Laurea di sabbia
Maggio è il mese delle rose e dei tentennamenti. Come tanti suoi coetanei su e giù per il Belpaese, Valeria deve decidere che fare, se, come e dove continuare gli studi. Per fortuna a casa G. Totò è di casa, e Valeria può tentennare tranquillamente fino a quando decide di continuare gli studi in Francia. Da lì in poi non si ferma più.
Invia regolare mail di presentazione a l’Université de Provence, Aix Marseille. Allega regolare diploma di liceo linguistico, regolare elenco di tutti gli esami sostenuti con regolare votazione conseguita, regolare curriculum vitae e regolare lettera di motivazioni (quelle che la spingono a completare i suoi studi in Francia). Chiede, con regolare traduzione regolarmente convalidata dal tribunale di Napoli, di essere ammessa alla specialistica (ebbene sì, anche in Francia vige il 3+2).
Passano poche settimane e arriva la risposta. Con la quale l’Université de Provence comunica che è disposta a convalidare il diploma e 120 dei 180 crediti della laurea triennale e di ammetterla di conseguenza al terzo anno del corso di laurea triennale.
Si può dire che almeno un pò Valeria ci rimane male? Ma sì, diciamolo. Così come si può aggiungere che si è concessa ancora due o tre settimane di tentennamenti e di consultazioni, in famiglia e all’università, prima di prenotare il volo per il 14 settembre prossimo venturo.
La storia ha una morale? Forse. Di certo ha una domanda. Anzi due.
Perché una laurea in lingue conseguita in Italia vale 2/3 di una conseguita in Francia?
Perché Valeria, "nonostante" il 110 e lode, è disposta ad andarsene dall’Italia e a “ripetere” un anno pur di laurearsi in Francia?
Per le risposte ripassate tra qualche giorno. Magari dopo averci detto cosa ne pensate voi.
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Tutti i commenti fatti fin qui mi sembrano più che giusti e pertinenti.
C'è chi analizza la cosa da un punto di vista personale, magari vittima in prima persona del sistema universitario italiano, chi ne parla da un punto di vista teorico, chi da un punto di vista più pratico...
quello che mi sento di dire io, emigrata anch'io dall'Orientale alla vicina Sapienza, è che al di là di tutti i malfunzionamenti tecnici, didattici ed organizzativi che un po' tutti conosciamo, il problema di fondo è la sempre minore importanza data dagli organi governativi e NON SOLO alla cultura e all'istruzione.
Mi spiego meglio: noto che purtroppo alle ridicole somme ed iniziative governative che dovrebbero sovvenzionare il sistema educativo italiano corrisponde da parte dell'opinione pubblica un profondo disinteresse per la questione.
Durante le proteste autunnali per la riforma Gelmini, mi è capitato più volte di sentire commenti di fastidio, indiffernza se non di totale disprezzo nei riguardi dei manifestanti.
Questo significa che la questione istruzione ed educazione non è avvertita come uno dei fondamenti di una società civile da troppe persone.
Al di là dei problemi che indubbiamente affliggono il sistema italiano, non è questa la cosa più grave?
Non è profondamente avvilente che ognuno scenda in piazza (le rare volte che questo accade) per difendere solo la propria categoria o i propri interessi?
E non lo è ancor più il fatto che la scuola e l'università siano considerate di dominio 'particolare', ossia di interesse di chi ci lavora o al massimo di chi studia?
Scritto da: Irene G. | 06/09/09 a 23:54
Caro collega Meoli, l'analisi pratica nasce sempre da dettami teorici e da un tecnicismo, senza il quale, non si arriva (o si arriva in maniera contorta) in fase opeativa.
Scritto da: gerardo | 31/08/09 a 19:01
Caro Geraro credo che più che riesumare definizioni tecnihe e scientifiche, bisognerebbe fare un'analisi molto più pratica del problema (non è una critica). é ormai di uso comune trovare nel nostro panorama nazionale, delle differenze di ordine didattico e formatico all'interno dei vari atenei. Tutto ciò andrebbe bene per un'offerta formativa più completa ed esaustiva su tutti i punti di vista. Il mero problema è, che il riconoscimento dei crediti è ambiguo anche tra le università italiane. Conseguire un titolo triennale all'orientale non permette di iscriversi alla specialistica del corso di lingue a Salerno. Di cosa ci meravigliamo? Come pretendiamo di formare e creare competenze con una eccessiva FRAMMENTAZIONE FORMATIVA?
