lo considera soltanto un mezzo, una necessità, ma anche un fine, una possibilità. L’Italia che rispetta il lavoro e chi lavora, premia chi merita, sostiene chi innova, è accogliente verso chi si trova in una condizione di svantaggio. L’Italia di Nuto che ne La luna e i falò dice ad Anguilla che «l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa».
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L’Italia che fa bene le cose perché è così che si fa
L’Italia che considera il lavoro ben fatto un moltiplicatore di possibilità, un fattore di cambiamento, l’approccio in grado di tenere assieme l’ebanista e il maker, l’azienda agricola e il rural hub, il cantiere edile e l’impresa di pannelli solari, il borgo antico e la smart city. L’Italia che compete perché nel lavoro valorizza la conoscenza, l’innovazione, l’eccellenza, la bellezza, la qualità, la dedizione, l’intelligenza, la professionalità. L’Italia che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, che mette sempre una parte di sé in quello che fa, che prova soddisfazione nel fare bene una cosa a prescindere, qualunque essa sia. L’Italia del barista e della scienziata, dell’artigiano e dell’impiegata, del musicista e dell’operaia, del ferroviere e dell’apicultore, della maestra, dello start-upper e del meccanico, donne e uomini normali che ogni giorno con il proprio lavoro, con l’intelligenza, la passione e l’impegno che mettono nelle cose che fanno, creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese. Per quanto mi riguarda è cominciato che avevo dieci anni grazie a mio padre, operaio elettrico con la licenza di quinta elementare, che mi spiegò la distinzione tra «il lavoro preso di faccia», quello svolto con impegno, rigore, passione, e «il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio», quello che invece no. Anche per questo sono stato contento quando ho letto di Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che «suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno».
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L’Italia che riconnette lavoro e autonomia
L’Italia che permette al giovane che lavora di essere autonomo, di avere una propria casa e una propria famiglia, di realizzare i propri progetti di vita, con tutte le piccole, meno piccole e grandi conseguenze che l’ingresso nella condizione adulta comporta. Nella rottura di questo nesso tra condizione lavorativa da una parte e condizione adulta dall’altra – che non riguarda più soltanto l’esercito dei precari ma coinvolge un numero sempre più consistente di boomerang worker, giovani lavoratrici e lavoratori che nonostante godano di un rapporto di lavoro  a tempo indeterminato, regolato dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di categoria, non ce la fanno a lasciare la famiglia di origine, a rendersi indipendenti, o comunque sono costretti a ritornarci dopo un certo numero di anni – sta un tratto caratteristico della crisi italiana. La ricostruzionedi questo nesso è dunque non solo una questione di giustizia ma anche una questione di necessità. Una questione di giustizia perché non si possono lasciare intere generazioni di donne e di uomini senza le opportunità e il futuro a cui hanno diritto. Una questione di necessità perché un Paese che non riconosce ai giovani questa possibilità è un Paese che non ha missione, non ha prospettive, non ha domani.
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L’Italia che #fabenelecose e #facosebelle
L’Italia che torna a regalare al mondo cultura, innovazione, futuro, perché tiene assieme la capacità e la voglia di fare bene le cose e di fare cose belle. L’Italia che esplora i segni del tempo (di internet), che progetta e realizza il Rinascimento 3.0, dove Rinascimento è Rinascimento e 3.0 è un approccio, un modo di istituire contesti, di pensare e di fare le cose fondato su quattro idee – azioni condivise: apprendere, ascoltare, comprendere, comunicare. L’Italia dei tanti casi di eccellenza e del Made in Italy che diventa norma, si fa sistema, determina la svolta, il cambio di passo di cui ha bisogno. L’Italia che rende tutto questo possibile perché fa alcune scelte di fondo: investe nella scuola, nella formazione, nella conoscenza; si dota di una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica; mette al centro del nuovo corso le città, i distretti, i territori; promuovere la cultura d’impresa, a partire dalle generazioni più giovani; incentiva e sostiene la transizione delle PMI verso l’economia digitale; istituisce forum di consultazione, di proposta e di supporto alle decisioni in materia di innovazione a livello locale.
