Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Filomena, il suo cuore e la terra

Questa storia comincia con Amilcare D’Andrea, chitarrista, Virginio Tenore,  percussionista e cantastorie e Filomena D’Andrea, testi, musica, voce, chitarra classica e fisarmonica, che loro quando fanno musica sono i Makardìa, termine che i vecchi di Aquilonia, in provincia di Avellino, dove è nato Virginio, che Amilcare e Filomena sono invece di Lioni, usano a volte per auspicare l’aiuto di Dio (“magari a Dio!”), altre volte per dire “non importa, non fa niente” mentre sono pochi quelli che pensano che derivi dal greco “ma-kardìa”, “il mio cuore”.

foto di Antonio Bergamino
foto di Antonio Bergamino

Però poi non continua così, nel senso che per raccontare di questo fantastico gruppo che usa, nel senso caro a Wittgenstein, le parole e la musica per esprimere la voglia, il bisogno, la possibilità di tenere assieme identità, comunità, impegno (ad esempio contro l’inquinamento e il caporalato) cambiamento, futuro, che canta di Armando  (canzone vincitrice del premio alla colonna sonora Key Awards 2012), di Pietro il petroliere, di Energia e di tanto altro ancora ho scelto di raccontare Filomena, che se cambi “Di tanti uomini che siamo, che sono” con “Di tante donne che siamo, che sono”, Neruda pare che Siam molti, una delle sue più belle poesie, l’abbia scritta apposta per lei.

Non mi credete?, e allora leggete qua: autrice di testi e musiche, cantante, chitarrista e fisarmonicista, laureata in letterature e culture comparate all’Università di napoli Federico II, autrice di “A Joshua piacevano i pistacchi”, libro di racconti con le radici (fonti) che affondano nei vangeli apocrifi, nella fantasia e nei suoi studi per la tesi, “I Profumi della Maddalena” (la figura della Maddalena nella letteratura, in particolare in rapporto a un aspetto che la accompagna sempre, il profumo, l’unguento), moglie di Virginio e sorella di Amilcare, un po’ antropologa e un po’ “pasionaria”.

Insomma ho pensato che fosse una buona idea raccontare lei per raccontare i Makardìa, e poi ho pensato anche che una persona così se si racconta da sola funziona di più, ti dice cose che tu faresti fatica a domandarle, e così ho fatto: le ho detto della mia idea, del perché racconto di #lavorobenfatto, di cosa mi sarebbe piaciuto scoprire di lei, e poi le ho chiesto di scrivere, e alla fine penso che avevo ragione io, perché a me il suo racconto “mi” piace assai.
2d'andrea5

“La mia passione per così dire attiva per la musica nasce negli ultimi anni di Liceo Classico, sul cocuzzolo di Sant’Angelo dei Lombardi. Ci riunivamo di nascosto a cantare con la chitarra le canzoni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, di Eugenio Bennato, fino a De André, affacciandoci in qualche modo a quel Mediterraneo che ci appariva tanto lontano. Ciò detto c’è da aggiungere che nella realtà nella musica ci sono cresciuta, con i dischi anarchici e di lotta di mia madre, con gli appunti delle paesanelle lionesi di mio padre, con le collezioni di De André e le canzoni a tutto volume in macchina. Ma in quegli anni non pensavo certo di arrivare a scrivere, ad arrangiare, a ricercare.
Poi l’università. Napoli. La città vicina e lontana. Credo che dai nostri paesi scegliere Napoli come destinazione degli studi universitari è un po’ come voler tenere due piedi in una scarpa, un voler rimandare a dopo le “grandi aspettative” della vita, o almeno così è stato per me.
Non volevo allontanarmi dalla mia casa e dalla mia famiglia e presto ho capito che le “grandi aspettative”, così come le considera la maggior parte delle persone (fare i professori, gli ingegneri, i medici) non erano per me.
Nonostante la musica non l’abbia studiata, a parte le classiche lezioni di pianoforte contro la tua volontà al tempo delle elementari, in un certo senso, per quanto indirettamente, la mia scelta universitaria è stata una strana strada per arrivare a Makardìa.
Ho affrontato il mio percorso universitario attraverso la musica di altre lingue, di altri panorami culturali. Non sono preparata a parlare in arabo o dell’arabo, in spagnolo o dello spagnolo, ma ho conosciuto i loro suoni e ho deciso di giocarci. Per quanto riguarda la comunicazione pragmatica, io voto per il grammelot come lingua sovranazionale! Sono innamorata del “suono” delle lingue. Ho capito che questo è il mio modo di stare al mondo, la scrittura, il canto, le parole mai dette ad alta voce.
Alla fine dei nostri concerti ci sono due tipi di spettatori: quelli che mi dicono essere spiazzati e innamorati della mia timidezza e quelli che mi fanno “però la capo la potissi auza’ no poco! Sei tanto brava, pecché te mitti scuorno?!”. Ma è una cosa che non riesco a correggere, forse non è detto che lo debba fare, è il mio modo di reagire all’attenzione degli altri.
Ho deciso di restare in Irpinia per vari motivi: la musica, la famiglia, le persone giuste che ho incontrato e alle quali sono accomunata dallo stesso  daimon, dalla stessa “streppegna”, che per noi si trova qua, nella nostra terra. E così quando mi chiedono “Ma che vuoi fare? Ma ‘sta laurea che hai preso? Ma butti tutto nel cesso? Ma come?! Non lo fai il concorso nazionale?”, non li rispondo nemmeno e me ne vado a “pensare”.
Ve l’ho detto, non ho “grandi aspettative” così come le intende la maggior parte della gente. Voglio cantare e scrivere, stare vicino alle persone che mi vogliono bene, senza nemmeno capire fino in fondo il perché del legame con questi luoghi. Tanto fuori è una giungla, e io ho altri tempi per dimostrare quello che so fare.
Non che in Makardìa non ci voglia determinazione, scadenza, decisione, ma la differenza fondamentale è che ho trovato una cosa che mi piace, un modo per dire quello che penso e quello che sono, e anche per mandare un messaggio sociale che sempre accompagna le nostre uscite grazie alla voce di Virginio.
Rispetto al primo, “Occhio per occhio, dentro per dentro”, percepisco che il secondo album sarà meno “folk”, o meno direttamente folk. Molti pezzi nuovi sono in italiano, ma non tutti. Alcuni pezzi dialettali (scritti da me o provenienti dal lavoro di ricerca su testi tradizionali musicati) non mancheranno mai nei nostri album, come si fa a rinunciare a scrivere nella lingua madre, come in ogni lingua il dialetto ti permette di dire cose altrimenti intraducibili, perché ci dovremmo rinunciare?”.

Già, perché?