Classi di appartenenza, crediti formativi, tutto ha preso una piega prettamente numerica e quantitativa. Perdonatemi ma il sistema univesitario ha vissuto, e purtroppo paga lo scotto di una cattiva gestione a livello nazionale dell'intero sistema d'istruzione. Troppi interessi di docenti e di manager che da molti anni la fanno da padrone; volti a cercare cattedre ed insegnamenti dei quali se ne potrebbe fare volentieri a meno!
Premetto che un componete della mia famiglia lavora in ambito scolastico, ma un minimo di onestà intellettuale credo che non faccia male.
Scritto da: Robero M. | 31/08/09 a 12:06
Alzo il tiro. Il caro "Merton" parlava di FUNZIONE LATENTE, cioè, la diluizione dei contenuti formativi; contenere il più possibile aspettative e competenze, infatti, si passa dal diploma alla laurea poi al master allo stage formativo in azienda etc...
Chi gestisce il potere, così facendo controlla le fasce sociali ed inoltre, attraverso la MASSIMA CONTINUITA' LAVORATIVA, all'individuo non viene permesso di formare ed aggiornare se stesso. Tutto ciò diventa un CONFLITTO DI GENERAZIONE e di CLASSE, di generazione perchè ci sono i giovani che vengono ritardati nell'entrata al mondo del lavoro ed i meno giovani che vorrebbero dare di più ma tendono ad essere espulsi, quindi si contrappongono giovani->e<-meno giovani e questo processo diventa anche conflitto di classe tra chi "sa" e chi diventa obsoleto, infatti, si parla di obsolescenza programmata, dequalificazione programmata e noi accettiamo la sotto-utilizzazione, L'INFANTILIZZAZIONE, cioè, la preparazione all'uscita del mondo del lavoro arrivando così alla MASSIMA ESCLUSIONE, dove si esclude cioè, il più possibile fasce di persone dal lavoro in tempi sempre più ridotti. Morale della favola: se non si vive bene a casa propria, come possiamo pensare di vivere bene a cas delgi altri??? Se il SISTEMA ITALIA è affetto dalla sindrome del RITUALE BUROCRATICO che sfocia nell'ENTROPIA ed a tutto ciò sommiamo anche una disorganizzazione dei sotto-sistemi fatta di irrazionalità e disequilibrio che sfocia nell'IPERTROFIA, nel CAOS, come possiamo pensare di competere con gli altri paesi??? Il CAOS porta o alla morte o alla riorganizzazione del sistema, sia rispetto alle regole, sia rispetto ai fini, può cioè diventare altro ed arrivare alla cosiddetta...INNOVAZIONE...Speriamo bene..!
Scritto da: gerardo | 30/08/09 a 22:50
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Scritto da: gerardo | 30/08/09 a 22:10
Una risposta forse potrebbe essere la seguente:
"Per quanto riguarda le risorse disponibili, oltre al già ricordato basso rapporto tra docenti e studenti, l’Italia si segnala per:
• un’incidenza della spesa per l’Università sul PIL ai valori minimi fra i paesi di area
OCSE, con l’aggravante di un tasso di crescita fra il 2000 e il 2003 fra i più bassi in
assoluto5;
• un costo per studente di soli 5.658 dollari a parità di potere di acquisto, contro la media
UE 19 di 6.962 e una media OCSE di 8.093, largamente inferiore a quella di singoli
paesi con cui l’Italia compete sui mercati internazionali.
Altri aspetti negativi legati alla gestione delle Università sono:
• un sistema di governance delle Università con una marcata tendenza
all’autoreferenzialità, riflessa nella composizione e nei ruoli del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione"
Ebbene ciò che avete letto sono solo alcune delle criticità individuate in un documento del Ministero dell'economia e delle Finanze del 31 luglio 2007 (doc. 2007/3 bis) dal titolo "Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario".
Se appena 2 anni fa il Ministero dell'economia riconosceva tali criticità com'è possibile che, lo stesso Ministero dichiari oggi che le Università italiane spendono troppo e male, tagliando ulteriormente i finanziamenti del Fondo di Finanziamento Ordinario? L'attuale "Riforma", avviata insieme al Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica, non mira forse al "risanamento finanziario dell'efficacia e dell'efficienza del sistema universitario"? Ma come, per essere più efficaci ed efficenti non dovevamo allinearci, almeno per quanto riguarda la spesa per la didattica e la ricerca, alla media OCSE?
Contraddizioni e misteri italiani!
Scritto da: sabatino | 29/08/09 a 19:29
Io credo che il problema sia un altro..