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L’Italia che da un grande potere derivano grandi responsabilità
L’Italia che nel nesso tra potere (possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni) e responsabilità (necessità di operare per il bene comune, per l’interesse generale, per l’interesse della propria impresa, per il raggiungimento di un determinato scopo, ecc.) cerca le caratteristiche dei propri leader, a qualunque livello, dal capofamiglia al caposquadra, dal dirigente aziendale al sindacalista, dal primo cittadino su su fino alla presidenza del consiglio. Perché alla fine tanti leader fanno una classe dirigente e una classe dirigente che fa bene il proprio lavoro vuol dire un Paese con più opportunità e risorse, e città più vivibili, e più futuro per i  giovani. L’Italia che pensa che la prima regola del comando è “la colpa è sempre di chi comanda”, ma non per de-responsabilizzare i “comandati”, ma perché l’idea che la colpa è sempre di chi comanda possiede una carica innovatrice straordinaria, potendo la stamperei in 3D e la renderei obbligatoria in tutte le stanze di chi comanda qualcosa, qualsiasi cosa, perché sovverte  un modo di pensare, di essere e di fare – quello che porta a dare molto spesso la colpa ad altri, quasi sempre sotto ordinati nella scala gerarchica -, assai radicato nel nostro Paese.
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L’Italia che ha visione
L’Italia che allunga l’ombra del proprio futuro sul presente perché individua e mette in campo le energie per “ripensarci su”, per “fornire una diversa struttura portante” e ricollocare in “un nuovo sistema di relazioni reciproche” le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate alla sua alla crescita culturale, sociale ed economica. L’Italia che sa distinguere tra visione generale e visione individuale, tra ingiustizia sociale e problema individuale, tra “noi” e “io” tra “centro” e “periferia” e anche tra “quando capita a noi” e “quando capita agli altri”, tra “quello che manca agli altri” e “quello che manca agli altri”, si, proprio loro, i vicini di casa, di città, d’Italia, d’Europa, di Mondo. L’Italia che dà più chance alle tante persone per bene che dalla lotteria sociale hanno ereditato minori opportunità, alle donne e agli uomini di ogni età che anche dalla periferia ce l’hanno fatta, lottando ogni giorno, con le unghie e con i denti, lontani dalla luci della ribalta, per fare bene quello che devono fare, molto spesso riuscendoci, dimostrando il loro talento, dando senso alla loro comunità e alle loro vite, conquistando uno spicchio in più di futuro. L’Italia che ha visone perché sa cogliere e moltiplicare le opportunità, sa coltivare e promuovere il talento, sa accogliere e includere l’altro.
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L’Italia che si racconta
L’Italia dell’intelligenza collettiva, della bellezza che diventa ricchezza, della cultura che diventa sviluppo, della storia che diventa futuro. L’Italia che c’è, esiste, è fatta di studenti, architetti, postini, startupper, scienziati, muratori, maestri, ingegneri, sarti, ebanisti, maker, impiegati, vigili urbani, fabbri, quello che ci pare, accomunati dalla voglia, dalla speranza, dalla necessità di vivere in un Paese nel quale chiunque fa qualcosa, qualunque cosa faccia, cerca di farla bene. L’Italia che ha bisogno di essere raccontata, connessa, valorizzata di più, di diventare culturalmente egemone, di promuovere una nuova classe dirigente. L’Italia che non si accontenta di leggere le mie storie, che racconta le sue, costruisce la rete di cento, mille, diecimila Omero pronti a testimoniare, raccogliere, raccontare, socializzare le storie vere che vuole diventino la colonna sonora delle nostre vite e del nostro futuro. L’Italia fatta di migliaia di narratori e di cittadini reporter, donne e uomini che sulla base di un metodo e condiviso (accuratezza, indipendenza, imparzialità, legalità) decidono di assumersi la responsabilità di raccontare storie e di cambiare il Paese.
