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Elogio del lavoro ben fatto

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Se non cambiano l’approccio al lavoro, la cultura del lavoro, l’Italia non ce la fa a cogliere, e dunque a moltiplicare, le opportunità connesse allo sviluppo di internet.

Il mio racconto al Web Economy Festival di Cesena è partito da qui, dall’idea che se non vogliamo che l’ombra del futuro del nostro Paese si appiattisca sul presente dobbiamo tornare a dare valore al lavoro, a rispettare il lavoro e chi lavora, a connettere la parola lavoro con parole come dignità, identità, senso, autonomia.

Come direbbe Libero, uno dei protagonisti di Testa, Mani e Cuore, «l’Italia se la sta dimenticando la fatica che ci vuole per fare il pane, per tirare su un ponte, per raccogliere i pomodori, per costruire un’automobile. Qui a furia di frullarsi la testa con la televisione certa gente pensa che viviamo nel mondo del mago Copperfield, puff e le cose appaiono come dal nulla. E invece dietro ogni cosa ci stanno la capacità, l’impegno, la fatica di quelli che la fanno.»

E’ così che sono arrivato a Le vie del Lavoro, l’attività di narrazione e inchiesta partecipata nata dalla collaborazione tra Fondazione Giuseppe Di Vittorio e Fondazione <ahref, cercando di spiegare perché  al tempo di Internet più che in ogni altra fase la chiave del cambiamento sta nel lavoro ben fatto, per quali ragioni «qualsiasi lavoro ha senso se è fatto bene» e «ciò che va quasi bene non va bene».

Certo che lo so che detto così sembra che ho raccontato “il Paese che non c’è”, e invece no, questa Italia c’è, esiste, è l’Italia dei makers e degli operai, degli start-upper e degli artigiani, dei maestri e degli scienziati, un’Italia che ha bisogno di crescere, di avere più senso, di diventare un modello da imitare, di essere raccontata di più.
Proprio così. Dobbiamo tornare a raccontare l’Italia che pensa “lavoro, dunque valgo”, l’Italia che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai, e sai fare, e meno valore a ciò che hai, quasi sempre perché te lo ha lasciato papà.

A Cesena ho ricordato anche di Ulisse, non mi stanco mai di farlo, perché persino lui, Ulisse l’astuto, il polimorfo, sarebbe presto finito nel dimenticatoio se Omero non avesse raccontato le sue gesta.
L’ho ricordato per dire che abbiamo bisogno di una nuova epica del lavoro, di nuove storie da raccontare, storie come quelle che incrocio ogni volta che incontro startupper, studenti, makers, artigiani digitali e non.

Abbiamo bisogno di raccontare l’innovazione, il lavoro ben fatto, le persone che ogni giorno con il loro approccio, le loro idee, il loro lavoro aumentano le possibilità di farcela e dunque la realtà dei loro progetti, delle loro imprese, dei loro territori.
E abbiamo bisogno anche di «ripensarci su», di «fornire una diversa struttura portante», di ricollocare in «un nuovo sistema di relazioni reciproche» le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate a promuovere ambienti favorevoli allo sviluppo. Perché anche nella crisi vince chi innova, chi sa scrutare i segni del tempo, chi sa capire prima degli altri che per competere meglio e crescere di più occorre investire in capitale umano, nuove professionalità e competenze, formazione, ricerca, chi sa scegliere la strada della competizione di livello alto, dello sviluppo che valorizza imprese e territori, città e distretti (culturali, sociali, produttivi) che diventano sempre più competitivi perché sanno sempre più pensare e agire come comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione, di comunicazione e di scambio del sapere e del saper fare.

Come vedete, torniamo sempre lì, al lavoro ben fatto, ma di questo avremo mi piacerebbe molto discutere assieme a voi.

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