Non restare chiuso qui, pensiero
Luigi Glielmo è professore ordinario di automatica alla facoltà di ingegneria dell’università del Sannio, appassionato velista e tanto altro ancora. Per me è prima di tutto un amico con una gran bella testa, l’ho coivolto con interesse ed entusiasmo nel mio viaggio prossimo venturo intorno alla serendipity.
L’incontro in Cumana. Io di ritorno da Bacoli, dove ho fatto il bagno nell’angoscia, 50 minuti come sospeso tra la voglia di tuffarmi e la rabbia che fa uno dei più bei posti del mondo inquinato dalla colpevole stupidità umana, come ha raccontato Cinza Massa su NòvaLab. Luigi di ritorno da Procida, un giorno e mezzo di lavoro in barca e l’idea di un cantiere destinato a non finire.
Gli chiedo come va, risponde che è un periodo così. Riesco a lavorare, mi dice, cerco di farlo bene, ma non trovo il tempo per pensare. Tu lo sai com’è, senza pensiero non c’è creazione, solo gestione. Anche la gestione è necessaria, cerco di rincuoralo. Vero, risponde, ma hai poco da dire, e finisci col restare lì dove sei.
Domenica 28 giugno 2009, ore 1.30 p.m.
Con Beppe Del Vecchio siamo amici da una vita e anche più. Restauratore, artigiano, musicista, storie che non hanno premesse e neppure postille. Come quella volta che, tra Napoli e Tokyo, complice Skype, mi racconta della «stesura» della foglia oro. Dei due anni che gli ci sono voluti. Tra gesso per doratura, colla di coniglio, bolo armeno, pennelli di vaio e martora, tentativi andati a vuoto. Fino al successo finale. Della curiosità che è il primo passo verso la conoscenza. Del sapere e del saper fare.
Luigi mi ha fatto pensare a Beppe. Decido di reclutarlo. A Luca (Luca chi?, just a moment, please) l’idea di un artigiano che partecipa alla ricerca sulla serendipity piacerà certamente. Dico a Beppe della mia idea di connettere pensieri, conoscenze e competenze differenti intorno al tema Serendipity, al rapporto tra genio e organizzazione, alla comprensione dei processi di competizione collaborazione. Ci sta. Mi dice che nel suo lavoro il rapporto tra la testa e le mani è assolutamente decisivo. T
e lo ricordi ’o scarparo puveriello di cui si parla in Totonno ’e Quagliarella?, quello che “’a sciorte lle scassaje ’o bancariello e pé se lamentá perdette ’a voce”? Se avesse avuto pensiero avrebbe potuto fare le scarpe per i divi di Hollywood e diventare ricco e famoso. Mi torna in mente Valeria con i suoi quattro anni che mi dice che “una cosa è vera quando la puoi pensare”. Mi fermo. Altrimenti non la finisco più.
Lunedì 29 giugno ore 5.40 a.m.
Luca De Biase (eccolo!) da queste parti lo conoscete. Ieri sera ho visto la partita. Oggi sono in anticipo e assieme alle mail vado a guardare la sua recensione domenicale. Sorrido. Il libro è L’uomo artigiano di Sennett. Luca scrive che “all’artigiano antico di Sennett manca una qualità: “sa fare” e “sa pensare” ma non “sa dire” bene quello che fa e pensa”; che “probabilmente, l’artigiano del futuro “sa dire” molto di più”. Sollecita la possibilità di definire un “percorso che potrebbe ricondurre a convergere il sapere, il fare e il dire”.
Lunedì 29 giugno ore 9.40 a.m.
Tu chiamale se vuoi, coincidenze. Merton, ideatore della Serendipity, le ha chiamate invenzioni multiple indipendenti, risultato dell’azione congiunta della crescita di determinati tipi di conoscenza e dell’adozione delle medesime soluzioni da parte di scienziati e tecnologi innovativi concentrati sugli stessi temi. Fare. Pensare. Dire. Innovare. Crescere. Ma sì. Proviamo a farne una traccia per l’Italia che verrà.
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