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L’Italia che non si arrende
L’Italia che nonostante le difficoltà, le ingiustizie, a volte persino lo scoramento, che siamo fatti di sangue e link non certo di ferro, non rinuncia a battersi. Per sconfiggere l’Italia della rendita, dei ritardi, degli squilibri, delle occasioni mancate. Per tagliare le radici dalle quali nascono gli svantaggiati di domani. Per creare più opportunità, per i giovani in primo luogo. Per cambiare il lavoro, l’impresa, la città, il Paese. Per vivere meglio. L’Italia che “certo che è una questione di investimenti, di risorse pubbliche e private da reperire e rendere disponibili, ma è anche una questione di cultura”. L’Italia che cambia se cambia l’approccio delle sue istituzioni e delle sue organizzazioni, e naturalmente delle persone che le compongono, tutte le persone, da quelle che hanno compiti di leadership, ai lavoratori e ai cittadini, naturalmente con responsabilità diverse ma con una eguale necessità di condividere una visione, un modo di essere e di fare che mette al centro il valore del lavoro e la qualità della crescita, dei cicli di produzione e di distribuzione, dei beni e dei servizi prodotti ed erogati. L’Italia che mette a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la storia delle  proprie città e delle proprie comunità, che tiene assieme innovazione e lavoro. L’Italia che mette a sistema l’intelligenza, la creatività, il potenziale, l’ingegno, l’intraprendenza, la capacità di intessere relazioni delle persone e delle organizzazioni.  L’Italia consapevole che il cambiamento ha più senso e significato, e produce più risultati, se nelle mille e mille differenze che caratterizzano il patrimonio agricolo, industriale, della pubblica amministrazione, dei servizi, del nostro Paese, riesce a non perdere di vista la ghianda dell’innovazione, il daimon del lavoro ben fatto. L’Italia che nelle poche grandi e medie imprese e nelle tantissime piccole e piccolissime “botteghe” del rinascimento 3.0 prossimo venturo torna a pensare che “ciò che va quasi bene non va bene”, torna a fare con la consapevolezza che i processi di cambiamento, per non fermarsi per l’ennesima volta alle buone pratiche, debbono contagiare l’intero sistema, ad ogni livello. L’Italia che non si arrende perché per fortuna ancora non dipende solo dalle tecnologie o dalle macchine, dipende anche, soprattutto, dalle donne e dagli uomini che la governano, la popolano, ci lavorano e possono farla ritornare grande. Se non ora, quando?

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Luca Carbonelli Torna agli speaker
L’Italia Freelance
Caro Vincenzo, mi è appena passato sotto gli occhi il tuo appello a raccontare l’Italia che ci piace e ho pensato di inviarti questo breve post su cosa significa per me essere freelance.
Volendo utilizzare il tuo tormentone direi che mi piace l’Italia in cui essere freelance vuol dire diventare imprenditore, commerciale, problem solver, in relazione alla propria attività o alla propria specializzazione e che invece non mi piace quella in cui sono in tanti, troppi, a definirsi freelance restando sostanzialmente dei grafici, dei webmaster, dei pubblicisti, dei traduttori, senza mai essersi posti il problema di saper sviluppare un piano di lavoro, di saper rientrare nei tempi predefiniti, di saper risolvere problemi che inevitabilmente si presentano in ogni tipo attività.
Il mio messaggio in definitiva è semplice: prima di sparare cazzate sul valore del nostro lavoro, chiediamoci se un lavoro sappiamo programmarlo, pianificarlo, gestirlo, seguirlo.

Gennaro De Luca Torna agli speaker
L’Italia che si associa
E’ passato quasi un’anno dalla nascita della nostra associazione, l’Arci Volla, e dopo mille peripezie, esperienze fatte, ed aver portato a termine diverse iniziative, arriva un momento in cui ti fermi ed inizi a riflettere, ad analizzare quali sono stati i motivi che hanno portato alla fondazione dell’associazione, perché ha cosÏ tanto valore il lavoro che stiamo svolgendo.
Sarebbe davvero troppo bello dire che l’associazionismo nasce solo dalla condivisione delle passioni comuni, da persone che si vedono per una chiacchierata, per il semplice gusto di condividere il proprio tempo; sarebbe bello, ma per noi non è stato così, perché la nostra associazione nasce da una “sofferenza”, proprio così, una sofferenza. 
Quella che provi quando ti rendi conto della totale mancanza di sbocchi e realizzazioni sociali e culturali. Quando capisci che è davvero dura realizzarsi dal punto di vista lavorativo e professionale e poi ti guardi intorno e vedi che quello che ti circonda non può confortarti, perché è troppo poco, e anche di poco valore.