Fin quando non avremo una buona riforma universitaria resteremo sempre in coda alle classifiche Europee… L’oggetto della discussione verterà sempre su
la proliferazione dei corsi di laurea, l'insoddisfacente "produttività" degli atenei, la disattenzione verso il mondo del lavoro, il predominio dei "baroni", gli sprechi e le inefficienze nella spesa.
A questo punto davvero non possiamo equiparare un titolo italiano con uno europeo…
Il confronto con giovani di altri Paesi ci deve invitare e stimolare a qualche riflessione…
Secondo me la Nostra università CON L’AIUTO DEL GOVERNO (ahimè) non è più all'altezza di rispondere ai bisogni di formazione e di internazionalizzazione che il mondo della nuova economia ci sta richiedendo, logico che Valeria deve assolutamente accettare le condizioni dettate dalla Francia…
Se la competitività dell'università italiana è ben lontana, nel suo complesso, dal saper affrontare le sfide dell'internazionalizzazione, come logica conseguenza sarà l'Italia tutta a vedere decadere il proprio ruolo come nazione sia a livello economico sia culturale...
Ed per questo che io, come la canzone di Gaber.. NON MI SENTO ITALIANO, MA PER FORTUNA O PURTOPPO LO SONO.
Scritto da: Armando Trodella | 29/08/09 a 13:39
Anche io come Valeria ho conseguito la laurea specialistica con il massimo dei voti e nei tempi giusti. Terminati gli studi mi sono data da fare accumulando più esperienza che potevo. Risultato? Che il mio curriculum è troppo ricco o troppo pieno di esperienze diverse. Questa è stata la risposta che ho ricevuto sia ad una selezione per un master che per un lavoro. Allora credo che a non andare non siano solo le università italiane ma tutto il sistema che gira intorno al lavoro e alla formazione. Inoltre mi chiedo perchè devo essere costretta a spendere soldi su soldi per un master per trovare lavoro? Conseguire una laurea all'estero, forse, offre una possibilità di dimostrare quanto vali. Opportunità che in Italia è un miraggio. Il vero ostacolo da superare, secondo me, è la scarsa fiducia che le aziende italiane per prime ripongono nella formazione offerta dalle università italiane. E se non ci credono loro come possiamo crederci noi?
Scritto da: valentina | 29/08/09 a 12:10
La "tanta teoria e poca pratica" che ci offrono le università italiane penso che sia indubbiamente il tallone d'Achille del nostro sistema, non tanto per le discipline umanistiche ove la formazione può avvenire sul campo, quanto piuttosto per le aree scientifiche e sanitarie...purtroppo alla fine della carriera universitaria siamo imbottiti di nozioni ed informazioni, che però raramente sappiamo come applicare...credo che il sistema di formazione inglese dello sbarramento al solo 40% non sia la soluzione migliore per offrire personale preparato, ma questa lacuna riescono appunto a colmarla attraverso la pratica...e se tra questi due esempi letteralmente agli antipodi si riuscisse a trovare il punto di equilibrio?
Scritto da: paola b. | 29/08/09 a 11:55
Credo che non sia sempre cos... Visualizza altroì ad esempio in Inghilterra in molti casi basta la laurea triennale per accedere a dottorati di ricerca (cosa che in Italia come ben sa è inimmaginabile)...però è vero che col passar degli anni le università italiane stanno perdendo prestigio e questo a mio avviso è dovuto al fatto che non abbiamo strutture adeguate e facciamo poca pratica...un esempio su tutti: una mia cugina laureata in scienze biologiche (massimo dei voti) per fare esperimenti sulle cellule tumorali ha dovuto apettare il dottorato mentre una mia amica che vive in Inghilterra al secondo anno della laurea di primo livello già trascorre giornate intere in laboratorio...non le sembra un limite delle università italiane?!
Inoltre, il sistemadi valutazione in Inghilterra è differente non va dal 18 al 30 ma basta superare il 40% dell'esame per aver suprato un esame (in pratica, stando a quello che mi ha raccontato la mia amica è quasi impossibile essere bocciati ad un esame ene consegue che in quanto a preparazione teorica sono meno preparati ma poi nella pratica nonli batte nessuno)...
Scritto da: Antonella | 29/08/09 a 11:45
Perchè anche se apparteniamo all'Ue e teoricamente dovremmo essere tutti uguali, c'è sempre qualcuno che è meno uguale dell'altro! inoltre, dal punto di vista accademico, ogni ordinamento universitario ha regole proprie, di conseguenza noi accettiamo la preparazione di chi viene dall'estero perchè vige il principio de "l'estero è meglio", mentre loro ci valutano sempre come un gradino più in basso. Take it easy.
Scritto da: paola b. | 29/08/09 a 11:38