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La catena della ricerca

Nel corso di una lunga intervista nella quale si racconta attraverso il lavoro, e dunque la sua attività di ricerca, intervista che comparirà assieme ad altre in un volume di prossima pubblicazione, Antonio Esposito, una vita da ricercatore, innovatore, manager, imprenditore tra Giappone, Germania, Svizzera e Italia, afferma a un certo punto:

La grande chance che ho avuto in Giappone è stata quella di poter imparare tutta la catena di passi necessari per generare un qualcosa di completo:
1. la progettazione teorica, che ha implicato l’uso di programmi di simulazione che giravano nel centro di calcolo col supercomputer (il secondo computer più veloce al mondo dell’epoca);
2. la progettazione pratica, che ha implicato l’uso di tutta la catena di macchine necessarie per la produzione industriale di quegli oggetti che mi avevano sempre affascinato;
3. la prototipazione, che richiedeva l’uso di tutti quegli strumenti di analisi (tipo i microscopi atomici) necessari quando si concepiscono componenti nano-tecnologici;
4. la fabbricazione, che era comunque in massa in quanto i laboratori impiegavano risorse come quelle industriali;
5. i test, che sono stati impressionanti visto che la “robustezza” richiesta al prodotto risultante era la stessa di quella di una produzione di massa.

Vorrei chiarire meglio quest’ultimo aspetto. L’obbiettivo non era solo quello di fabbricare gli oggetti ma di farli con un grado di riproducibilità tale che il processo adottato poteva poi essere passato alle industrie del settore.  Cioè, mentre in Italia una volta fatto un device questo era un oggetto raro che si analizzava fino all’osso per trovarci qualcosa da “pubblicare” (il vero obbiettivo nascosto del ricercatore è l’articolo perchè gli permette di avanzare nel suo infinito cammino per vincere un concorso) in Giappone interi batch (cicli) di fabbricazione venivano scartati (fisicamente i campioni fabbricati erano abbandonati/buttati).
Con un mio batch di fabbricazione (una settimana di lavoro) producevo una quantità di campioni che dati in mano ad un mio collega italiano lo avrebbero dissetato per anni e anni permettendogli una lunga produzione di articoli scientifici. Questo non vuol dire che in Italia (soprattutto con l’ingegno aguzzato da mancanza di mezzi) non si facciano delle scoperte importanti, ma piuttosto che statisticamente il numero di risultati positivi di ricerca è enormemente ridotto. Senza contare che i risultati che si ottengono sono quasi sempre legati alla ricerca di base e quasi mai ad una eventuale reale progresso industriale: un’industria a partire da una scoperta, deve ricominciare il cammino (che dura anni) per trasformare quella scoperta di base in qualcosa di fruibile.

Non lo so voi, ma a me sembrano idee e opinioni che vale la pena discutere.
Buona partecipazione.