Da qui nasce voglia di associazionismo, dalla necessità di cercare chi come te ha la voglia di”arredare” il posto in cui vive, di trasformare la passione in un impegno condiviso volto al miglioramento e al cambiamento.
Beh, io mi reputo fortunato, perché ho trovato nei miei compagni dell’Arci Volla persone che avevano il mio stesso sentimento – bisogno di realizzazione,la stessa voglia di confrontarsi e di migliorare le cose.
L’associazione è bella proprio per questo, perché può essere sia il “salotto” in cui discutere delle cose che non vanno, sia il campo di battaglia dove unirsi per cambiarle queste cose.
I primi tempi è stata davvero dura, perché lavorare in una periferia come la nostra non è facile, la gente ha sempre quella asfissiante sensazione di essere stata abbandonata a se stessa (sopratutto politicamente), e spesso crede che anche andare a vedere un film, per di più proiettato da ragazzi, e fare un dibattito costruttivo sugli spunti che la proiezione offre, sia inutile, una perdita di tempo, che di sicuro non migliorerà le cose.
Le persone sono stanche di come va il nostro paese, e la cosa più preoccupante é che sono proprio i giovani ragazzi come noi ad essere maggiormente allarmati e quindi disinteressati.
Secondo me proprio in questi contesti l’associazione assume un ruolo ancora più importante, perché alla fine il nostro lavoro si offre di traghettare le persone alla cultura, di fare informazione su tematiche che spesso sono scottanti.
Credetemi, le cose stanno migliorando,molta gente e diversi giovani si stanno interessando alla nostra associazione e alle nostre proposte.
Ë un grande risultato per noi, un segnale importante per la nostra voglia di risollevarci.

Vincenzo Luise Torna agli speaker
L’Italia che va in bici
Ho accettato con grande piacere la sollecitazione di Vincenzo quando mi ha chiesto di scrivere un pensiero, un’idea, un progetto su “l’Italia che…”.
Banalmente avrei continuato a scrivere “vorrei”, ma a dire il vero sono un po’ stanco di desiderare e più curioso di sperimentare e allora mi sono chiesto di quale parte d’Italia che sperimenta io facessi parte.
Ci ho pensato, e ho deciso di raccontare la mia di storia, la storia di una Italia che va in bici. Certo, mi direte voi, hai scoperto l’acqua calda. Forse. Ma la mia è la storia di una persona che da 2 anni con la sua bicicletta pieghevole affronta la giungla urbana per sperimentare, giocare, con la città per trovare una sua (nostra) dimensione di sostenibilità. Questo mi ha portato ad essere uno dei  tester che stanno dando una mano alla nascita del bike sharing nella mia città, Napoli.
Che ci crediate o no, l’Italia mette a segno un +22% di produzione di biciclette con un aumento dell’export del 40%. Tra i segmenti di mercato le ebike la fanno da padrone. Nonostante il collasso dei trasporti pubblici e le difficoltà reali per lo sviluppo di una mobilità sostenibile il nostro paese continua a pedalare, con fatica, con sudore, ma con soddisfazione.
Una corsa, una speranza, che mi sento quando metto i piedi sui pedali. Ma il mio sentire non vuol essere un “vorrei” che rasenta  l’utopia. La bici diviene, oltre che un mezzo di trasporto, una scusa per andare dove, a piedi o in macchina, non ero mai stato, per provare percorsi fuori dalla pista disegnata per terra.
Vorrei dire che sperimentare, giocare, come oggi fa chi utilizza un mezzo sostenibile di trasporto, è l’unico modo per provare a trovare una soluzione alla complessità dei nostri problemi. Andare al di là di una retorica del “giusto” o del “conveniente” ma provare a dialogare con quello che abbiamo intorno.
Questa è l’Italia che mi piace. Questa è l’Italia che amo.

Giuseppe Jepis Rivello Torna agli speaker
L’Italia che vuole essere rurale

La Ruralità oggi è diventata una tendenza, una cosa di cui andare fieri. Questo è molto bello e crea anche delle situazioni spesso interessanti per quei territori dove fino a qualche tempo fa si ci credeva soltanto arretrati e poco evoluti.
