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C’è la parola giusta, usiamola

13 Gennaio 2018
Caro Diario, stavo sistemando due articoletti che avevo scritto a cavallo del 2009 e del 2010 sull’importanza di usare le parole in maniera appropriata, se vuoi li puoi leggere alla fine di questo breve post, quando ho sentito di un quindicenne che ieri pomeriggio qui a Napoli è stato aggredito e ferito gravemente senza alcun motivo da una quindicina di suoi coetanei.
Ho cercato la notizia sul web, ho letto qualche titolo, qualche ricostruzione dei fatti e qualche dichiarazione e – forse per colpa dei due miei vecchi post – mi sono detto che in questi casi la parola giusta non è baby gang ma vigliacchi. Vigliacchi innanzitutto gli assalitori, perché 15 contro 1 è da vigliacchi. Ma vigliacchi anche quelli che vedono e sentono e non intervengono, non parlano, non denunciano, perché non intervenire, non parlare, non denunciare è da vigliacchi. E vigliacchi quelli che coprono i loro figli e i loro amici, perché coprire i vigliacchi è da vigliacchi.
Sì, caro Diario, la parola giusta è vigliacchi, cioè vili, codardi, meschini, senza coraggio, perché solo questo sono, niente altro che vigliacchi.
angelo1
27 Dicembre 2009
«Assieme a Cinzia Massa, ho inviato per la prima volta una mail a Piero Carninci a inizio ottobre 2005. Sono diventato suo amico su LinkedIn il 27 maggio 2007. Ci siamo scritti e parlati via Skype più volte nel corso dell’anno. Ho stretto la sua mano per la prima volta a Tokyo la sera del 3 marzo 2008. Magie di internet. Tecnologie che riarredano il mondo nel quale viviamo. E mentre siamo intenti a disporre nelle nostre stanze di vita quotidiana il nuovo che accade,  a dare significato alle parole che lo definiscono, a gestire l’incertezza che ad esso è associata, ci scopriamo in un mondo diverso da quello al quale eravamo abituati. Prendiamo la parola amico. Su Facebook ne ho quasi 800. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò grazie a Facebook. Con parecchi di loro mi scrivo, scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto accada di fare con molti amici in carne e ossa, eppure ogni volta mi viene da dire siamo amici su Facebook. Perché? Perché non c’è una parola una che definisce questo rapporto? E se fosse l’ora di inventarla?
Il mio amico su Facebook Daniele Riva è partito da qui e ha scritto: Bella domanda. È un’amicizia mentale, una comunione di idee e pensieri, un confronto. Certo, con molti ci si trova come con i passeggeri di un treno, ci si scambiano convenevoli e quattro chiacchiere, con altri la cosiddetta amicizia si approfondisce, si addentra nel vero e proprio legame sociale pur rimanendo sempre fisicamente lontani. Una relazione sociale, dunque, quella di Facebook, ma “relati” è un brutto termine, continuiamo pure a chiamarci amici.
Avrei potuto tranquillamente fermarmi qui senza alcuna ripercussione sui destini dell’universo, ma la mia testa non ne ha voluto sapere e alla fine anche grazie alle considerazioni di Daniele mi sono dato una possibilità: da ora in poi gli amici che frequento soltanto sui social network saranno per me semplicimente @mici.
Dite che qualcuno ci ha pensato già? Non lo so e neanche mi sembra così importante.
Io volevo una parola che mi aiutasse a definire una differenza. Adesso ce l’ho: @mici. Punto.»2 Gennaio 2010
«L’articolo l’ho scoperto per genio e per caso sul sito dell’Istituto Linguistico Campano. Mi sono detto chissà cosa diranno i miei amici «giapponesi» che mi hanno svelato le connessioni tra potsu-potsu e schezzechea leggendo che nella lingua napoletana c’è una parola per ogni quantità, e tempo, d’acqua che viene giù dal cielo.
Schezzechea (schizzeco in napoletano significa sia “goccia” che “un poco”) quando sta facendo appena qualche goccia d’acqua fina, “mo sì, mo no”. Chiovellechea quando le gocce si fanno un poco più grosse, insomma quando pioviggina. Quando la pioggia è tanta ma resta fina fina Cernolea (da cèrnere). Quando l’acqua scende in continuazione, fitta fitta, dappertutto, Chiove. Quando c’é un acquazione improvviso, con lampi e tuoni, che finisce presto così come è cominciato, Trubbeia. Quando piove a dirotto e non finisce più, modello Arca di Noé, Delluvia. Infine, quando assieme a ’o delluvio ci sono vento, lampi e tuoni si dice che Zeffonna. Posso dire che quasi tutte queste parole non le sentivo più da tanti anni? Che le ho trovate bellissime? Che mi hanno riportato alla mente le parole di Eduardo in Ditegli sempre di sì quando dice “C’é la parola giusta, usiamola?”. È un pò come con amico e @mico, che io lo so che è solo un gioco, favorito dal fatto che in italiano la parola comincia con la A, ma forse il gioco segnala una questione vera, relativa ancora una volta al fatto che ogni volta che usiamo lo stesso termine per definire cose diverse le possibilità di bene comunicare si restringono. Così come per la pioggia ci vorrebbe un amico diverso per ogni diverso tipo di amicizia. L’amico nella vita. L’@mico nei social network. L’amico libro.