Oggi essere Rurale vuoi dire avere un approccio legato ai temi dell’autoproduzione agricola, di una vita che rispetti l’ambiente e gli ambienti (sia quelli in cui viviamo che quelli molto distanti da noi).
Essere Rurali non vuoi dire soltanto non essere cittadini, non essere metropolita, vuol dire avere un approccio nuovo al Locale.
Vuol dire mettere al centro delle “proprie politiche” la dimensione locale legata all’alimentazione, all’artigianato, alle informazioni ed alle storie locali.
Essere Rurale quindi vuol dire non solo “lavorare la terra”, o essere parte del racconto di una piccola comunità che non è stata investita dall’evoluzione degli ultimi 50 anni, vuol dire anche sapere che esiste Arduino e la Stampa 3D e vuol dire iniziare a pensare a questi strumenti con qualcosa di funzionale alle proprie esigenze.
Essere Rurale oggi vuol dire avere compari in tutto il mondo, vuol dire avere un compare contadino in Alabama e sapere che tenuto conto del fuso orario ci si può scambiare facilmente una video chiamata per realizzare progetti insieme, per scambiarsi esperienze e per sentirsi meno soli.
Essere Rurale vuol dire anche riprodurre delle micro-comunità nei posti a rischio di spopolamento, vuol dire concimare e seminare una terra che sta rimanendo incolta.

Agnese Collino Torna agli speaker
L’Italia che vuole sapere
L’Italia che non si accontenta di sapere quello che già sa.
L’Italia che è curiosa, di quella curiosità sana che ci rende migliori.
L’Italia che non si accontenta di cogliere i frutti dell’innovazione ottenuti da altri, ma si mette in gioco in prima persona per innovare, per trovare nuove strade, nuovi modi, insomma, l’Italia che fa ricerca.
L’Italia che la fa come si deve, non gettando il sasso e nascondendo la mano. Non formando migliaia di giovani in gamba e lasciandoli partire senza poi fornire opportunità di rientrare. Non mortificando l’ingegno a vantaggio della parentela, la conoscenza a vantaggio delle “conoscenze”.
L’Italia che dice di voler investire nella ricerca e poi ci investe sul serio. E la valorizza anche favorendo il passaggio di conoscenza alla cittadinanza. Perché la scienza non è fatta di noiosi tomi impolverati da dimenticare sugli scaffali, ma è un servizio per la comunità, una nobilitazione della persona, la chiave per costruire una società critica e capace di difendersi da cialtronerie e luoghi comuni. La scienza non è completa se non possono usufruirne tutti.
L’Italia che vuole sapere, quindi, e che anche in questo cerca un #lavorobenfatto.

Giulia Bladier Torna agli speaker
L’Italia che fa politica
L’Italia che anche quando è contenta della spinta impressa dalla leadership di Renzi e del risultato conseguito dal PD alle elezioni europee non dimentica che il vero primo partito è quello dell’astensione, con oltre il 41% dei cittadini che ha deciso di non votare.
L’Italia che pensa che fare politica significa avere la capacità di interpretare, intercettare e rappresentare i bisogni e le necessità di quei cittadini che a Maggio 2014 hanno preferito rimanere a casa piuttosto che andare a votare; significa avere le competenze e la caparbietà necessarie a convincere quelle persone non solo a votare a sinistra, ma a essere parte attiva di un progetto reale, innovativo e in grado di scuotere le coscienze; significa non nascondersi dietro la parola “primarie”, perché di per se non sono un sinonimo di partecipazione, possono diventarne uno strumento, possono persino essere necessarie, ma la partecipazione non è la capacità di portare 100 o 1000 persone a votare una mattina, partecipazione è quello che avviene prima e dopo quella mattina, il percorso e la coscienza che determinano quella specifica scelta, il progetto che tutti insieme si è messo su e che è destinato ad andare avanti al di là del nome del vincitore.
L’Italia che crede nel rinnovamento perché crede che cambiare non vuol dire rottamare ma migliorare, perché intende ridare voce ai territori, alle donne e agli uomini che nei territori vivono e lavorano.
L’Italia che crede che la buona politica sia fatta del presente che costruisce il futuro, un futuro che però ha senso soltanto se lo si costruisce insieme.